La battaglia tra Intesa Sanpaolo e Monte dei Paschi di Siena non riguarda soltanto gli equilibri di potere della finanza italiana. Dietro offerte miliardarie, scambi azionari e alleanze tra grandi soci si sta ridisegnando la struttura stessa del credito nel Paese. Il risultato potrebbe essere un sistema composto da gruppi più grandi, patrimonialmente forti e capaci di investire maggiormente in tecnologia, ma anche un mercato con meno protagonisti e con una presenza fisica delle banche sempre più ridotta.
La partita ha subito un'accelerazione nelle ultime ore. Il consiglio di amministrazione di Mps ha approvato la strategia dell'amministratore delegato Luigi Lovaglio, che prevede due offerte separate su Banco Bpm e Banca Generali per costruire un'alternativa all'offerta ostile di Intesa Sanpaolo. L'operazione difensiva vale complessivamente circa 34 miliardi di euro e dovrà ottenere il sostegno degli azionisti del Monte.
Il risiko entra nella fase decisiva
La mossa di Lovaglio arriva dopo l'offerta lanciata a giugno da Intesa Sanpaolo su Mps. La proposta originaria valutava il gruppo senese 30,6 miliardi di euro, anche se l'andamento dei titoli ha successivamente portato il valore di mercato dell'operazione intorno ai 36 miliardi. Il progetto della banca guidata da Carlo Messina punta a rafforzare ulteriormente il primo gruppo italiano e prevede anche una profonda riorganizzazione delle attività del Monte.
Per superare i possibili ostacoli concorrenziali, una parte consistente della rete Mps verrebbe ceduta. Nel progetto sono coinvolte Unipol e Bper Banca: oltre seicento filiali del Monte passerebbero nell'orbita del gruppo assicurativo per essere successivamente integrate con Bper. È proprio questo possibile ridimensionamento ad avere alimentato le resistenze di Mps e le preoccupazioni politiche. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha auspicato pubblicamente che l'istituto senese non venga smembrato e conservi nome e identità.
Meno banche significa meno concorrenza?
È qui che il risiko smette di essere soltanto una questione per banchieri e azionisti. Un sistema formato da operatori più grandi può avere vantaggi evidenti. Le economie di scala consentono di distribuire su una platea più ampia gli investimenti informatici, i costi della regolamentazione e quelli necessari per la sicurezza digitale. Gruppi con più capitale possono inoltre affrontare meglio fasi di crisi e competere con le grandi banche europee e americane.
La concentrazione, tuttavia, riduce il numero degli interlocutori disponibili a famiglie e imprese. Per una piccola azienda che cerca un finanziamento, per un professionista o per una famiglia che vuole accendere un mutuo, avere meno banche realmente concorrenti sul territorio può significare una minore possibilità di confrontare condizioni, tassi e commissioni. Non è un effetto automatico, perché la concorrenza arriva ormai anche dagli operatori digitali e le autorità antitrust possono imporre cessioni e correttivi, ma il tema diventa centrale quando le aggregazioni coinvolgono istituti con reti molto estese nelle stesse aree geografiche.
Gli sportelli continuano a scomparire
La trasformazione è già visibile nella rete bancaria. Alla fine del 2025 in Italia erano rimasti 19.140 sportelli operativi, contro oltre 30 mila dieci anni prima. La contrazione non si è fermata: nei primi sei mesi del 2026 sono stati chiusi altri 126 sportelli e la rete nazionale è scesa a circa 19.016 filiali.
Il fenomeno ha origini precedenti all'attuale risiko. Digitalizzazione, fusioni, riduzione dei costi e progressivo spopolamento di alcune aree hanno spinto gli istituti a ridimensionare la presenza fisica. Secondo la Banca d'Italia, tra il 2008 e il 2025 gli sportelli sono diminuiti del 44 per cento, passando da 34.139 a 19.140.
La stessa Banca d'Italia ha rilevato che, almeno finora, il calo degli sportelli non si è tradotto in un peggioramento generalizzato dell'accesso ai servizi finanziari, grazie soprattutto alla diffusione dell'home banking. Rimane però una forte differenza generazionale e territoriale: i clienti anziani utilizzano molto meno i servizi a distanza e nei piccoli centri la chiusura dell'ultima filiale può trasformarsi in un problema concreto.
A giugno 2026 quasi 4,9 milioni di italiani vivevano in comuni completamente privi di sportelli bancari, mentre altri 6,6 milioni risiedevano in comuni con una sola filiale. È il lato meno visibile della razionalizzazione: per una parte del Paese il problema non è scegliere tra due offerte di mutuo, ma riuscire ancora a raggiungere fisicamente una banca.
La corsa miliardaria ai dividendi
Mentre diminuiscono filiali e operatori, cresce la quantità di capitale restituita agli azionisti. Secondo le stime di Bloomberg Intelligence, banche, assicurazioni e altri gruppi finanziari europei dovrebbero distribuire nel 2026 circa 228 miliardi di euro attraverso dividendi e riacquisti di azioni proprie, il 13 per cento in più rispetto all'anno precedente. È importante precisare che il dato riguarda l'intero comparto finanziario europeo e non esclusivamente le banche.
La redditività del settore ha beneficiato in maniera decisiva del lungo periodo di tassi d'interesse elevati, che ha allargato i margini tra quanto le banche incassano sui prestiti e quanto riconoscono sulla raccolta. A questo si sono aggiunti controllo dei costi, digitalizzazione e bilanci più puliti rispetto al passato. La Banca centrale europea ha rilevato che il miglioramento della redditività e l'attesa di remunerazioni elevate agli azionisti hanno contribuito anche al forte recupero delle valutazioni delle banche dell'area euro.
Anche Intesa Sanpaolo ha impostato la propria strategia su una remunerazione particolarmente generosa. Il piano prevede per il 2026 un payout complessivo pari al 95 per cento dell'utile dichiarato, con il 75 per cento destinato ai dividendi in contanti e fino al 20 per cento ai buyback, nel rispetto dei requisiti patrimoniali e delle autorizzazioni previste.
Mps mette quattro miliardi sul tavolo
La battaglia per il Monte si gioca quindi anche sul rendimento promesso ai soci. Il piano di Lovaglio contempla una distribuzione straordinaria da 4 miliardi di euro, composta da circa un miliardo in contanti e da azioni Generali per il valore restante. È una leva pensata per convincere gli azionisti di Mps a sostenere il progetto autonomo anziché consegnare i titoli a Intesa.
La decisione sarà tutt'altro che semplice. Nel capitale del Monte convivono interessi differenti: Delfin possiede circa il 17,5 per cento, il gruppo Caltagirone poco più del 10 per cento, BlackRock circa il 5 per cento e il Ministero dell'Economia e delle Finanze poco meno del 5 per cento. A loro si aggiunge Banco Bpm, mentre dall'altra parte dell'operazione sarà decisiva anche la posizione di Crédit Agricole, principale azionista di Banco Bpm, e quella di Generali, che controlla Banca Generali.
Il conto finale per famiglie e imprese
Il vero interrogativo è dunque quale sistema bancario uscirà da questa stagione di aggregazioni. Gruppi più grandi possono essere più resistenti, tecnologicamente avanzati e capaci di sostenere investimenti importanti. Ma la solidità degli intermediari non coincide necessariamente con una maggiore scelta per il cliente.
Per famiglie e imprese conteranno soprattutto tre elementi: quanti operatori continueranno realmente a competere sullo stesso territorio, quanto della maggiore efficienza ottenuta con le fusioni verrà trasferito ai clienti e quanto rapidamente le alternative digitali riusciranno a compensare il progressivo arretramento degli sportelli.
La sfida tra Intesa Sanpaolo e Mps, quindi, vale molto più dei miliardi messi sul tavolo. Dietro la guerra di offerte si decide anche la geografia futura del credito italiano. E mentre per gli azionisti la stagione dei dividendi non è mai stata così ricca, per correntisti e imprese la domanda resta aperta: se banche più grandi significheranno anche servizi migliori e credito più accessibile, oppure semplicemente meno banche tra cui scegliere.