Avellino

 

di Franco Fiordellisi

"In questo scampolo di fine agosto, con i rientri dalle ferie, per chi ha potuto farle, siamo alle solite: discussioni infinite e spesso vuote nei programmi televisivi, sui social, sul costo dei carburanti.

Che, sia chiaro, sono carissimi e penalizzano soprattutto le fasce più deboli, quelle che devono spostarsi per lavorare, curarsi, studiare. Il costo della mobilità diventa così un ulteriore gradino delle disuguaglianze sociali già enormi che attraversano il Paese.

Per questo, secondo me, dobbiamo avere la forza,  la capacità politica e sociale di spostare il discorso dal semplice prezzo della benzina alla questione fiscale e sociale nel suo complesso.

Perché il punto non è soltanto quanto costa un litro di benzina; ma è chi paga, quanto paga e per finanziare cosa, con le tasse ed accise.

Chi paga le tasse finanzia servizi, sanità, scuola, infrastrutture, welfare, sicurezza, trasporti, comuni e, più in generale, quella struttura pubblica che rende possibile la vita sociale ed economica del Paese.

Ed eccoci ad uno dei  principi fondamentali della nostra Costituzione: la progressività fiscale.

La progressività non è una penalizzazione per chi guadagna di più. È il principio secondo cui, in relazione alla capacità contributiva, chi dispone di maggiori risorse deve contribuire maggiormente al finanziamento della comunità.

È solidarietà sociale, redistribuzione; è uno dei meccanismi attraverso i quali una società prova a tenere insieme cittadini che partono da condizioni economiche profondamente differenti.

Partiamo dai carburanti e dai numeri di oggi, 27 agosto 2026, il Brent viaggia intorno agli 86-87 dollari al barile ed altri a 82 dollari barile. 

Eppure il prezzo dei carburanti continua a essere pesante, insostenibile, per famiglie, lavoratori, pensionati e imprese.

Questo dovrebbe essere sufficiente per comprendere una cosa elementare: il prezzo alla pompa non dipende soltanto dal prezzo del petrolio.

Bisogna considerare il prezzo del greggio, le quotazioni dei prodotti raffinati, i costi e i margini della filiera, la distribuzione, le accise e l’IVA. È la somma di questi fattori a determinare il prezzo finale.

Perciò sarebbe semplicistico attribuire automaticamente tutto alle accise. Ma è politicamente ipocrita dimenticare che per anni Meloni e i suoi hanno costruito una parte della propria propaganda proprio sulle accise, promettendo interventi risolutivi che, una volta arrivati al Governo, non ci sono stati se si non misure temporanee, bonus emergenziali.

Il MIMIT dispone di strumenti di monitoraggio dei prezzi e di un archivio storico dei carburanti, ma dopo oltre quattro anni di Governo, sul piano strutturale continuiamo a vedere soprattutto interventi temporanei,  il governo più longevo fa solo propaganda quindi.

Per tanto  cittadine e cittadini  continuano a pagare così tanto senza che il Governo intervenga strutturalmente sulla formazione del prezzo, sulla trasparenza della filiera e sulla tutela dei consumatori.

Ribadendo, tutto insieme, i  bonus e i tagli temporanei possono tamponare un’emergenza, non sono una politica strutturale ed efficace.

Infatti il Governo è costretto periodicamente a intervenire sulle accise. Anche in questi giorni, a fine agosto 2026, si torna a intervenire temporaneamente sul gasolio.

Ma se ogni volta che aumenta il prezzo dei carburanti dobbiamo aspettare un bonus o un taglio temporaneo, significa che il problema strutturale non viene affrontato.

Così il punto vero sono le tasse e la propaganda che su di esse si fa dipingendo tasse come un furto; cosa che non è.

Mentre è politicamente e socialmente, rilevante quando il sistema fiscale è ingiusto, regressivo, opaco o scarica il peso del finanziamento dello Stato soprattutto su chi ha meno.

La Costituzione, all’articolo 53, stabilisce che: «Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva.» aggiungendo  «Il sistema tributario è informato a criteri di progressività.»

È un principio fondamentale, secondo cui non necessariamente ogni singola imposta deve essere progressiva, ma deve esserlo il sistema tributario nel suo complesso. Ed è qui che bisogna tornare.

Perché chi ha maggiori redditi e maggiori disponibilità economiche deve contribuire in misura maggiore al finanziamento della comunità.

Non è una punizione, è solidarietà.

Da questi concetti si deve partire per sapere: Chi paga davvero?

Paghiamo troppe tasse? Chi le paga, quanto paga e per finanziare cosa?

Ed è qui che emerge una delle grandi contraddizioni del sistema italiano.

I redditi da lavoro dipendente e da pensione sono tassati alla fonte e difficilmente possono sfuggire al fisco. Lavoratrici e lavoratori dipendenti, pensionate e pensionati, insieme a una parte importante del lavoro autonomo e dell’artigianato, contribuiscono in maniera significativa al finanziamento dello Stato.

Nel frattempo, evasione, elusione, rendite e alcune forme di reddito finanziario e patrimoniale continuano a porre un problema di equità complessiva del sistema.

Perché non tutti i redditi e non tutte le ricchezze vengono trattati allo stesso modo, così questa è una, o meglio la questione politico -sociale, da conoscere.

Perché un sistema nel quale chi vive del proprio lavoro versa regolarmente le imposte mentre una parte della ricchezza può essere protetta, trasferita o tassata in misura relativamente più favorevole è, inevitabilmente, un sistema che rischia di diventare sempre meno progressivo.

Lo stesso discorso vale per la tassazione delle successioni: l’Italia mantiene un’imposizione relativamente bassa rispetto a molti altri Paesi europei e avanzati. Anche questo dovrebbe entrare seriamente nella discussione sulla redistribuzione della ricchezza.

Non per punire chi lascia qualcosa ai propri figli. Ma per chiedersi se, in una società nella quale la ricchezza è sempre più concentrata, anche il patrimonio ereditato debba concorrere in misura più equa al finanziamento della comunità.

Allora anche il tema dei carburanti, accise, deve essere ricondotto dentro questa discussione. Non ci stanno “rubando” perché esistono le tasse, ma le accise colpiscono i più poveri.

Senza interventi di sistema ci stanno chiedendo di finanziare uno Stato attraverso un sistema fiscale che deve essere molto più equo, progressivo e trasparente.

Perché le tasse servono a finanziare la sanità pubblica, la scuola, le pensioni, il trasporto pubblico, la manutenzione delle strade, la sicurezza, gli enti locali, le infrastrutture e la protezione sociale.

Finanziano, cioè, quella struttura pubblica che consente anche all’economia privata di funzionare.

La questione diventa quindi ancora più politica e sociale quando, mentre aumentano le difficoltà di chi lavora, paga l’affitto, fa la spesa e rinuncia a cure e servizi, crescono le risorse destinate agli armamenti e alle politiche di guerra.

Le risorse pubbliche non sono infinite. Ogni scelta di bilancio stabilisce delle priorità, come in ogni famiglia o comune!

E quindi dobbiamo avere il coraggio di porre una domanda semplice:

Quali priorità deve avere lo Stato?

Per me le risposte sono chiare. Meno propaganda e più trasparenza.

Meno bonus occasionali e più politiche strutturali. Meno disuguaglianze fiscali e più progressività. Meno scaricabarile sulle accise e più controllo sulla formazione dei prezzi.

E soprattutto una fiscalità nella quale chi ha di più contribuisce di più e chi ha di meno non venga costretto a pagare il prezzo più alto delle crisi.

La fiscalità non è soltanto una questione contabile è una scelta di società. Così la progressività fiscale, come previsto da madri e padri costituenti, insieme alla solidarietà tra cittadini, è uno degli strumenti fondamentali per trasformare le tasse da semplice prelievo in finanziamento dei diritti, dei servizi e della coesione sociale. Questo è il punto. Non facciamoci prendere in giro.