La nuova fiammata dell’energia torna a mettere sotto pressione mercati e banche centrali. Il prezzo del gas naturale ad Amsterdam avanza del 4,2% fino a 82,84 euro al megawattora, con il Ttf sui livelli più alti dalla fine del 2022. Corre anche il petrolio: il Brent supera quota 108 dollari al barile, mentre il greggio americano Wti si porta oltre 103 dollari. Il rialzo riaccende uno scenario che sembrava essersi progressivamente allontanato, quello di una nuova spinta inflazionistica generata dai costi energetici.

L’oleodotto saudita riaccende la paura sull’offerta

Il principale motore della corsa del greggio resta il Medio Oriente. L’oleodotto East-West dell’Arabia Saudita, infrastruttura fondamentale perché consente a Riad di trasportare il petrolio verso il Mar Rosso evitando lo Stretto di Hormuz, è stato temporaneamente fermato dopo un attacco con droni. Prima dello stop trasportava tra 4 e 5 milioni di barili al giorno.

La sua chiusura potrebbe mettere a rischio fino al 4% dell’offerta petrolifera mondiale. Secondo fonti dell’industria citate da Reuters, le scorte disponibili nel porto saudita di Yanbu sarebbero sufficienti a coprire appena cinque-sette giorni di esportazioni. La vulnerabilità dell’oleodotto assume un peso ancora maggiore perché arriva mentre anche le principali rotte marittime della regione sono sotto pressione.

A preoccupare gli operatori sono contemporaneamente lo Stretto di Hormuz e quello di Bab el-Mandeb. Gli Houthi, sostenuti dall’Iran, hanno rafforzato la propria presenza nell’area dell’isola di Perim, mentre nuovi episodi contro navi commerciali hanno aumentato i rischi per il traffico nel Golfo. Per aggirare le zone più esposte le petroliere possono scegliere rotte più lunghe, ma con tempi di percorrenza e costi di trasporto nettamente superiori.

Brent sopra 108 dollari

Nelle contrattazioni della mattinata del 14 settembre il Brent è arrivato a 108,31 dollari al barile, in rialzo del 3,6%, mentre il Wti ha raggiunto 103,35 dollari, con un progresso del 3,3%. Il mercato sta incorporando non soltanto il rischio di una riduzione immediata dell’offerta, ma anche la possibilità che le tensioni sulle infrastrutture e sulle rotte commerciali durino più a lungo del previsto.

La corsa del petrolio si somma a quella del gas europeo. Il Ttf aveva già superato quota 81 euro nei giorni scorsi, toccando livelli che non si vedevano dal dicembre 2022. Per l’Europa il problema è particolarmente delicato perché prezzi più elevati all’ingrosso possono progressivamente trasferirsi sulle bollette, sui costi di produzione delle imprese e sui trasporti, rendendo più difficile il rientro dell’inflazione.

La Fed torna verso una stretta

È proprio il rischio inflazione a complicare la settimana delle banche centrali. La Federal Reserve concluderà mercoledì 16 settembre la sua riunione di politica monetaria. Dopo gli ultimi dati sui prezzi statunitensi e il nuovo shock energetico, i mercati attribuiscono ormai una probabilità vicina al 90% a un rialzo dei tassi di un quarto di punto. Sarebbe il primo aumento dalla metà del 2023.

Anche Goldman Sachs e J.P. Morgan hanno modificato le proprie previsioni, passando a indicare come scenario centrale una stretta da 25 punti base. J.P. Morgan prevede inoltre un secondo intervento entro dicembre. Per la Fed il dilemma è evidente: un petrolio stabilmente sopra i 100 dollari rischia di rallentare la discesa dell’inflazione e di alimentare nuove pressioni sui prezzi proprio mentre l’istituto tenta di mantenere sotto controllo le aspettative di famiglie e imprese.

Anche il Giappone prepara un rialzo

La settimana potrebbe consegnare una seconda stretta monetaria importante. Venerdì 18 settembre toccherà alla Bank of Japan, e le attese sono orientate verso un aumento di 25 punti base, che porterebbe il costo del denaro all’1,25%. Un sondaggio Reuters tra gli economisti mostra un consenso particolarmente ampio sulla decisione, mentre gli investitori guardano già alle indicazioni sui prossimi interventi.

Per Tokyo pesano l’inflazione interna e la debolezza dello yen, ma un ulteriore aumento del petrolio rappresenta un elemento aggiuntivo di pressione per un Paese fortemente dipendente dalle importazioni di energia.

Borse in rosso, tecnologia sotto pressione

Il nervosismo si è immediatamente trasferito ai listini. In Asia le vendite hanno colpito soprattutto le società legate all’intelligenza artificiale e ai semiconduttori, mentre a Wall Street i future indicano un avvio negativo. Il Nasdaq 100 cedeva circa l’1,7%, contro lo 0,7% dell’S&P 500 e lo 0,2% del Dow Jones.

Sul settore tecnologico pesa anche il dibattito sulla sicurezza dell’intelligenza artificiale. Dario Amodei, numero uno di Anthropic, ha chiesto alle aziende del settore di rallentare lo sviluppo dei modelli più avanzati; indicazioni condivise anche da Sam Altman di OpenAI e Elon Musk. Le dichiarazioni hanno colpito un comparto che negli ultimi anni ha attirato enormi flussi di capitale e sostenuto una parte rilevante della crescita dei mercati azionari.

Energia, inflazione, tassi e tecnologia si trovano così a convergere nella stessa seduta. Il rischio per i mercati è che lo shock petrolifero costringa le banche centrali a mantenere una politica monetaria restrittiva più a lungo, proprio mentre le valutazioni di una parte dell’azionario restano elevate. La durata dello stop all’oleodotto saudita e l’evoluzione delle tensioni sulle rotte del Golfo saranno quindi decisive per capire se l’impennata delle materie prime resterà un episodio temporaneo o diventerà una nuova fonte strutturale di inflazione.