Napoli

Una "grande svegliata" a Roma e a Bruxelles, prima che la morsa dei costi energetici e delle normative comunitarie finisca per decapitare il sistema manifatturiero. Dal palco dell'assemblea pubblica dell'Unione Industriali di Napoli, il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, alza drasticamente il tiro sulle politiche per la transizione ecologica e punta il dito contro i ritardi cronici dell'Italia. Al centro ci sono il caro-energia, le rinnovabili e le penalizzazioni in arrivo per i settori energivori a causa del sistema ETS.

Il cortocircuito energetico: Europa superata dai competitor globali

Commentando le recenti aperture della presidente della Commissione UE, Ursula von der Leyen, Orsini non nasconde il disappunto per un ritardo culturale e politico accumulato negli anni. «Mi fa piacere che ci siamo accorti oggi del fatto che l'energia sia ormai una priorità, noi non lo diciamo da oggi - ha tuonato il leader degli industriali -. La verità è che si sta facendo ancora troppo poco, mentre gli altri continenti stanno viaggiando a una velocità che in confronto alla nostra è tripla».

Mentre Stati Uniti, Cina e i Paesi del Mercosur continuano a investire massicciamente l'Europa rischia l'implosione competitiva. «Va benissimo la decarbonizzazione - avverte Orsini - ma se non sappiamo essere competitivi, deindustrializzeremo l'Europa». Da qui la richiesta perentoria: un mercato unico europeo dell'energia, una ridistribuzione dei costi legati alle rinnovabili e, soprattutto, un cambio di passo a livello nazionale dove «abbiamo ancora oltre mille concessioni che non vengono messe a terra. Tutti richiamano le rinnovabili, ma nessuno le mette a terra».

Affondo sull'ETS: «Fatta una schifezza, interi settori a rischio chiusura»

Il passaggio più duro della relazione di Orsini riguarda il sistema di scambio delle quote di emissione dell'Unione Europea (ETS), definito senza mezzi termini «una schifezza». Un provvedimento che, secondo Confindustria, sta già strangolando comparti storici del Made in Italy. «Io mi meraviglio che ancora qui stiamo parlando di ETS - ha polemizzato il presidente -. Noi avevamo chiesto l'abolizione, perché sapevamo già che avrebbero fatto una schifezza e purtroppo è stata fatta». A pagare il conto più salato sono filiere strategiche come la ceramica, la carta e il vetro: «Abbiamo territori e settori che stanno soffrendo enormemente. Se vogliamo delocalizzare, fare in modo che i nostri imprenditori vadano all'estero, questa è la via giusta. Visto che noi li vogliamo qua, facessero in fretta. Ma non lo capiscono».

No alle misure spot: «Per fare un impianto servono tre anni»

Guardando all'agenda economica del Governo e alla prossima Legge di Bilancio, Confindustria mette in guardia contro il pericolo di interventi temporanei o dettati dalla propaganda elettorale. «Noi ci auguriamo che le misure spot non ci siano - ha ammonito Orsini - Chi vuole fare investimenti non li mette a terra in 6 o 8 mesi serve una visione a lungo termine. 

Il problema strutturale dell'Italia resta la burocrazia, un macigno che costa al Paese ancora 80 miliardi di euro e che trasforma l'apertura di un nuovo stabilimento (greenfield) in un calvario da tre anni di attesa. Per invertire la rotta, la proposta degli industriali guarda dritta al modello che sta funzionando al Sud: «Chiediamo una Zes unica del Paese, perché serve a semplificare – ha rimarcato Orsini –. Una delle cose positive della Zes è che in trenta giorni si ottengono le autorizzazioni».

Il Mezzogiorno come motore e il capitolo manovra

Nonostante le criticità sistemiche, il Sud si conferma l'area del Paese più dinamica. Forte dei dati legati alla Zes unica - che ha attratto oltre 1.400 domande, sbloccato 9 miliardi di investimenti e creato 25mila posti di lavoro - Confindustria intende blindare il rilancio meridionale. Nelle dieci proposte che l'associazione presenterà a ottobre in vista della manovra, «ci sarà sicuramente un capitolo, forse due, sul Mezzogiorno», perché l'obiettivo resta quello di «avere un’Italia che viaggia tutta alla stessa velocità». Una visione a lungo termine che, secondo gli industriali, rappresenta l'unica vera ancora di salvezza per la competitività nazionale.