Avellino

Quattordici giornate alla fine del girone G di Serie D, quello, per intenderci, che doveva e forse poteva essere una passeggiata; dieci punti di ritardo dalla capolista Lanusei, quella che "tanto, prima o poi tanto crolla"; un punto nelle ultime due partite: 1-1 a Colleferro, contro il Città di Anagni, e k.o. al “Salveti” contro il Cassino: 2-1. Sono questi i numeri, impietosi, che condannano il Calcio Avellino alla realtà di ritrovarsi pressoché tagliato fuori dalla corsa per il primo posto con un anticipo semplicemente inaccettabile per il blasone della piazza e le legittime aspettative dei tifosi, soprattutto per come il progetto Sidigas era stato scelto e presentato alla piazza, la scorsa estate, dall'ex sindaco del capoluogo irpino, Vincenzo Ciampi.

La verità, invece, è che serve un miracolo sportivo per ricucire uno strappo diventato così ampio dall'essere potenzialmente impossibile da “rammendare”, anche perché la sensazione, sgradevole, è che la squadra, senza mordente, in maniera più o meno consapevole, si sia accomodata sull'eventualità di un ripescaggio chiacchierato ma tutto da verificare; al quale, il patron De Cesare, raggiunto ieri all'esterno dello stadio da alcuni tifosi, avrebbe spiegato di non volersi rassegnare, ma glissando circa l'eventualità.

In occasione di questo colloquio, lo stesso De Cesare avrebbe puntato il dito contro la squadra sottolineando come sia stata adeguatamente rinforzata; ammesso di sperare di spuntarla come per il caso Young, sponda basket, in quello Alfageme, ed evidenziato che le partite in casa le ha vinte il pubblico e non il gruppo allenato da Giovanni Bucaro.

Già, il tecnico e i calciatori, che ieri sera, al rientro ad Avellino, hanno sostenuto un duro confronto con i supporter che li attendevano alla porta carraia per manifestare la propria rabbia per lo scarso impegno ravvisato nelle ultime uscite. La risposta: comprensione per l'amarezza, massimo impegno. Parole a rimbombare nel silenzio sempre più assordante della dirigenza. Al 28 gennaio, resta, solo, l'aleggiare di un triste epilogo preannunciato: quello che il campionato sia già finito.