“La metropolitana leggera rientra in quelle scelte devastanti che avrebbero dovuto portare benefici ad Avellino e, invece, causeranno solo altri disastri”. Lapidario Antonio Gengaro, vicesindaco quando l'amministrazione di Nunno per prima parlò di trasporti ecocompatibili. Progetto che avrebbe assicurato il fiume di milioni di euro poi versati all'Europa nel corso degli anni per opere, in larga parte rimasti incompiute. Una serie di interventi che comprendeva anche il progetto poi stravolto in quel mostro pali e fili, arrivato oggi all'onore delle cronache nazionali. Sistema che venerdì prossimo sarà elettrificato in parte.
“Ma – spiega Gengaro – se non si ripensa la politica complessiva dei trasporti in città, si arriverà presto al collasso. Il vantaggio in termini ambientali della metropolitana di superficie, non giustifica infatti il caos che andrà a creare”.
Dichiarazioni che confermano ciò che abbiamo già evidenziato nella nostra ampia inchiesta sull'argomento.
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Senza corsie preferenziali e parcheggi che dovrebbero alleggerire lo stress creato dall'opera sulla viabilità, la città verrà paralizzata. In realtà, l'ex vicesindaco si spinge oltre, descrivendoci quel piano che rientrava nel modello che avrebbe consegnato al capoluogo irpino un rinnovamento complessivo. Una città votata alla corretta fruizione degli spazi e al rispetto della tutela ambientale, oggi direttrici fondamentali dei maggiori contesti urbani europei.
“Il nostro progetto si integrava con un'idea coraggiosa ma imprescindibile – conferma Gengaro - pedonalizzare il centro cittadino e ridurre al minimo il traffico in quella zona. Attraverso un 'ampia area a traffico limitato e i parcheggi di interscambio posti in zone strategiche della città: fra le altre, nei pressi del Fenestrelle, nella zona industriale di Pianodardine, all'uscita dell'autostrada. Così da invitare anche chi arrivava in città, a parcheggiare l'auto e procedere a piedi. Immaginavamo un trasporto urbano agile e veloce, auto ridotte al minimo”.
Con il viale alberato dei platani, maestoso ingresso cittadino che con la sua imponenza e frescura avrebbe riassunto, anche simbolicamente, le caratteristiche della provincia che il capoluogo deve rappresentare. Quel verde e quell'aria salubre nel quale intersecare un funzionante piano di trasporti leggero.
Un'Avellino che, proprio per posizione geografica, potrebbe facilmente identificar quel complesso residenziale posto a metà fra le realtà salernitane e quelle del napolitano. Dove rifugiarsi per fuggire al caos delle metropoli. E, invece, quell'idea è stata frantumata dalle due esperienze amministrative successive.
“Nel 2006 – racconta sempre Gengaro - l'allora assessore alla mobilità, Raffaele Pericolo, passò la patata bollente della metropolitana leggera all'assessorato ai lavori pubblici che avallò il nuovo progetto. Giocarono un ruolo chiave nella scelta l'assessore del ramo, Ivo Capone, e il dirigente della commissione preposta, l'ingegner Masi. Poi, e non credo per caso, Galasso fece di tutto per non completare l'opera. Immagino si fosse reso conto delle polemiche che sarebbero inevitabilmente piovute. Poi negli anni dalla nostra progettazione che ha assicurato quei fondi ai quali hanno fatto affidamento tutti quelli venuti dopo. Combinando i disastri che oggi scontiamo. Disastri che l' amministrazione attuale, quella Foti, ha più ereditato che peggiorato”.
Proteste che oggi hanno inglobato anche le denunce di alcuni cittadini per tutte le incognite che l'opera si porta dietro. Ma c'era troppa paura di dover restituire i fondi all'Europa. E, immaginiamo, ci si era spinti troppo in là anche con i proclami.
Lo capiamo. Ma non possiamo tacere. E le domande che ripetiamo da mesi restano senza risposta: chi gestirà la metropolitana leggera? Dove saranno messe le corsie preferenziali delle quali si parla? Come faranno gli enormi autobus scelti ad innestarsi nella viabilità senza creare caos? Che ne è stato dei tratti aggiuntivi che dovevano collegare le periferie? Dove si parcheggeranno le automobili?
Questi solo alcuni dei dubbi, ai quali chi è preposto non ha risposto esaustivamente. A noi, e a chi è venuto dopo. Grazie alla cassa di risonanza dei media nazionali, queste domande hanno raggiunto le case di migliaia di italiani.
Da città giardino, a città ferma ai pali. Un triste film lungo quindici anni.
Andrea Fantucchio