Havel: non basta spiegare il mondo, bisogna anche comprenderlo

L’uomo del dissenso anti-sovietico che poi divenne presidente della sua nazione

havel non basta spiegare il mondo bisogna anche comprenderlo

Václav Havel rappresenta una figura particolare nella storia non solo della caduta dell’unione sovietica ma nell’immaginario globale delle lotte per la democrazia. La capacità di coniugare il suo essere poeta, scrittore, drammaturgo, filosofo con l’azione pratica, militante e concreta dei suoi ideali hanno reso Havel un’ esempio più che un’icona della lunga storia delle lotte per la libertà. 
Inizia l’attività politica con la redazione del documento Charta 77, diventa in breve tempo tra i massimi esponenti del dissenso anti-totalitario dei regimi sovietici. Nel 1989 durante la “rivoluzione di velluto” che in tre giorni fa cadere il regime Cecoslovacco, è in prima fila e viene arrestato per l’ennesima volta. 
Nel dicembre del 1989 con la prima Assemblea costituente eletta è Presidente della Cecoslovacchia, carica che conserva fino al 1992 anno della dissoluzione dello stato unitario. Dal 1983 al 2003 viene invece scelto come Presidente della Repubblica Ceca. 
In questo discorso che tenne nel 1992, Havel, con la sua visione innovativa, lucida, profonda e intelligente riscopre e sottolinea il valore dell’attesa in politica come nella vita. Partendo da Godot arriva ad un’analisi meravigliosa della trasformazione dello spazio ex-sovietico. Quella sua analisi, nel vedere ed analizzare la situazione contemporanea di molte realtà geografiche di quello spazio, suona oggi come un allarme che purtroppo non fu ascoltato.

Vengo tra voi da un paese che per lunghi anni è vissuto nell'attesa della sua libertà. Mi sia consentito cogliere questa occasione per presentare una breve riflessione sul fenomeno dell'attesa. Si può aspettare in modi diversi. Quello di Aspettando Godot, incarnazione dell'attesa della liberazione e salvezza universale, occupa uno degli estremi dell'ampio ventaglio delle diverse forme d' attesa. Per molti di coloro che, come noi, vivevano nell'area comunista l'attesa era spesso o anche permanentemente di un tipo assai vicino a questa forma estrema. Accerchiati, rinchiusi, colonizzati all'interno dal sistema totalitario, gli individui avevano perduto ogni speranza di trovare una via d'uscita, ogni volontà d' azione e persino il senso della possibilità di agire. In breve, avevano perduto la speranza,  tuttavia non avevano perduto il bisogno di sperare. Non potevano perderlo, poiché senza speranza la vita si svuota del suo significato. Per questo aspettavano Godot. Non potendo portare in sé la speranza, l'attendevano da qualche vaga forza salvifica esterna. Ma Godot, l'oggetto dell'attesa, non viene mai, semplicemente perché non esiste, perché è soltanto un surrogato della speranza, il prodotto della nostra impotenza: non una speranza ma un'illusione. Uno straccetto per rattoppare un'anima lacerata, a sua volta pieno di buchi. La speranza di gente che non spera. All'altra estremità del ventaglio un altro modo di aspettare: l'attesa che è pazienza; l'attesa di chi crede che resistere dicendo la verità è una questione di principio. Lo si fa semplicemente perché va fatto, senza chiedersi se domani quest'impegno darà i suoi frutti o se sarà stato vano. In un'attesa forte di questa convinzione non ci si preoccupa dell'eventuale valorizzazione della verità ribelle, non ci si chiede se un giorno trionferà o se al contrario, come tante altre volte, sarà soffocata. Ripeterla, questa verità, ha un senso in sé: se non altro quello di aprire una breccia nel regno della menzogna generalizzata. Inoltre - ma soltanto in seconda linea - è un'attesa ispirata alla convinzione che il grano seminato un giorno metterà radici e germoglierà. Nessuno sa quando. Un giorno. Forse per altre generazioni. Questo atteggiamento, che per semplificare chiameremo dissidenza, presupponeva la pazienza e la coltivava. Ci ha insegnato a essere pazienti. Ci ha insegnato l'attesa, l'attesa come pazienza, lo stato di chi spera, non quello della disperazione. Si potrebbe dire che aspettare Godot non ha senso, è mentire a se stessi e dunque è una perdita di tempo, mentre quest'altro modo di aspettare un senso ce l'ha. Non è più una pietosa bugia ma è vivere con amarezza nella verità, e questo non fa perdere tempo, anzi rende giustizia al tempo. Aspettare che germogli il grano - buono per definizione - non è come aspettare Godot. Aspettare Godot è aspettare la fioritura di un giglio che non abbiamo mai piantato. Per evitare qualsiasi malinteso va detto che tra i cittadini dei paesi dell'area comunista non si poteva fare una distinzione netta tra chi aspettava Godot da una parte e i dissidenti dall'altra. Eravamo tutti, in qualche misura, ora di quelli che aspettavano Godot, ora dissidenti: c'era chi propendeva più verso il primo gruppo, chi verso l'altro. Da tutto questo si può comunque trarre la constatazione che un'attesa non ne vale un'altra. La mia riflessione non nasce da un pressante bisogno di rievocare nostalgicamente il passato, ma punta invece a scoprire il significato che questa esperienza può avere per il futuro. Permettetemi di parlare per un attimo in prima persona. Benché allenato a questa pazienza dell'attesa dei dissidenti e convinto del suo significato profondo, in questi ultimi tre anni, dopo la pacifica rivoluzione anti-totalitaria, sono precipitato in uno stato di impazienza che sfiorava la disperazione. Mi tormentavo all'idea che i cambiamenti erano lenti, che il mio paese era tuttora privo di una costituzione democratica, che i cechi e gli slovacchi non riuscivano ad accordarsi per convivere in uno stesso Stato, che tardavamo ad avvicinarci al mondo democratico occidentale e alle sue strutture, che eravamo incapaci di farci carico del nostro passato con saggezza, che stentavamo a eliminare i residui del passato regime con tutta la sua desolazione morale. Mi struggevo dal desiderio di veder realizzato almeno uno di questi obiettivi, per poterlo radiare dall'elenco come un problema risolto, liquidato, perché il mio lavoro alla guida del paese producesse finalmente un risultato visibile, tangibile, incontestabile, innegabile, qualcosa di compiuto. Mi costava fatica rassegnarmi all'idea che la politica fosse un processo senza fine, come la storia, un processo che non ci consente mai di dire: ecco, questo è fatto, finito, concluso. Era come se avessi semplicemente dimenticato di aspettare, di aspettare nel solo modo che ha un senso. Oggi, in questa fase di regresso, ho tutto il tempo per ripensarci. E comincio a comprendere che la mia impazienza mi ha fatto soccombere proprio a una tendenza che avevo sempre sottoposto a un'analisi critica. Soccombevo a una forma di impazienza tra le più distruttive, quella della civiltà tecnocratica moderna imbevuta della propria razionalità, convinta - a torto - che il mondo sia un gioco di parole incrociate con una sola soluzione giusta, la cosiddetta soluzione obiettiva: una soluzione della quale sarei stato io il solo a decidere i tempi. Senza rendermene conto, soccombevo di fatto alla certezza perversa di essere il padrone assoluto della realtà, un padrone la cui sola vocazione doveva essere quella di perfezionare questa realtà secondo una formula bella e fatta. E poiché spettava a me soltanto scegliere il momento per applicarla, non c'era nessuna ragione per non farlo subito. Un grave errore In due parole, pensavo che il tempo fosse mio. Ero caduto in un grave errore. Il mondo, l'Essere e la Storia sono regolati da tempi propri, sui quali possiamo, è vero, intervenire creativamente, ma che nessuno può mai dominare. Il mondo e l'Essere non obbediscono ciecamente alle ingiunzioni di qualche tecnocrate o politico. Rifiutano di aderire ai loro tempi, rifiutano le loro spiegazioni distruttive. Così come il mondo, l’Essere e la Storia hanno i loro segreti che colgono alla sprovvista la ragione moderna, fondamentalmente razionalista, hanno anche percorsi propri, tortuosi e sotterranei. Voler sopprimere questa impenetrabile "tortuosità" con infernali dighe comporta molti rischi, dalla distruzione delle falde freatiche fino ai tragici cambiamenti della biosfera. Ripensando alla mia impazienza politica devo necessariamente constatare che il politico di oggi e di domani - permettetemi qui di utilizzare il concetto di "politico postmoderno" - deve imparare ad attendere, nel senso migliore e più profondo del termine. Non si tratta più di aspettare Godot. Quest'attesa deve essere espressione di un certo rispetto per il movimento intrinseco dell'Essere, per la sua evoluzione, per la natura delle cose, per la loro esistenza e dinamica autonome e refrattarie a qualsiasi manipolazione violenta; e deve essere sostenuta dalla volontà di lasciare a ogni fenomeno la libertà di rivelare il proprio fondamento, la propria vera sostanza. Il comportamento del politico postmoderno non deve più procedere da un'analisi impersonale, bensì da una visione personale. Invece di fondarsi sull'orgoglio deve nutrirsi di umiltà. Diversamente dalle macchine, il mondo rifiuta di sottostare a un controllo assoluto. Non può essere ricostruito da cima a fondo a partire da un qualsiasi concetto tecnico. Gli utopisti che lo hanno creduto hanno finito per provocare spaventose sofferenze. Il mondo si ribella contro l'ordine imposto dal cervello: un cervello che sembra aver dimenticato di essere solo una modesta parte di quest'architettura infinitamente ricca che si chiama mondo. Quanto più il mondo viene costretto, con rigida impazienza, entro categorie razionali, tanto maggiori sono le esplosioni dell'irrazionalità con la quale ci sorprende. Sì, io pure, critico sarcastico di tutti gli orgogliosi esegeti di questo mondo, ho dovuto ricordarmi che non basta spiegare il mondo; bisogna anche comprenderlo. Non basta imporgli le proprie parole; bisogna tendere l'orecchio e rimanere in ascolto della "polifonia" dei suoi messaggi spesso contraddittori. Non basta descrivere in termini scientifici i meccanismi delle cose e dei fenomeni, bisogna sentirli, viverli nella loro anima. Non basta tener conto del calendario stabilito da noi per la nostra azione sul mondo; bisogna anche onorare un calendario infinitamente più complesso, quello che il mondo impone a se stesso, parte integrante delle molte migliaia di calendari autonomi che regolano una moltitudine infinita di fenomeni naturali, storici e umani. Peraltro, è impossibile inventare Godot. L'esempio di un Godot immaginario, quello che finisce per arrivare e che quindi è finto, quel Godot che pretendeva di salvarci e ha soltanto decimato e distrutto è stato il comunismo. Ho dunque constatato con orrore che la mia impazienza di veder ristabilita la democrazia aveva qualcosa di comunista; o anche, in senso più generale, qualcosa di razionalista: l'unità dei Lumi. Volevo far progredire la storia un po' come un bambino che si mette a tirare una pianta per farla crescere più in fretta. Credo che bisogna imparare ad aspettare così come si impara a creare. Seminare pazientemente il grano, annaffiare assiduamente la terra che lo ricopre e concedere alle piante i loro tempi. Non si può ingannare una pianta come non si può ingannare la Storia, ma si può annaffiarla. Pazientemente, tutti i giorni. Con comprensione, con umiltà e anche con amore. Se i politici e i cittadini imparassero ad aspettare nel senso migliore del termine, manifestando così il loro rispetto per l'ordine intrinseco delle cose e per la loro insondabile profondità, se comprendessero che ogni cosa in questo mondo ha i suoi tempi e che al di là di ciò che ci si aspetta dal mondo e dalla Storia è importante sapere ciò che il mondo e la Storia si aspettano, allora l'umanità non potrebbe finire così male come a volte immaginiamo. Signore e signori, vengo da un paese pieno di gente impaziente. Sono forse impazienti perché hanno aspettato Godot per tanto tempo e ora hanno l'impressione che sia finalmente arrivato. È un errore non meno monumentale di quello di averlo atteso. Godot non è venuto. Ed è bene che sia così, perché se un Godot arrivasse sarebbe solo il Godot immaginario, quello comunista. È soltanto maturato ciò che doveva maturare. E questo frutto avrebbe potuto maturare prima se avessimo saputo annaffiare meglio la pianta. Il nostro compito ora è uno solo: trasformare i frutti di questo raccolto in nuovi semi e annaffiarli pazientemente. Non c'è nessuna ragione per essere impazienti se si è seminato e annaffiato bene. Basta comprendere che la nostra attesa non è priva di senso. È un' attesa che ha senso perché nasce dalla speranza e non dalla disperazione, dalla fede e non dalla sfiducia, dall'umiltà davanti ai tempi di questo mondo e non dalla paura. La sua serenità non è improntata alla noia ma alla tensione. Un'attesa del genere è qualcosa di più che stare semplicemente ad aspettare. È la vita, la vita in quanto partecipazione gioiosa al miracolo dell'Essere.