Ad Amendolara, a pochi metri dalla stazione di servizio dove quattro braccianti sono stati bruciati vivi in un’auto, la protesta è diventata memoria e denuncia. Il corteo promosso da Flai Cgil e Cgil ha portato in strada migliaia di persone per ricordare Waseem Khan, Fazal Amin Khogyani, Ullah Ismat Qiemi e Amjad Safi, tre afghani e un pachistano uccisi in una vicenda che la magistratura di Castrovillari indaga come omicidio plurimo aggravato. Due uomini sono stati arrestati dopo le immagini di videosorveglianza e il racconto dell’unico sopravvissuto.
Il corteo e i nomi delle vittime
Sul palco non c’erano solo i nomi dei quattro lavoratori morti nel Cosentino. La manifestazione ha voluto allargare lo sguardo agli altri braccianti stranieri morti nelle ultime settimane, in incidenti, aggressioni, roghi e condizioni di marginalità estrema. È stata una scelta politica e civile: dire che la strage di Amendolara non è un fatto isolato, ma il punto più feroce di un sistema in cui il lavoro agricolo può trasformarsi in ricatto, paura, dipendenza dai caporali e invisibilità sociale.
Il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, ha chiesto di applicare le leggi già esistenti e di colpire le filiere dello sfruttamento. La sua accusa non si ferma all’agricoltura: riguarda anche edilizia, logistica e tutti i settori in cui una parte dell’impresa scarica il profitto sulla fragilità dei lavoratori. Per Landini, il punto non è scrivere nuove norme, ma imporre allo Stato di usarle fino in fondo contro chi sfrutta, minaccia e organizza lavoro irregolare.
Schlein chiede una procura per le agromafie
La manifestazione ha avuto anche un forte peso politico. Accanto ai sindacati c’erano la segretaria del Pd, Elly Schlein, il leader di Avs, Nicola Fratoianni, una delegazione del Movimento 5 Stelle e amministratori locali con la fascia tricolore. Schlein ha chiesto il sequestro preventivo delle aziende che impiegano lavoratori sfruttati e la creazione di una procura specializzata contro le agromafie. La leader dem ha legato la morte dei braccianti alla responsabilità dell’intera filiera, dai campi fino alla distribuzione, perché dietro il prezzo basso dei prodotti agricoli possono nascondersi salari negati, alloggi indegni e violenze.
Il segretario della Flai Cgil, Giovanni Mininni, ha parlato di uno strapotere dei caporali e, in molte aree, della criminalità organizzata. È il nodo più difficile da sciogliere: lo sfruttamento non vive solo nei campi, ma nella rete di trasporti, affitti, documenti, intermediazioni illegali e minacce che rende molti braccianti dipendenti da chi promette lavoro e poi lo trasforma in dominio.
La risposta del governo
La ministra del Lavoro Marina Calderone, dopo il vertice istituzionale a Reggio Calabria con il presidente della Regione Roberto Occhiuto, ha annunciato controlli straordinari per l’estate, più ispettori e l’uso di tecnologie, compresi i droni, per individuare situazioni di sfruttamento nelle campagne. Il governo rivendica il potenziamento dell’Ispettorato nazionale del lavoro, dei Nuclei ispettivi dei carabinieri e dei progetti di mediazione culturale per raggiungere i lavoratori più esposti al ricatto.
Calderone respinge però l’idea che il salario minimo sia la risposta decisiva al caporalato. Secondo la ministra, il problema non si risolve con un parametro economico astratto, ma con contrattazione collettiva, trasparenza della filiera e applicazione delle norme penali già previste. È una linea che l’opposizione contesta, sostenendo che senza una soglia salariale legale e senza controlli più capillari i lavoratori più fragili continueranno a restare esposti.
Una ferita che riguarda tutto il Paese
La strage di Amendolara costringe l’Italia a guardare dentro uno dei suoi paradossi più duri: un’agricoltura che produce eccellenze e ricchezza, ma che in alcune aree convive con ghetti, paghe da fame, trasporti clandestini e controllo criminale della manodopera. Il corteo non ha chiesto solo giustizia per quattro uomini uccisi, ma una rottura con l’abitudine a considerare inevitabile ciò che avviene lontano dalle città e vicino ai campi.
Il punto politico è tutto qui: stabilire se la morte dei braccianti resterà un’emergenza di pochi giorni o diventerà il confine oltre il quale lo Stato, le imprese e la grande distribuzione saranno obbligati a cambiare passo. Perché il caporalato non è soltanto un reato. È un modello di potere che prospera dove il lavoro non ha voce.
