È morto Camillo Ruini, il cardinale che segnò la Chiesa italiana

Aveva 95 anni. Fu il principale interprete della stagione ecclesiale di Wojtyla

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Presidente della Cei per sedici anni e vicario di Roma fino al 2008, trasformò la presenza pubblica dei cattolici dopo la fine della Dc. Il suo nome resta legato al confronto su famiglia, bioetica e politica

È morto a Roma, all’età di 95 anni, il cardinale Camillo Ruini, per oltre un decennio uno degli uomini più influenti della Chiesa italiana e uno dei collaboratori più ascoltati da Giovanni Paolo II. La notizia della scomparsa è stata diffusa nella serata di martedì 16 giugno. Da tempo il porporato affrontava seri problemi di salute, dopo l’infarto che nel luglio 2024 ne aveva reso necessario il ricovero al Policlinico Gemelli e il successivo aggravamento delle condizioni registrato nel maggio scorso.

Nato a Sassuolo il 19 febbraio 1931, Ruini era stato presidente della Conferenza episcopale italiana dal 1991 al 2007 e vicario generale del Papa per la diocesi di Roma fino al 2008. La sua lunga permanenza ai vertici della Cei attraversò il tramonto della Democrazia cristiana, la nascita della Seconda Repubblica e il progressivo venir meno dell’unità politica dei cattolici.

L’uomo scelto da Wojtyla

Formatosi alla Pontificia Università Gregoriana, dove conseguì le licenze in filosofia e teologia, Ruini fu ordinato sacerdote nel 1954. Insegnò a lungo filosofia e teologia dogmatica prima di essere nominato vescovo ausiliare di Reggio Emilia nel 1983. Tre anni dopo Giovanni Paolo II lo chiamò a Roma come segretario generale della Cei. Nel 1991 arrivarono quasi contemporaneamente la presidenza dei vescovi italiani, il vicariato della diocesi romana e la porpora cardinalizia.

Il rapporto con il Papa polacco fu decisivo. Ruini divenne l’interprete italiano di una Chiesa intenzionata a non ritirarsi dalla società e a intervenire apertamente sui grandi temi culturali e politici. La sua linea non puntava più alla ricostruzione di un unico partito cattolico, ma alla capacità della gerarchia ecclesiastica di orientare il dibattito pubblico e di dialogare con forze politiche differenti.

Quella stagione sarebbe stata definita “ruinismo”: un modello di presenza ecclesiale fondato sulla centralità della questione antropologica, sulla difesa della famiglia tradizionale e sulla contrapposizione al relativismo culturale. La sua influenza andò ben oltre l’amministrazione ordinaria della Chiesa e contribuì a definire il rapporto tra episcopato, istituzioni e partiti nella Seconda Repubblica.

Il confronto con la politica

Con Ruini la Cei assunse un ruolo particolarmente visibile. Il cardinale intervenne nei passaggi più delicati della vita italiana, mantenendo un dialogo costante con i governi e con il Quirinale. La sua sensibilità era nettamente distante dalla sinistra sui temi etici, ma il suo metodo non coincideva formalmente con l’adesione a un singolo partito.

La stagione del centrodestra guidato da Silvio Berlusconi trovò nell’episcopato ruiniano un interlocutore attento, soprattutto sui temi della famiglia, della scuola cattolica e della bioetica. Il momento di maggiore esposizione arrivò nel 2005, quando la Chiesa italiana invitò gli elettori a non partecipare ai referendum sulla procreazione medicalmente assistita. Il mancato raggiungimento del quorum fu considerato una delle più evidenti dimostrazioni della capacità di mobilitazione della Cei.

Ruini conosceva però anche esponenti di provenienza politica diversa. Aveva celebrato il matrimonio di Romano Prodi, mantenne rapporti istituzionali con Carlo Azeglio Ciampi e osservò con interesse le esperienze di governo di Mario Draghi e Giorgia Meloni. Il tratto dominante restava la convinzione che il cattolicesimo dovesse continuare a esercitare un’influenza riconoscibile nella vita nazionale.

Filosofia, fede e governo della Chiesa

Prima ancora che uomo di apparato, Ruini fu uno studioso. La filosofia tedesca, il pensiero di Tommaso d’Aquino e la riflessione antropologica di Wojtyla costituirono i riferimenti centrali della sua formazione. Il suo linguaggio, ordinato e razionale, contribuì a costruirne l’immagine di stratega lucido, poco incline alle manifestazioni pubbliche di emotività.

Il confronto con Joseph Ratzinger fu soprattutto teologico. Ruini sostenne la sua elezione nel conclave del 2005 e condivise con Benedetto XVI l’attenzione alla crisi culturale dell’Occidente e al rapporto tra fede e ragione. Partecipò inoltre al conclave che elesse il Papa tedesco e, negli anni successivi, presiedette il comitato scientifico della Fondazione vaticana dedicata a Ratzinger.

Più complesso fu il rapporto con il pontificato di Francesco. Pur riconoscendone la capacità di mostrare il volto materno della Chiesa, Ruini espresse negli ultimi anni valutazioni critiche su alcune scelte ecclesiali e sulla progressiva perdita di presenza del cattolicesimo nella società occidentale.

L’eredità di una stagione

Dopo aver lasciato la guida della Cei e il vicariato di Roma, Ruini continuò a studiare, scrivere e intervenire nel dibattito ecclesiale. Presiedette anche la commissione internazionale incaricata di esaminare le presunte apparizioni di Medjugorje, consegnando le conclusioni alla Congregazione per la Dottrina della fede nel 2014.

La sua morte chiude una delle stagioni più riconoscibili della Chiesa italiana contemporanea. Per i sostenitori fu il cardinale capace di impedire l’irrilevanza pubblica dei cattolici dopo il crollo della Dc. Per i critici trasformò la Cei in un soggetto politico troppo esposto e troppo vicino alle forze conservatrici.

Resta il peso di un protagonista che per sedici anni guidò l’episcopato italiano e contribuì a orientare il rapporto tra fede, società e potere. Un uomo di pensiero e di governo, legato in modo indissolubile alla visione di Giovanni Paolo II e alla convinzione che la Chiesa non dovesse limitarsi a osservare la storia, ma tentare di indirizzarla.