La riforma della caccia approda nell’Aula del Senato e apre uno dei confronti parlamentari più accesi della legislatura sui temi ambientali. Il disegno di legge 1552, presentato dal presidente dei senatori di Fratelli d’Italia, Lucio Malan, insieme ai capigruppo della maggioranza, modifica la legge 157 del 1992 sulla protezione della fauna selvatica e sul prelievo venatorio. La discussione è stata inserita nel calendario di Palazzo Madama per mercoledì 17 giugno, dopo il lungo esame nelle commissioni Ambiente e Agricoltura.
Per il centrodestra, il provvedimento serve ad aggiornare una disciplina vecchia di oltre trent’anni e a riconoscere ai cacciatori un ruolo più ampio nella gestione della fauna. Le opposizioni e le associazioni animaliste parlano invece di una liberalizzazione dell’attività venatoria, ribattezzando il testo “Sparatutto”.
Calendari e territori al centro dello scontro
Il disegno di legge interviene su diversi aspetti dell’attuale sistema. Tra i punti più contestati figurano l’ampliamento delle possibilità di caccia, la revisione dei calendari venatori, il numero delle specie abbattibili e il regime delle aziende faunistico-venatorie private.
Le organizzazioni ambientaliste denunciano inoltre il rischio di una maggiore apertura dell’attività venatoria in aree fino a oggi sottoposte a limitazioni, comprese spiagge, valichi montani e zone prossime ai territori protetti. Nel testo e negli emendamenti vengono affrontati anche la cattura e l’impiego dei richiami vivi, le modalità di controllo della fauna e l’accesso all’attività da parte dei cacciatori stranieri.
Uno dei nodi più delicati riguarda il rapporto tra le decisioni politiche e i pareri scientifici dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale. Le associazioni temono che il peso dell’Ispra venga ridotto attraverso il coinvolgimento di organismi faunistico-venatori nei quali sono rappresentati anche interessi territoriali e di categoria.
Il fronte del no
Le opposizioni hanno annunciato una dura battaglia parlamentare. Partito democratico, Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi e Sinistra e le altre forze contrarie alla riforma contestano l’impostazione generale del provvedimento e chiedono che la legge del 1992 venga rafforzata sul versante della tutela della biodiversità, anziché modificata per estendere le possibilità di caccia.
Il fronte contrario non è limitato alle minoranze. Michela Vittoria Brambilla, deputata di Noi Moderati e presidente dell’intergruppo parlamentare per i diritti degli animali, ha ribadito la propria opposizione a ogni ampliamento dell’attività venatoria, arrivando a indicare il referendum tra gli strumenti utilizzabili per perseguire l’abolizione della caccia.
Nei mesi scorsi oltre 400 mila firme sono state consegnate simbolicamente al Parlamento dalle petizioni promosse da Fondazione Capellino, Legambiente, Lipu e Wwf Italia. Le organizzazioni chiedono di fermare la riforma e di garantire una maggiore protezione della fauna, della biodiversità e delle persone che frequentano boschi e campagne.
Le obiezioni delle associazioni
Nel mirino degli ambientalisti ci sono anche alcuni emendamenti riguardanti la caccia durante le fasi migratorie, l’utilizzo di strumenti ottici, l’attività sui terreni innevati e la gestione delle aziende venatorie private.
Le associazioni sostengono che alcune modifiche possano aumentare il rischio di abbattimenti illegali e rendere più difficili i controlli. Una trentina di sigle ha rivolto un appello al ministro dell’Ambiente, Gilberto Pichetto Fratin, chiedendo il ritiro del provvedimento e denunciando una possibile incompatibilità con le norme europee sulla protezione degli uccelli e degli habitat.
La polemica è aumentata dopo la diffusione di una comunicazione inviata dalla Commissione europea alle autorità italiane nel dicembre 2025. Secondo le associazioni che hanno reso pubblico il documento, Bruxelles avrebbe evidenziato criticità rispetto alle direttive europee Uccelli e Habitat. La lettera non costituisce una bocciatura legislativa definitiva, ma segnala il rischio che alcune disposizioni possano aprire un nuovo contenzioso con l’Unione.
I cacciatori rivendicano un ruolo ambientale
Di segno opposto la posizione delle organizzazioni venatorie. Federcaccia considera la riforma un cambio di paradigma e chiede che il cacciatore venga riconosciuto come soggetto attivo nella gestione del territorio e nel controllo degli squilibri faunistici.
Secondo i sostenitori del disegno di legge, l’attività venatoria può contribuire al contenimento delle specie diventate eccessivamente numerose, alla riduzione dei danni all’agricoltura e al monitoraggio delle aree rurali. Da qui la definizione dei cacciatori come “bioregolatori”, utilizzata nel dibattito politico dalla maggioranza.
Il settore respinge inoltre l’accusa di voler cancellare le tutele ambientali e chiede un confronto meno ideologico, fondato sulla distinzione tra caccia regolamentata e bracconaggio.
Una battaglia da centinaia di emendamenti
Il percorso parlamentare si annuncia lungo. Durante l’esame in commissione erano già stati depositati centinaia di emendamenti e subemendamenti. Nel settembre 2025 il Senato ne registrava 599, insieme a 45 subemendamenti e sei ordini del giorno; il fascicolo dell’Aula raccoglie ora ulteriori proposte di modifica e richieste di intervento sul testo.
La maggioranza punta a portare avanti la riforma, mentre le opposizioni intendono utilizzare gli emendamenti per modificare o rallentare il provvedimento. Al centro non c’è soltanto il futuro della caccia, ma anche il confine tra gestione della fauna, tutela della biodiversità, sicurezza di chi frequenta gli ambienti naturali e rispetto degli obblighi europei.
Il voto del Senato rappresenterà soltanto il primo passaggio. In caso di approvazione, il testo dovrà essere esaminato anche dalla Camera dei deputati, dove il confronto tra maggioranza, opposizioni e associazioni è destinato a riaprirsi.
