Tavolara Bay, i miliardari dietro il resort

Nel progetto extra lusso in Sardegna spunta la clausola sul contributo pubblico

tavolara bay i miliardari dietro il resort

Tra holding estere, trust e società offshore, emergono i nomi degli investitori del piano turistico davanti a Tavolara. Nei documenti compare anche l’ipotesi di una sovvenzione governativa

Il caso Tavolara Bay si allarga dal terreno ambientale a quello finanziario. Il progetto turistico di lusso previsto nell’area di Cala Finanza, nel territorio di Loiri Porto San Paolo, non è più soltanto una battaglia tra sviluppo e tutela del paesaggio. Le carte societarie portano infatti dentro la vicenda una rete internazionale di capitali, famiglie facoltose, manager globali e veicoli registrati tra Lussemburgo, Bahamas, Isole Vergini Britanniche, Malta, Delaware e Wyoming.

Al centro resta un piano ambizioso: hotel a cinque stelle, ville di pregio, servizi ricettivi, strutture sportive e un campo da golf in uno dei punti più delicati della costa gallurese, davanti all’isola di Tavolara e all’area marina protetta Tavolara-Punta Coda Cavallo. Un intervento presentato dai promotori come investimento strategico per il turismo di alta gamma, ma contestato dalla Regione Sardegna e dalle associazioni ambientaliste per l’impatto su un contesto paesaggistico di valore eccezionale.

La clausola sul contributo pubblico

Il passaggio più sensibile riguarda una formula contenuta nello statuto della società italiana titolare del progetto, Tavolara Bay Srl. Nei documenti compare il riferimento a un possibile “Contributo Governativo”, definito come una sovvenzione in denaro che il governo italiano potrebbe versare alla società nell’ambito del contratto di sviluppo turistico legato all’operazione.

Non si tratta, allo stato, di un’erogazione già acquisita. Ma il fatto che l’ipotesi sia stata inserita nello statuto con un meccanismo autonomo di riequilibrio tra soci rende la clausola politicamente rilevante. Il contributo pubblico, se arrivasse, potrebbe incidere sul valore della società e attivare un sistema di compensazione a favore dei soci di minoranza.

È qui che il progetto cambia natura nel dibattito pubblico. Una cosa è autorizzare un investimento privato, altra è prevedere, anche solo come possibilità contrattuale, che un’operazione sostenuta da investitori multimilionari possa beneficiare di denaro pubblico.

Gli italiani in prima linea

Tra i soci italiani emergono Alberto Biancu, amministratore delegato e volto del progetto, Carlo Di Biagio, manager con esperienze in gruppi come Procter & Gamble, Ducati e Roberto Cavalli, Ezio Simonelli, presidente della Lega Serie A ed ex commercialista vicino all’area berlusconiana, e Davide Bizzi, imprenditore immobiliare attivo con Bizzi & Partners.

Le quote italiane sono minoritarie, ma la loro posizione appare centrale nella governance e nei passaggi amministrativi. Proprio a questi soci si riferirebbe il meccanismo di claw-back previsto in caso di arrivo del contributo governativo entro il termine indicato nei documenti societari.

La sede milanese della società, riconducibile allo studio di Simonelli, conferma il peso della componente italiana nella struttura formale dell’operazione. Ma il controllo economico del progetto guarda soprattutto all’estero.

Il fronte brasiliano e i capitali globali

La quota principale fa capo al gruppo brasiliano JHSF, legato a José Auriemo Neto e al marchio Fasano, nome noto nel turismo e nell’hotellerie di lusso. Accanto al gruppo brasiliano compare la holding lussemburghese Csfg Re Europe, dietro la quale si muove un articolato mosaico di investitori internazionali.

Tra i nomi indicati nelle ricostruzioni documentali figurano Claudio Moniz Barreto Garcia, economista brasiliano e membro del board di AB InBev, il gruppo mondiale della birra che controlla marchi come Corona, Budweiser e Stella Artois, e Miguel Nuno Da Mata Patricio, manager portoghese già ai vertici di AB InBev e poi alla guida di Kraft Heinz.

Nella galassia degli investitori compare anche Alexandre Behring da Costa, figura di primo piano della finanza brasiliana, cofondatore di 3G Capital e legato a operazioni globali come Burger King, AB InBev e Kraft Heinz. In Italia il suo nome è noto anche per l’acquisizione della Pro Recco, club simbolo della pallanuoto mondiale.

Società offshore e trust familiari

La catena partecipativa passa anche attraverso fondi e società con sede in giurisdizioni a fiscalità privilegiata o con regimi societari opachi. Tra questi vengono citati veicoli riconducibili alle Isole Vergini Britanniche, alle Bahamas, al Delaware, a Malta e al Wyoming.

È un assetto non illegittimo in sé, ma politicamente delicato quando l’operazione riguarda un territorio sottoposto a vincoli ambientali e quando nei documenti societari viene contemplata l’eventualità di una sovvenzione pubblica. La domanda che attraversa il caso è semplice: perché un progetto sostenuto da capitali così robusti dovrebbe prevedere anche un possibile contributo governativo?

Il nodo è ancora più sensibile perché l’area di Cala Finanza si affaccia su uno dei sistemi naturalistici più riconoscibili della Sardegna nord-orientale. La Regione Sardegna, guidata da Alessandra Todde, ha contestato la decisione del governo e ha rivendicato la necessità di rispettare le norme regionali di tutela del paesaggio.

La procedura Zes e lo scontro istituzionale

Il progetto ha beneficiato della procedura legata alla Zes Unica per il Mezzogiorno, che consente percorsi autorizzativi semplificati per interventi economici considerati strategici. Di fronte alle opposizioni della Regione Sardegna e del Ministero della Cultura, la decisione è arrivata sul tavolo del Consiglio dei ministri, che il 4 giugno 2026 ha consentito la prosecuzione dell’iter.

Per i promotori, si tratta di uno strumento legittimo per superare i tempi lunghi della burocrazia e avviare un investimento capace di generare lavoro, indotto e turismo di fascia alta. Per i critici, invece, la procedura rischia di diventare un grimaldello per aggirare le regole paesaggistiche e aprire la strada a nuovi interventi immobiliari sulle coste sarde.

Il confronto non è dunque soltanto tecnico. È politico, istituzionale e culturale. Da una parte c’è l’idea di una Sardegna competitiva nel mercato internazionale del lusso. Dall’altra c’è la difesa di un modello di tutela costiera che per decenni ha rappresentato uno degli argini alla trasformazione edilizia del litorale.

Il punto ancora aperto

La vicenda Tavolara Bay resta in evoluzione. L’autorizzazione governativa non chiude il percorso, perché restano passaggi amministrativi, verifiche ambientali e possibili iniziative giudiziarie. Ma l’emersione della clausola sul “Contributo Governativo” aggiunge un nuovo livello di pressione sulla trasparenza dell’operazione.

Ora la questione non riguarda solo cosa si potrà costruire davanti a Tavolara, ma anche chi finanzia davvero il progetto, chi ne trarrà beneficio e se il pubblico possa avere un ruolo economico in un investimento privato destinato a una clientela esclusiva.