La crisi idrica torna a bussare alla porta del governo nel momento più caldo dell’anno. Dopo undici mesi dall’ultima seduta, il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo Salvini ha convocato per il 9 luglio una nuova riunione della Cabina di regia nazionale per la crisi idrica, l’organismo nato per coordinare interventi, fondi e priorità contro la scarsità d’acqua.
La decisione arriva mentre il Nord misura già gli effetti di una stagione segnata da temperature elevate, fiumi sotto pressione e richieste sempre più forti dal mondo agricolo. A far precipitare il quadro è stata la mossa del presidente del Veneto, Alberto Stefani, che il 2 luglio ha dichiarato lo stato di emergenza regionale per siccità, denunciando un deficit idrico di circa 2,4 miliardi di metri cubi nell’anno idrologico e portate inferiori alla media storica per i principali fiumi veneti.
La goccia veneta
Il caso del Veneto non è isolato, ma ha dato una forma politica a un problema che da settimane attraversa più territori. La Regione chiede più acqua dai bacini collegati a Emilia-Romagna, Lombardia e alle province autonome di Trento e Bolzano, con l’obiettivo di proteggere campagne e produzioni agricole. È una richiesta che mostra quanto la crisi idrica non sia più soltanto emergenza climatica, ma questione di governo delle risorse.
Il punto critico è proprio questo: quando l’acqua diminuisce, ogni scelta diventa conflitto. Servono deflussi per l’irrigazione, ma servono anche riserve per l’idroelettrico. Servono livelli adeguati nei laghi, ma i territori turistici temono esondazioni e danni alle strutture sulle rive. Senza una regia nazionale attiva, le decisioni finiscono spesso per trasformarsi in trattative locali, con agricoltori, gestori energetici, consorzi e amministrazioni costretti a misurarsi su una risorsa sempre più fragile.
Le guerre dell’acqua
Le tensioni delle ultime settimane lo confermano. Tra Lomellina e Vercellese si è acceso lo scontro sui prelievi dal Sesia, con il fabbisogno delle risaie da una parte e la produzione idroelettrica dall’altra. In primavera, invece, il confronto si era spostato sul Lago Maggiore, dove l’innalzamento dei livelli per garantire riserve al bacino padano ha incontrato la protesta di sindaci e operatori turistici preoccupati per l’inizio della stagione.
La riattivazione della cabina serve dunque a rimettere ordine in una partita che non può essere gestita solo per emergenze successive. La scarsità idrica è diventata strutturale: riguarda l’acqua potabile, l’agricoltura, l’energia, la tutela degli ecosistemi e la sicurezza dei territori. Ogni settore chiede priorità, ma il sistema nazionale continua a scontare ritardi pesanti.
I fondi ci sono, le opere no
Il paradosso italiano è che le risorse economiche non mancano. Il cosiddetto Pacchetto Acqua del Pnrr vale circa 4,3 miliardi di euro. A questi si aggiungono fondi del Piano nazionale complementare e altre linee di investimento, per un quadro complessivo che arriva a circa 6 miliardi. Salvini punta inoltre a recuperare ulteriori 500 milioni dal Pnrr.
Il problema è la messa a terra. Il Pniissi, il Piano nazionale di interventi infrastrutturali e per la sicurezza nel settore idrico, prevede 418 opere tra invasi, derivazioni, adduzioni e acquedotti, per un fabbisogno complessivo di circa 12 miliardi di euro. La Corte dei conti ha però segnalato ritardi nelle tempistiche di attuazione procedurale e finanziaria, oltre a situazioni di stasi su interventi chiave.
È il nodo antico della politica idrica italiana: molti piani, molti soggetti coinvolti, molte competenze sovrapposte. Nel frattempo le reti continuano a perdere una quota enorme dell’acqua immessa in distribuzione. Secondo i dati statistici più recenti, la dispersione resta attorno al 42%, una percentuale che rende evidente quanto la crisi non dipenda soltanto dalla pioggia che manca, ma anche da infrastrutture vecchie, fragili e spesso non digitalizzate.
Una regia da rendere stabile
La nuova seduta del 9 luglio dovrà chiarire se la Cabina di regia tornerà a essere uno strumento operativo o resterà una risposta d’urgenza alla pressione politica e climatica di queste settimane. In gioco non c’è solo la gestione dell’estate, ma la capacità del Paese di decidere dove trattenere acqua, come distribuirla, quali opere accelerare e quali sprechi ridurre.
La siccità ha già smesso di essere un evento eccezionale. È diventata una condizione ricorrente, che alterna carenza d’acqua, alluvioni improvvise e territori più esposti. Per questo la convocazione della Cabina di regia dopo quasi un anno pesa più di una semplice riunione tecnica: è il segnale che la crisi idrica è tornata al centro dell’agenda, ma anche che il tempo perso sulle infrastrutture comincia a presentare il conto.
