Era stata assunta nel 2023 a tempo indeterminato come cassiera in un supermercato di Rimini, ma pochi mesi dopo il suo lavoro si era trasformato in un incubo. Offese continue, umiliazioni davanti a clienti e colleghi e un clima sempre più pesante. Alla fine era arrivato anche il licenziamento. Ora il Tribunale di Rimini ha messo fine alla vicenda stabilendo che il provvedimento dell’azienda era illegittimo. La lavoratrice, una quarantenne, dovrà essere reintegrata e riceverà circa 61mila euro tra indennizzo e risarcimento per il danno subito.
Il licenziamento e la causa in tribunale
La donna era stata licenziata nel 2024 con l’accusa di irregolarità legate all’utilizzo di buoni sconto. Durante il processo, tuttavia, queste contestazioni sono risultate infondate. Nel procedimento avviato contro l’azienda è emerso che la dipendente era stata presa di mira da un responsabile del supermercato che per mesi l’avrebbe insultata e mortificata pubblicamente. Il giudice Lucio Ardigò, della sezione lavoro del tribunale riminese, ha ricostruito l’intera vicenda ascoltando numerosi testimoni, tra colleghi e clienti del punto vendita.
Insulti continui e danni psicologici
Secondo quanto emerso nel processo, il superiore avrebbe ripetutamente umiliato la lavoratrice con frasi offensive e aggressive. Gli attacchi verbali sarebbero avvenuti anche davanti ai clienti del supermercato. Per accertare le conseguenze sulla salute della dipendente, il tribunale ha disposto una perizia medico-legale. L’esame ha confermato che la donna ha sviluppato un disturbo dell’adattamento con ansia e umore depresso legato allo stress lavorativo. Nella sentenza si parla di condotte sistematiche e prevaricanti, protratte nel tempo e tali da creare un ambiente di lavoro opprimente e degradante.
La condanna per mobbing
Il tribunale ha quindi riconosciuto la presenza di mobbing lavorativo, definito come una serie di comportamenti vessatori e persecutori finalizzati a isolare ed emarginare il lavoratore. Per questo motivo il giudice ha annullato il licenziamento, ordinato la reintegrazione della dipendente e condannato l’azienda al pagamento di 12 mensilità di indennizzo, circa 21mila euro, oltre a 40mila euro di risarcimento danni per mobbing. Alla somma si aggiungono interessi e spese legali. Una decisione che chiude l’odissea della lavoratrice e rappresenta una delle rare sentenze in cui il mobbing sul posto di lavoro viene riconosciuto con testimonianze e perizie ritenute pienamente convincenti dal tribunale.
