Emergono nuovi dettagli sul percorso che ha portato all’adozione del bambino uruguaiano da parte di Nicole Minetti. Una coppia residente a Pan de Azúcar, nell’entroterra di Maldonado, sostiene di aver ospitato il piccolo per circa due anni prima che venisse affidato definitivamente a una famiglia straniera. Il racconto è stato diffuso dall’emittente locale Telenoche e riporta una versione dei fatti che risalirebbe al 2019, quando il bambino aveva circa tre anni.
Due anni di legame familiare
Secondo la testimonianza, il piccolo avrebbe trascorso molto tempo con la coppia, condividendo momenti quotidiani e ricorrenze familiari. «Gli facevamo anche le festicciole di compleanno», raccontano, descrivendo un rapporto che nel tempo si era consolidato. L’uomo spiega che inizialmente era stato detto loro che il bambino «non lo voleva nessuno», ma la coppia, già con figli naturali, avrebbe deciso comunque di avviare il percorso di adozione. Nel frattempo, avevano iniziato a preparare la casa per accoglierlo stabilmente.
Le pratiche e l’idoneità
La donna racconta di aver avviato le procedure presso l’Inau, l’ente uruguaiano competente in materia. Documenti, verifiche e valutazioni psicologiche sarebbero state completate, fino a ottenere – secondo il loro racconto – un giudizio di idoneità. Anche il marito conferma di aver seguito tutto l’iter richiesto, tra certificati e incontri con specialisti, ricevendo rassicurazioni sulla possibilità concreta di adottare il bambino.
La telefonata inattesa
Poi, improvvisamente, il silenzio da parte delle istituzioni. «Avevamo notato che non si facevano più sentire», raccontano. Fino alla chiamata che avrebbe cambiato tutto: «Ci spiace, ma il piccolo è stato assegnato a una famiglia straniera». Una decisione che, secondo la coppia, sarebbe arrivata senza preavviso e che ha interrotto bruscamente un percorso che sembrava ormai avviato verso l’adozione.
interrogativi aperti
La vicenda solleva interrogativi sulle modalità di assegnazione e sui criteri seguiti nelle procedure internazionali. Al momento non risultano repliche ufficiali da parte dell’Inau né ulteriori chiarimenti istituzionali. Il caso riporta l’attenzione sulla complessità dei percorsi adottivi e sulle dinamiche spesso poco trasparenti che possono accompagnarli, soprattutto quando coinvolgono più Paesi.
