Aveva attraversato quasi tutta la sua vita in Italia, eppure la cittadinanza italiana non era mai arrivata. Abderrahim Fakir aveva lasciato il Marocco quando era ancora un bambino, seguendo la famiglia a Bologna. Aveva sette anni. Da allora erano trascorsi trentacinque anni, tra il lavoro, due matrimoni, gli affetti e una quotidianità costruita nella provincia emiliana.
Sarebbe diventato padre, marito, lavoratore. Non avrebbe ancora compiuto 43 anni quando è morto in via Italo Svevo, nel quartiere Pilastro, durante un intervento della polizia. Il suo corpo è rimasto per ore nel cortile della zona dei garage, separato dai familiari e dai residenti dal nastro degli investigatori.
Dietro quel perimetro cominciava l’inchiesta. Fuori, invece, restavano le urla di Katia e Mohamed, la sorella e il fratello arrivati sul posto dopo avere ricevuto la notizia. «Era un bonaccione», hanno ripetuto, respingendo l’immagine di un uomo pericoloso e chiedendo che ogni passaggio dell’intervento venga ricostruito.
L’infanzia in Italia e il lavoro nella logistica
La famiglia Fakir si era trasferita dal Marocco quando Abderrahim frequentava ancora le scuole elementari. Bologna era diventata la sua città, il luogo della crescita e delle relazioni. La sua posizione sul territorio era regolare, ma non aveva ottenuto la cittadinanza italiana. Secondo quanto riferito dai parenti, aveva avviato una nuova procedura amministrativa ed era in attesa di una risposta.
Nella vita adulta aveva lavorato nel settore del facchinaggio e della logistica. Organizzava traslochi, movimentazione delle merci e squadre di collaboratori. Alcune ricostruzioni lo indicano come responsabile, o titolare, di un’attività del comparto. Viveva a Borgonuovo, frazione di Sasso Marconi, alle porte di Bologna.
Si era sposato due volte. Il primo matrimonio era stato con una donna italiana, il secondo con una donna di origine marocchina. I familiari descrivono una vita ordinaria, attraversata negli ultimi mesi da un lutto che lo aveva segnato profondamente: la morte della madre.
Era un dolore ancora vicino, mai davvero assorbito. Nelle ore successive alla tragedia, i parenti lo hanno ricordato come una persona fragile e provata, non come una minaccia. È una testimonianza familiare, destinata ora ad affiancarsi agli accertamenti giudiziari e alle immagini registrate durante l’intervento.
L’ultima mattina al Pilastro
Il Pilastro era un luogo conosciuto da Fakir. Frequentava amici e parenti nella zona e, secondo le informazioni raccolte dopo la morte, si trovava in via Svevo proprio per incontrare una persona. La sera precedente aveva bevuto una birra con il cognato in un chiosco non lontano.
La mattina successiva alcuni residenti hanno chiamato le forze dell’ordine segnalando un uomo agitato nell’area dei garage e il danneggiamento di un’automobile. La Questura di Bologna ha riferito che gli agenti erano intervenuti su richiesta dei cittadini e che, durante il contenimento, erano stati aiutati anche da alcune persone presenti.
I filmati diffusi mostrano Fakir immobilizzato a terra, con il volto rivolto verso il basso, mentre chiede aiuto e ripete «basta». Gli agenti gli bloccano le braccia e successivamente le caviglie. A un certo punto l’uomo smette di muoversi. Le registrazioni delle bodycam sono state consegnate alla magistratura.
I problemi di salute riferiti dai parenti
Familiari e conoscenti hanno raccontato che Abderrahim Fakir soffriva d’asma e di problemi cardiaci. In passato, sostengono, aveva avuto bisogno di cure ospedaliere. Da qui nasce il dubbio che la sua agitazione potesse essere collegata anche a una crisi respiratoria o a un malore.
Si tratta di elementi che dovranno essere verificati attraverso la documentazione clinica e, soprattutto, con l’autopsia disposta dalla Procura di Bologna. L’esame dovrà stabilire la causa della morte e valutare l’eventuale incidenza delle condizioni pregresse, dello spray urticante, delle modalità di immobilizzazione e dei tempi del soccorso.
L’Azienda Usl di Bologna ha avviato un’indagine interna sull’intervento sanitario. Secondo la cronologia comunicata dall’azienda, l’ambulanza è stata inviata alle 12.17 ed è arrivata alle 12.30. Alle 12.36 è stata richiesta l’automedica, giunta sul posto alle 12.53, quando è stato constatato il decesso.
La rabbia dei fratelli e la richiesta di giustizia
Nel cortile di via Svevo, la morte di Fakir è diventata immediatamente una ferita collettiva. I fratelli hanno cercato testimoni, video registrati dai balconi e fotografie che potessero documentare quanto era avvenuto. Katia Fakir ha accusato gli agenti di avere trattato il fratello con violenza e ha promesso di non fermarsi fino all’accertamento della verità.
Mohamed Fakir ha annunciato il coinvolgimento degli avvocati e l’intenzione di rivolgersi al Consolato del Marocco. Alla famiglia è arrivata anche la solidarietà della senatrice Ilaria Cucchi, che ha chiesto chiarimenti sulle modalità con cui l’uomo è stato immobilizzato e soccorso.
Le accuse dei familiari non costituiscono una ricostruzione giudiziaria. Saranno gli accertamenti tecnici, le testimonianze, i filmati e gli esami medico-legali a stabilire eventuali responsabilità. Ma quelle parole raccontano la distanza che, nelle ore successive alla morte, si è aperta tra la versione dei parenti e quella fornita dalle autorità.
Il quartiere sceso in strada
Al Pilastro, quartiere popolare e multietnico della periferia bolognese, la notizia ha richiamato in strada decine di persone. Italiani e cittadini di origine straniera si sono raccolti attorno ai familiari. La preghiera islamica intonata dai fratelli ha interrotto per qualche minuto le grida e la tensione.
Nel presidio organizzato dopo la morte sono comparsi cartelli e slogan contro le forze dell’ordine. Il sindaco Matteo Lepore e il presidente della Regione Michele de Pascale hanno chiesto che venga fatta piena luce con rapidità e trasparenza. Lepore ha invitato la città a riunirsi in piazza Nettuno per esprimere vicinanza alla famiglia e alla comunità del Pilastro.
Resta il ritratto di un uomo arrivato in Italia da bambino, diventato adulto tra Bologna e la sua provincia, impegnato in un lavoro faticoso e segnato da un lutto recente. Per chi gli era vicino, Abderrahim Fakir non era l’uomo incontrollabile descritto nelle prime segnalazioni, ma una persona che in quel momento poteva avere bisogno di assistenza.
Tra queste due rappresentazioni si muoverà l’inchiesta. Dovrà chiarire non soltanto che cosa abbia provocato la morte, ma anche se quelle richieste di aiuto siano state comprese e se il contenimento sia stato proporzionato alle condizioni dell’uomo.
