Seviziato dalla moglie per 20 mesi: «Trattato come un cane»

Un manager milanese denuncia violenze e umiliazioni. La Procura chiede il processo per l'ex moglie

seviziato dalla moglie per 20 mesi trattato come un cane

La donna ne avfrebbe assunto il controllo totale per farlo disintossicare. Pesa appena 53 chili e presenta ustioni e ferite. Agli atti 30mila video. Lei è accusata anche di aver sottratto 200mila euro

Venti mesi di violenze, umiliazioni e isolamento, fino a perdere quasi completamente la propria autonomia. Un manager milanese di 51 anni racconta di essere stato segregato e seviziato dalla moglie, costretto a mangiare nella ciotola del cane, privato del telefono, dei documenti e del denaro. Una vicenda emersa dopo una fuga disperata nel sud della Francia e ora al centro di un procedimento giudiziario a Milano, dove la Procura ha chiesto il rinvio a giudizio della donna, nel frattempo diventata ex moglie dell'imprenditore.

«Mi ha reso un fantasma», ha raccontato l'uomo nella denuncia che ha dato origine all'inchiesta. Una frase che riassume la condizione di isolamento psicologico e fisico descritta agli investigatori. Secondo l'accusa, per quasi due anni sarebbe stato sottoposto a maltrattamenti sistematici, minacce e mortificazioni, in un crescendo di violenze che avrebbe compromesso gravemente la sua salute.

La fuga a Saint-Tropez e il ricovero in ospedale

È il 9 ottobre 2024 quando il manager riesce ad allontanarsi dall'imbarcazione della coppia nel golfo di Saint-Tropez. Indossa un giaccone recuperato in fretta, non ha denaro né documenti. Si nasconde tra i vicoli del porto prima di trovare rifugio in un albergo, dove perde conoscenza e viene soccorso.

Le sue condizioni sono estremamente precarie. Pesa appena 53 chili, indossa pantaloni ormai troppo grandi, sporchi di sangue e feci. Due giorni dopo raggiunge il pronto soccorso di Legnano, dove i medici riscontrano un grave deperimento organico.

Il referto sanitario descrive condizioni igieniche precarie, bruciature di sigaretta sulla testa, sulle braccia, sulle gambe e nelle parti intime, oltre a graffi, labbra tumefatte, deformazioni del naso e unghie strappate dalle mani e dai piedi.

Davanti ai sanitari, l'uomo indica la persona che ritiene responsabile delle sue condizioni: «È stata mia moglie».

Da quel racconto prende forma un'indagine che ricostruisce una vicenda iniziata molto tempo prima, dietro le porte di un'abitazione nel centro di Milano.

Dalla vita agiata all'isolamento domestico

Prima dei fatti denunciati, il cinquantunenne conduceva una vita economicamente agiata. Imprenditore nel settore finanziario, con un'attività capace di fatturare circa mezzo milione di euro all'anno, viveva con la moglie in un elegante palazzo di corso Vercelli. La coppia condivideva interessi professionali e disponeva anche di un'imbarcazione.

Il rapporto, secondo la ricostruzione investigativa, precipita nel febbraio 2023, quando una violenta discussione viene udita anche dai vicini.

La donna avrebbe accusato il marito di frequentare prostitute, di avere una dipendenza dai siti pornografici e di averle trasmesso l'epatite B. Quest'ultima circostanza, secondo quanto accertato nell'inchiesta, sarebbe stata falsa.

Convinto di avere provocato un danno alla moglie e preoccupato per le conseguenze sulla propria reputazione professionale, l'imprenditore sarebbe progressivamente caduto in una condizione di dipendenza psicologica.

La consorte avrebbe sostenuto di volerlo aiutare a disintossicarsi, imponendogli però restrizioni sempre più pesanti. Il senso di colpa sarebbe diventato, secondo gli investigatori, uno strumento di controllo.

Le umiliazioni e le violenze contestate

Nel capo d'imputazione viene descritta una successione di comportamenti che avrebbero annullato progressivamente la libertà personale dell'uomo.

La moglie lo avrebbe costretto a rimanere chiuso nell'appartamento oppure sull'imbarcazione di famiglia, controllando il telefono e impedendogli di accedere a internet. Non avrebbe potuto disporre liberamente di documenti e denaro, né mantenere normali rapporti con l'esterno.

Alle restrizioni si sarebbero aggiunte violenze fisiche e mortificazioni quotidiane. Secondo l'accusa, il manager sarebbe stato colpito con il cellulare, preso a calci e picchiato con guinzagli. La donna gli avrebbe spento ripetutamente sigarette sul corpo.

Tra gli episodi contestati figurano anche l'obbligo di mangiare nella ciotola del cane, quello di urinare per strada e l'imposizione di rimanere immobile sul divano, una pratica che la donna avrebbe definito «fare la pianta».

L'uomo sarebbe stato inoltre minacciato con la prospettiva di false denunce e di possibili violenze nei confronti dell'anziana madre.

Per la Procura di Milano, questi comportamenti avrebbero determinato una condizione di totale isolamento sociale e assoggettamento psicologico.

Si tratta di accuse che dovranno essere esaminate in giudizio e rispetto alle quali resta ferma la presunzione di innocenza della donna.

Trentamila video agli atti dell'inchiesta

Uno degli elementi più rilevanti dell'indagine riguarda le registrazioni delle telecamere di sorveglianza installate sull'imbarcazione della coppia.

Agli atti sarebbero confluiti circa 30mila video che, secondo la ricostruzione accusatoria, documenterebbero diversi episodi di violenza.

Il materiale costituisce una parte importante degli accertamenti condotti dalla pubblica ministera Barbara Benzi, titolare del fascicolo.

L'inchiesta riguarda anche gli aspetti economici della vicenda. Secondo l'accusa, la donna avrebbe approfittato della condizione psicologica del marito per trasferire 200mila euro sul proprio conto corrente.

Da questa contestazione deriva l'ipotesi di circonvenzione d'incapace, che si aggiunge a quelle di maltrattamenti e lesioni personali aggravate dalle sevizie e dalla crudeltà.

Gli inquirenti avevano valutato anche la possibilità di contestare il reato di tortura, ma l'ipotesi è stata successivamente esclusa per ragioni di inquadramento giuridico.

La richiesta di processo e il risarcimento milionario

Il procedimento si trova ora nella fase dell'udienza preliminare davanti al giudice Fabrizio Filice, chiamato a pronunciarsi sulla richiesta di rinvio a giudizio presentata dalla Procura.

I legali del manager descrivono una condizione di sofferenza protratta per venti mesi e parlano espressamente di torture, pur trattandosi di una qualificazione che non corrisponde a uno dei reati formalmente contestati.

Per i danni fisici, psicologici ed economici denunciati, la difesa dell'imprenditore ha avanzato una richiesta di risarcimento superiore a un milione di euro.

La vicenda ha avuto anche un ulteriore sviluppo giudiziario. Nel giugno 2026, il giudice per le indagini preliminari di Milano ha archiviato una controdenuncia presentata dalla donna nei confronti dell'ex marito, ritenendola una manovra tardiva finalizzata a influenzare gli accertamenti avviati dopo la fuga dell'uomo.

La richiesta di processo non equivale comunque a una condanna. Spetterà al giudice valutare la fondatezza dell'impianto accusatorio e decidere se la vicenda debba essere esaminata in dibattimento.

La violenza domestica e il controllo psicologico

Il caso richiama l'attenzione su una forma di violenza domestica nella quale le aggressioni fisiche si accompagnano al controllo economico, all'isolamento e alla progressiva limitazione dell'autonomia personale.

Nella ricostruzione della Procura, il manager sarebbe stato inizialmente condizionato attraverso il senso di colpa, per poi essere privato della possibilità di gestire liberamente la propria vita.

Le restrizioni avrebbero riguardato i contatti con altre persone, l'accesso al denaro, gli strumenti di comunicazione e perfino le normali attività quotidiane.

Una dinamica che può manifestarsi indipendentemente dal genere della persona che denuncia le violenze e dalle sue condizioni economiche o professionali.

Oggi l'imprenditore è tornato a vivere con i genitori. Secondo i suoi avvocati, le conseguenze psicologiche dell'esperienza continuano a pesare profondamente sulla sua vita.

La decisione del giudice sull'eventuale rinvio a giudizio rappresenterà il prossimo passaggio di una vicenda che dovrà essere accertata nel rispetto delle garanzie processuali.

Resta il racconto di un uomo che, dopo una vita professionale di successo, sostiene di avere perso ogni libertà all'interno della propria relazione. E che soltanto con la fuga da Saint-Tropez, nell'ottobre di due anni fa, sarebbe riuscito a interrompere quella condizione di isolamento.