Primarie: il cortocircuito della leadership "a geometria variabile"

L'ingorgo a croce uncinata in cui si è cacciata la segretaria dem e lo sgambetto dietro l'angolo

primarie il cortocircuito della leadership a geometria variabile

E allora la domanda diventa inevitabile: può uno strumento essere decisivo quando ti serve, e opzionale quando sei arrivato?

C’è un punto, leggendo le parole di Elly Schlein, in cui qualcosa smette di tornare. Non è una contraddizione plateale, di quelle che saltano subito all’occhio. È più sottile. Una specie di scivolamento. Frasi che, prese una per una, funzionano. Ma insieme iniziano a perdere coerenza.

A Verona, tra i padiglioni del Vinitaly, il messaggio è semplice: niente discussioni sulla leadership, niente giochi interni. “Nessuno mi ha posto il tema”, dice. E quindi meglio parlare di altro. Dei salari che calano, del costo della vita che sale, di un Paese che fatica sempre di più. Una scelta che suona anche giusta, quasi inevitabile.

Poi però arriva la televisione. A In Onda la domanda torna, e stavolta non si può evitare. Qui il tono cambia. Le primarie? Sì, certo, ma anche no. Dipende. Si può discutere. Si può trovare un accordo. E subito dopo, senza giri di parole: “Se farei la premier? Assolutamente sì”.

Il punto non è quella frase. È legittima, persino scontata per chi guida un partito. Il punto è il passaggio prima. Quello in cui le primarie smettono di essere una scelta identitaria e diventano una possibilità tra le altre. Non più il perno, ma uno degli strumenti disponibili, da usare oppure no.

Ed è lì che qualcosa stride davvero. Perché Elly Schlein non è arrivata alla guida del partito grazie a un accordo tra dirigenti. Ci è arrivata passando proprio da quelle primarie, da quei gazebo, da quel meccanismo aperto che ha permesso a chiunque di partecipare. È stata, in fondo, la dimostrazione che quel sistema funzionava. E allora la domanda diventa inevitabile: può uno strumento essere decisivo quando ti serve, e opzionale quando sei arrivato? Se la risposta è sì, il messaggio che passa è piuttosto chiaro. Le regole vanno bene finché ti aiutano. Dopo, si aggiustano. Non serve nemmeno negarle. Basta spostarle un po’ più in là, renderle flessibili, adattarle al momento.

Intanto, attorno, la coalizione si muove. Giuseppe Conte costruisce il suo percorso tra programma e passaggi interni, con il voto degli iscritti che serve a dare un sigillo, anche simbolico. Dall’altra parte, Angelo Bonelli prova a riportare tutti su un altro piano: meno discussioni sui nomi, più attenzione ai contenuti. In fondo stanno tutti cercando di rispondere alla stessa domanda: chi decide e come si decide.

Proprio per questo la posizione della segretaria del Pd pesa di più. Perché ha una storia recente, chiara, riconoscibile. E quando quella storia viene messa tra parentesi, anche solo un po’, la cosa si nota. Alla fine non è davvero una questione di primarie sì o primarie no. È una questione di coerenza. Di credibilità. Di quella linea sottile che separa il cambiare idea dall’adattarsi troppo.

E quando quella linea diventa difficile da vedere, il rischio è semplice: smettere di crederci.