C’è qualcosa di profondamente rivelatore nel fatto che ogni stagione politica italiana senta il bisogno di riscrivere le regole del voto. Non accade nelle democrazie mature. O meglio: non accade con questa ossessione. In Italia la legge elettorale non è mai stata davvero percepita come un’infrastruttura neutrale della Repubblica, ma come un’arma. Uno strumento di sopravvivenza. Un moltiplicatore di potere.
Ed è qui che il paragone con la cosiddetta “legge truffa” del 1953 diventa illuminante. Allora la Democrazia Cristiana di Alcide De Gasperi cercava di blindare la governabilità in un Paese appena uscito dalla guerra, immerso nella Guerra Fredda, con il Partito comunista più forte d’Occidente. Era una scelta contestabile, ma avveniva dentro un’Italia che votava in massa, partecipava, si riconosceva nei partiti, che portava alle urne più dell'80 per cento degli aventi diritto. La soglia era altissima: il 50 per cento dei voti validi. E soprattutto quella legge non riuscì nemmeno a produrre l’effetto sperato.
Oggi il quadro è quasi capovolto.
La democrazia della minoranza
Il punto davvero tagliente dello Stabilicum non è il premio di maggioranza in sé. Tutti i sistemi politici cercano un equilibrio tra rappresentanza e governabilità. Il punto è un altro: chi rappresenta davvero una maggioranza in un Paese dove metà degli elettori non vota più? Se una coalizione ottiene il 40 per cento dei voti in un sistema dove alle urne va il 55 per cento degli aventi diritto, quella coalizione governa con il consenso reale di poco più di un cittadino su cinque. Eppure riceverebbe il 60 per cento dei seggi. Non è solo una distorsione tecnica. È una trasformazione culturale della democrazia. La sovranità popolare smette di essere proporzionale alla società reale e diventa una costruzione artificiale prodotta dalla legge. Non governa più chi convince la maggioranza del Paese, ma chi riesce a organizzare meglio una minoranza motivata dentro una massa disillusa, sfiduciata, assente.
È qui che emerge il rischio evocato da molti costituzionalisti: non una dittatura classica, ma una “democrazia svuotata”, dove le istituzioni mantengono le forme del pluralismo mentre il potere effettivo si concentra sempre più in poche mani.
Il vero tema: la paura dell’instabilità
Dietro ogni riforma elettorale italiana degli ultimi trent’anni c’è sempre la stessa parola magica: stabilità. È diventata una specie di religione civile. Si è convinti che il problema principale dell’Italia siano i governi che cadono. Ma raramente ci si domanda se un governo stabile sia automaticamente un governo democratico o persino efficace. La verità è che la stabilità, da sola, non produce qualità politica. Produce solo durata. E la durata può servire tanto alle grandi riforme quanto alla cristallizzazione del potere. Il paradosso italiano è feroce: più si cerca la stabilità attraverso meccanismi artificiali, più cresce la distanza tra cittadini e politica. Più si riduce la rappresentanza, più aumenta l’astensionismo. E più cresce l’astensionismo, più diventa facile alterare il peso reale del consenso.
È un circolo vizioso.
Liste bloccate e cittadini invisibili
C’è poi un altro nodo spesso trattato come dettaglio tecnico ma che tecnico non è affatto: le liste bloccate. La possibilità per i vertici dei partiti di nominare i parlamentari senza preferenze popolari modifica radicalmente il rapporto tra eletto ed elettore. Il parlamentare non risponde più ai cittadini. Risponde al capo politico che lo ha collocato in lista. Così il Parlamento perde autonomia, si verticalizza, diventa sempre più un’estensione dell’esecutivo. E quando a questo si aggiunge il premierato, il rischio è evidente: concentrare simultaneamente il controllo del governo, della maggioranza parlamentare e indirettamente delle istituzioni di garanzia. Il problema, allora, non è solo “chi vince”. È quanto spazio resta al dissenso, alla rappresentanza, alla complessità sociale.
Una Repubblica sempre più personalizzata
Negli ultimi decenni tutte le maggioranze hanno tentato di costruirsi una legge elettorale favorevole. Dal Porcellum al Rosatellum, passando per l’Italicum, ogni riforma è nata con un obiettivo implicito: trasformare un vantaggio politico momentaneo in rendita istituzionale. Questo è il segno più chiaro della fragilità della Seconda Repubblica. Le regole non vengono pensate per durare. Vengono pensate per vincere.
Ed è qui che il dibattito sullo Stabilicum supera la semplice polemica politica. Perché tocca una questione molto più profonda: l’Italia sta ancora ragionando come una democrazia parlamentare o sta lentamente scivolando verso una forma plebiscitaria, centrata sul leader, sulla governabilità e sulla riduzione dei contrappesi?
La domanda vera non è se questa legge convenga alla destra o al centrosinistra. La domanda vera è se una democrazia possa sopravvivere a lungo quando una parte crescente dei cittadini percepisce il proprio voto come irrilevante.
E forse il dato più inquietante è proprio questo: il rischio non è che la democrazia venga abbattuta. È che venga lentamente resa superflua.
