La partita del centrosinistra riparte dal Nazareno, ma il vero tavolo è già quello delle prossime politiche. Alla direzione del Partito democratico, Elly Schlein prova a tenere insieme identità, alleanze e leadership, mentre fuori dalla sede dem la domanda che accompagna ogni dirigente è sempre la stessa: quali sono i punti non negoziabili per costruire una coalizione di governo?
La risposta arriva prima dai riformisti. Giorgio Gori indica l’Ucraina. Lorenzo Guerini parla di chiarezza in politica estera. È il segnale che dentro il Pd il dossier internazionale resta la linea di confine più delicata nel rapporto con il Movimento 5 Stelle. Schlein lo sa e apre la sua relazione proprio da qui: dal legame con gli Stati Uniti, da difendere su basi di rispetto e reciprocità, e dal sostegno a Kiev, da accompagnare con un nuovo protagonismo diplomatico europeo.
Il campo largo e la foto con Conte
La segretaria dem non arretra sull’alleanza progressista. Anzi, prova a rovesciare la polemica nata dopo la foto a tavola con Giuseppe Conte e i leader di Avs. Per Schlein la coalizione non va ristretta, ma allargata. Il messaggio è rivolto alla minoranza interna, ai centristi e agli osservatori esterni che guardano con sospetto a un asse troppo stretto tra Pd, M5S e sinistra.
Nella relazione, Schlein evita lo scontro frontale con gli alleati e insiste su un punto: l’alleanza c’è già, ha funzionato in diverse competizioni amministrative e deve ora crescere. Il programma, spiega, verrà discusso a settembre anche con le forze centriste. Intanto il Pd deve presidiare i temi su cui il centrodestra rivendica maggiore forza, a partire dalla sicurezza, che la segretaria definisce anche terreno democratico.
Conte cambia schema sulle primarie
Mentre il Pd discute al Nazareno, Giuseppe Conte introduce un elemento nuovo. Le primarie restano sul tavolo, ma non sono più l’unica strada. Il leader del Movimento 5 Stelle propone anche un metodo simile a quello usato per le regionali: scegliere insieme il candidato più competitivo.
La formula sembra tecnica, ma il significato politico è evidente. Conte non chiude alla consultazione popolare, ma apre a una trattativa tra partiti. Nel Pd c’è chi legge la mossa come una possibile trappola: se la scelta venisse rimessa a un tavolo, qualcuno potrebbe chiedere a tutti i leader di fare un passo indietro in nome della competitività.
Nello stesso intervento, Conte prova anche a smussare uno dei punti più controversi della sua esperienza di governo, il Superbonus. Oggi, dice, non lo rifarebbe perché non c’è più una pandemia. Una frase pensata per parlare anche a chi, nel mondo economico e nel centro moderato, teme il ritorno a Palazzo Chigi di una politica di spesa giudicata troppo espansiva.
Il nodo Renzi e la sedia per il centro
Nel mosaico delle alleanze resta aperta la questione Matteo Renzi. Conte rinvia il tema, sostenendo che non sia il momento di decidere se Italia Viva debba entrare o meno nella coalizione. Renzi replica duramente, accusando il leader pentastellato di riportare divisioni nel centrosinistra proprio mentre il centrodestra mostra crepe.
Schlein sceglie una linea più prudente. Non interferire con le dinamiche del centro, dice in sostanza, ma lasciare spazio a chi vorrà organizzarsi e partecipare alla costruzione dell’alternativa. Una posizione simile viene rilanciata da Andrea Orlando, che parla di alleanza costituzionale e di una sedia da lasciare sempre vuota per consentire l’ingresso di soggetti che oggi non si riconoscono pienamente nel perimetro del centrosinistra.
Anche Graziano Delrio invita a evitare l’immagine di un Pd schiacciato in un blocco con Avs e M5S. L’identità democratica, sostiene, deve restare il perno della coalizione. Ma nessuno, nella direzione, sceglie la via dello strappo.
La battaglia sulla legge elettorale
La segretaria torna poi sullo Stabilicum, la proposta di riforma elettorale che il Pd legge come un premierato di fatto. Per Schlein si tratta di un nuovo attacco alla Costituzione e per questo il partito deve fare muro in Parlamento e nel Paese.
Il tema non è separato dalla leadership del centrosinistra. Una legge che imponga o incentivi l’indicazione del candidato premier sulla scheda costringerebbe l’opposizione a risolvere prima del voto il nodo del capo della coalizione. Per questo il confronto su primarie, tavoli e competitività non è più rinviabile all’infinito.
La leader e le resistenze interne
Nella replica finale, Schlein sceglie anche un registro personale. Dice di percepire un pezzo di establishment insofferente all’idea di una leader progressista a Palazzo Chigi. E aggiunge di scontare il fatto di essere donna, di vivere con un’altra donna e di avere quarant’anni.
È una rivendicazione politica e identitaria, ma anche un messaggio interno. La segretaria vuole presentarsi come candidata naturale di un’alternativa ampia, senza chiudere la porta alle primarie e senza lasciare a Conte la regia del percorso.
Il centrosinistra, dopo la direzione del Pd, resta dunque un cantiere aperto. L’alleanza esiste, ma il programma è da scrivere. I rapporti con il centro sono da chiarire. La politica estera resta il banco di prova più sensibile. E la leadership, nonostante le rassicurazioni, è ancora il nodo che tutti evocano e nessuno può permettersi di sciogliere troppo tardi.
