Il Ferragosto indicato come primo possibile spartiacque è passato, ma tra Italia e Spagna la normalità di Schengen non è ancora tornata. Il governo italiano ha scelto di non revocare per ora i controlli temporanei introdotti sui collegamenti aerei e marittimi con la penisola iberica dopo la crisi migratoria di Ceuta. La decisione definitiva resta nelle mani della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, mentre il Viminale attende nuove valutazioni sulla situazione in Nord Africa. La notifica italiana alla Commissione europea prevede i controlli dal primo agosto al primo settembre.
Il dossier dell’intelligence
Nelle prossime ore il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi dovrebbe confrontarsi con il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani. Sul tavolo ci sarà anche il quadro aggiornato dell’intelligence, necessario a stabilire se siano ancora presenti condizioni tali da giustificare il mantenimento della misura. Già il 13 agosto Piantedosi aveva legato la revoca alla completa cessazione dei rischi per la sicurezza, confermando davanti al Comitato parlamentare Schengen la linea prudente scelta dall’esecutivo.
A rafforzare la posizione di chi nel governo invita a non accelerare sono arrivati gli eventi di Ferragosto. Le forze di sicurezza marocchine hanno impedito un nuovo tentativo di raggiungere Ceuta, fermando quasi 300 persone. Non si è ripetuta l’ondata di fine luglio, ma il nuovo movimento verso la frontiera ha dimostrato che la pressione nell’area non è completamente scomparsa. Per Roma è un elemento da inserire nella valutazione complessiva, anche se la situazione è molto diversa da quella che aveva provocato l’introduzione dei controlli.
La cautela italiana si confronta però con una realtà altrettanto evidente. Dopo l’ingresso di massa di fine luglio, Marocco e Spagna hanno rafforzato in modo consistente il dispositivo di sicurezza attorno all’exclave e Rabat ha impedito il nuovo passaggio su larga scala. Una parte consistente delle persone entrate durante la prima crisi è stata inoltre rimandata indietro, mentre alcune migliaia rimangono ancora a Ceuta.
Il nodo della reciprocità con Madrid
La questione ormai non è più soltanto migratoria. È diventata un problema politico e diplomatico tra Palazzo Chigi e il governo di Pedro Sánchez. Madrid ha giudicato sproporzionata la risposta italiana e, dopo il rifiuto di Roma di ritirare rapidamente i controlli, ha introdotto misure analoghe nei confronti dei viaggiatori provenienti dall’Italia. Il provvedimento spagnolo è entrato in vigore l’8 agosto e, secondo l’ordine pubblicato nel Boletín Oficial del Estado, è destinato a rimanere valido fino al 7 settembre, salvo una revoca anticipata.
È proprio la reciprocità a complicare la ricerca di una via d’uscita. Roma punta a evitare una decisione unilaterale che lasci in piedi soltanto le restrizioni spagnole. Da qui il tentativo di arrivare a una descalation coordinata, con la rimozione dei controlli da entrambe le parti. Ma, secondo quanto filtra dalle interlocuzioni diplomatiche, Madrid non sembra intenzionata a concedere all’esecutivo italiano una soluzione immediata dopo settimane di accuse reciproche.
Il quadro giuridico europeo consente agli Stati di ripristinare temporaneamente i controlli alle frontiere interne in presenza di una grave minaccia per l’ordine pubblico o la sicurezza. La Commissione europea ricorda però che si tratta di uno strumento eccezionale, da usare come ultima risorsa e nel rispetto dei criteri di necessità e proporzionalità. La partita tra Roma e Madrid riguarda quindi anche la tenuta politica di Schengen e la capacità dei due governi di riportare il confronto dentro un percorso condiviso.
La partita parallela con Berlino
A rendere più delicata la posizione italiana c’è intanto un secondo dossier migratorio, questa volta con la Germania. Berlino ha programmato il trasferimento verso l’Italia di tre migranti che, secondo le regole europee sulla competenza delle domande d’asilo, sono passati inizialmente dal territorio italiano prima di raggiungere quello tedesco. Il primo trasferimento è indicato a partire dal 19 agosto, mentre il Viminale ha già manifestato la propria contrarietà alla riaccoglienza.
Anche qui la diplomazia sta cercando uno spazio di mediazione. Piantedosi dovrebbe avere nuovi contatti con il suo omologo tedesco e resta possibile un confronto politico ai massimi livelli tra Giorgia Meloni e il cancelliere Friedrich Merz. Tra le ipotesi circolate nelle ultime ore figura un compromesso sul numero dei trasferimenti, in modo da evitare che lo scontro si trasformi in un nuovo caso europeo proprio mentre Roma è già impegnata nel difficile confronto con Madrid. Al momento, tuttavia, non risulta formalizzata un’intesa.
Per Meloni il rapporto con Berlino assume un peso particolare. Italia e Germania hanno interesse a mantenere aperto un canale politico stabile sui dossier europei, dall’immigrazione alla competitività, e un conflitto frontale sui trasferimenti rischierebbe di complicare una relazione considerata strategica da entrambi i governi. Roma punta quindi a distinguere il braccio di ferro con la Spagna dal negoziato con i tedeschi, cercando con questi ultimi una soluzione prima che i trasferimenti programmati entrino nella fase operativa.
Una revoca rinviata, non cancellata
La prospettiva resta quella di un ritorno alla libera circolazione senza controlli straordinari. Non è ancora stata fissata, però, una data per la revoca italiana. Il passaggio decisivo arriverà dopo le nuove valutazioni del Viminale, dell’intelligence e della presidenza del Consiglio. Nel frattempo, il fallimento del nuovo tentativo di ingresso a Ceuta offre argomenti sia a chi sostiene che il dispositivo di sicurezza stia funzionando, sia a chi ritiene che il rischio non sia ancora completamente rientrato.
La vera partita sarà politica. Occorrerà trovare un punto di caduta con Pedro Sánchez che consenta ai due Paesi di ritirare le misure senza trasformare la riapertura in una vittoria o in una sconfitta dell’uno sull’altro. Fino ad allora, il confine invisibile ricomparso tra due grandi Paesi dell’area Schengen resterà il segno più evidente di una crisi nata a Ceuta e rapidamente diventata uno scontro europeo.
