Tajani, le donne magistrato: gli stereotipi alimentano la cultura del possesso

L’Admi critica le parole del vicepremier e chiede alle istituzioni un linguaggio rispettoso

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Nel mirino il rapporto tra aspetto fisico, abbigliamento e affidabilità. Chiesto un linguaggio istituzionale appropriato. L’Associazione Donne Magistrato Italiane esprime preoccupazione per le "esternazioni" sulle donne

Le parole di Antonio Tajani sulle donne e sulla scelta della moglie aprono un nuovo fronte di polemica. A intervenire è l’Associazione Donne Magistrato Italiane (Admi), che esprime profonda preoccupazione per le dichiarazioni pronunciate dal vicepresidente del Consiglio e ministro degli Esteri durante la manifestazione Itaca 2.0, a Formello. Secondo l’associazione, il ragionamento del ministro ripropone stereotipi che collegano il valore e l’affidabilità di una donna al suo aspetto fisico, all’abbigliamento e alla vita sentimentale.

La presa di posizione delle magistrate porta il confronto oltre il terreno della polemica politica, richiamando l’attenzione sulle conseguenze culturali del linguaggio utilizzato da chi ricopre incarichi istituzionali. Al centro della questione c’è il rischio che determinati modelli di comportamento femminile, presentati come sinonimo di serietà e stabilità familiare, contribuiscano a rafforzare una visione della donna come persona sottoposta al giudizio e al controllo altrui.

Il paragone a Formello e l’intervento delle magistrate

La vicenda nasce dall’intervento di Tajani del 18 settembre a Itaca 2.0, quando il leader di Forza Italia ha utilizzato il paragone tra la scelta di una moglie e quella di una proposta politica per parlare di affidabilità. Nel suo esempio, la donna meno appariscente e con abiti più sobri veniva associata alla fedeltà e alla capacità di garantire stabilità familiare, mentre a una donna dall’aspetto più vistoso veniva attribuito un maggior rischio di infedeltà. Il discorso, ripreso e diffuso nei giorni successivi, ha suscitato critiche nell’opposizione e nel mondo associativo.

Nella nota diffusa il 21 settembre, l’Admi contesta proprio l’accostamento tra caratteristiche esteriori e qualità morali. Per l’associazione, la valutazione dell’affidabilità femminile sulla base dell’aspetto, della lunghezza degli abiti o delle precedenti relazioni sentimentali alimenta un modello discriminatorio. La nota non riguarda una scelta privata del ministro, ma l’effetto pubblico delle parole pronunciate durante una manifestazione politica da un rappresentante delle istituzioni.

Il richiamo ai procedimenti per violenza di genere

Le magistrate collegano la critica all’esperienza maturata nell’attività giudiziaria, anche nei procedimenti trattati nell’ambito del Codice Rosso e nei casi di violenza di genere. L’associazione sostiene che ricondurre una donna al ruolo di custode della famiglia e farne un oggetto di valutazione e controllo possa contribuire a quella cultura del possesso che ricorre in molte dinamiche di violenza. È una valutazione espressa dall’Admi sul piano culturale, non l’attribuzione al ministro di responsabilità per singoli episodi o condotte violente.

Nella sua presa di posizione, l’associazione ricorda anche l’impegno a contrastare il linguaggio sessista negli atti giudiziari. La stessa attenzione, osserva, dovrebbe essere riservata alla comunicazione di chi riveste ruoli pubblici, perché i messaggi diffusi dalle istituzioni possono consolidare stereotipi oppure contribuire a superarli.

I principi costituzionali e la richiesta alle istituzioni

L’Admi richiama gli articoli 3 e 37 della Costituzione, relativi rispettivamente alla pari dignità e all’uguaglianza davanti alla legge e ai diritti della donna lavoratrice, oltre alla Convenzione di Istanbul e agli impegni internazionali assunti dall’Italia contro la discriminazione e la violenza sulle donne. Il riferimento alla Carta costituzionale inserisce la questione nel rapporto tra libertà di espressione, responsabilità istituzionale e rispetto delle pari opportunità.

La nota si conclude con l’auspicio di una riflessione attenta e di un cambio di passo da parte degli attori istituzionali. Il punto sollevato dalle magistrate non riguarda l’introduzione di nuove misure legislative, ma il modo in cui la parità di genere viene rappresentata nel dibattito pubblico. La richiesta è che le parole impiegate nella comunicazione politica siano coerenti con l’obiettivo di prevenire discriminazioni e violenza, evitando di ricondurre il valore delle donne a modelli prestabiliti di comportamento e di vita familiare.