Iran, l’orrore delle repressioni: centinaia di morti, sacchi neri agli obitori

Video clandestini mostrano corpi ammassati. Le proteste continuano sotto il fuoco

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Scene di stragi dagli ospedali alle strade. Ong e attivisti parlano di numeri enormi, mentre il regime stringe la morsa

File di sacchi neri allineati nei cortili degli obitori, camion che scaricano corpi, madri che svengono mentre cercano un volto. Le immagini che filtrano clandestinamente dall’Iran raccontano una realtà che il potere tenta di nascondere: una repressione che ha assunto i contorni di un massacro. A Iran, al quindicesimo giorno di proteste, gli ospedali sono al collasso e non c’è più spazio per i morti. Le organizzazioni per i diritti umani parlano di almeno 538 vittime. Dentro il Paese, attivisti e medici usano una parola sola: migliaia. La fondazione legata alla premio Nobel Narges Mohammadi, ancora in carcere, denuncia oltre duemila persone uccise e quasi undicimila arresti. Cifre impossibili da verificare in modo indipendente, perché internet e telefoni restano in gran parte oscurati.

Spari dalle strade ai tetti

Le testimonianze coincidono. I Guardiani della Rivoluzione sparano ad altezza d’uomo, spesso alla testa. Succede a Teheran, ma anche nelle città di provincia, dove il controllo è più feroce e il silenzio più profondo. A Shiraz e Rasht interi quartieri sono in lutto. “Non possiamo difenderci con le pietre contro le mitragliatrici”, scrive una giovane manifestante, prima di sparire di nuovo nel buio della rete. Dagli ospedali partono appelli disperati. “Non riusciamo a curare tutti, mancano chirurghi e infermieri”, racconta un medico del pronto soccorso. Nemmeno le corsie sono al sicuro: i telefoni non funzionano e il personale teme ritorsioni. In molte città, dicono i testimoni, le famiglie recuperano i corpi solo a condizione di tacere, pagando somme altissime e firmando impegni al silenzio.

Il potere e la minaccia esterna

Mentre le strade bruciano, la leadership iraniana alza il livello dello scontro. Il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Qalibaf avverte che, in caso di attacco, basi americane e Israele saranno “bersagli legittimi”. Un messaggio che riecheggia le parole della guida suprema Ali Khamenei e che chiama in causa direttamente Donald Trump, il cui nome torna al centro delle indiscrezioni su possibili opzioni contro Teheran. Nella giornata delle pile di cadaveri, il regime proclama tre giorni di lutto nazionale per le vittime della “battaglia di resistenza”. L’agenzia Tasnim riferisce di un presidente “profondamente commosso” che convoca a una marcia ufficiale. Secondo le autorità, sarebbero 48 i membri delle forze di sicurezza uccisi. Un racconto che stride con i video dei sacchi neri e con le storie dei manifestanti ammazzati a colpi di arma da fuoco. Le ong iniziano a dare un’identità ai morti. Ahmad Abbasi, attore e produttore teatrale, colpito alla fronte mentre protestava disarmato a Teheran. Robina Aminian, studentessa curda di 24 anni, uccisa a distanza ravvicinata. Corpi restituiti con riluttanza, a volte mai riconsegnati. È la contabilità umana di una repressione che continua, mentre dalle strade arriva un messaggio semplice e disperato: “Se mi succede qualcosa, dite che ero lì per la libertà”.