La Francia non diventerà, almeno per ora, il primo Paese europeo a vietare per legge l’accesso ai social network ai minori di 15 anni. Il Conseil constitutionnel ha censurato venerdì 14 agosto la norma che avrebbe dovuto entrare in vigore già dal primo settembre, giudicandola eccessivamente restrittiva rispetto alla libertà di espressione e di comunicazione. Una battuta d’arresto pesante per Emmanuel Macron, che aveva trasformato la protezione dei minori dalle piattaforme digitali in uno dei dossier simbolici dell’ultima parte del suo mandato.
La decisione non nega allo Stato il diritto di intervenire per proteggere bambini e adolescenti dai rischi dei social. Contesta invece il modo scelto dal Parlamento. Per i giudici costituzionali, un divieto generale per tutti gli under 15 non è sufficientemente calibrato sui rischi delle singole piattaforme e produce una compressione dei diritti che non rispetta i criteri di necessità, adeguatezza e proporzionalità.
Il divieto che doveva partire a settembre
La legge era stata approvata definitivamente dal Parlamento il 21 luglio dopo l’accordo raggiunto tra Assemblea nazionale e Senato. Alla Assemblée nationale il testo aveva ottenuto 279 voti favorevoli, 81 contrari e 66 astensioni. Al Senato il consenso era stato ancora più largo: 243 sì e soltanto due voti contrari, con cento astensioni.
Il cuore della riforma era semplice e radicale. Chi aveva meno di 15 anni non avrebbe potuto aprire un account su servizi come Instagram, TikTok, Facebook o Snapchat. Le piattaforme avrebbero dovuto impedire le nuove iscrizioni e chiudere entro quattro mesi gli account già esistenti appartenenti a utenti sotto la soglia prevista. Restavano escluse dal divieto alcune categorie di servizi, come enciclopedie collaborative, repertori educativi e scientifici e piattaforme dedicate allo sviluppo di software libero.
Per rendere effettivo il blocco, però, sarebbe stato necessario verificare l’età di tutti gli utenti. Ed è proprio qui che il sistema immaginato dal legislatore si è scontrato con uno dei principali rilievi costituzionali.
Il problema della verifica dell’età
Il Conseil constitutionnel ha osservato che vietare l’accesso agli under 15 obbligherebbe inevitabilmente anche un adulto a dimostrare di avere l’età necessaria prima di utilizzare determinati servizi. La legge, però, non precisava in maniera sufficiente in quali condizioni quella verifica avrebbe dovuto essere effettuata né quali limiti dovessero essere rispettati nella raccolta delle informazioni personali.
Per i giudici mancavano quindi garanzie adeguate per il diritto alla vita privata. Il problema non è soltanto tecnico. Un sistema realmente efficace contro le false dichiarazioni di età può richiedere documenti, dati biometrici o l’intervento di soggetti terzi incaricati di certificare l’identità dell’utente. Più il controllo diventa affidabile, più aumenta il rischio che vengano trattati dati sensibili anche di milioni di persone maggiorenni.
La censura, dunque, investe due piani distinti. Da una parte la libertà di comunicazione dei ragazzi, dall’altra la privacy dell’intera popolazione chiamata a dimostrare la propria età. Il Consiglio ha concluso che il Parlamento non aveva costruito attorno a questo meccanismo garanzie legali sufficienti.
Troppo ampio il blocco per tutti i social
C’è poi il problema dell’ampiezza del divieto. La legge trattava sostanzialmente allo stesso modo servizi molto differenti tra loro, pur prevedendo alcune eccezioni. Per il Conseil constitutionnel il legislatore non aveva collegato con sufficiente precisione la proibizione ai rischi effettivamente prodotti dalle singole piattaforme, dalle loro funzioni, dagli algoritmi utilizzati o dal tipo di contenuto accessibile.
È un punto importante perché proprio su questa distinzione il Senato aveva inizialmente tentato una strada diversa. Prima del compromesso definitivo, i senatori avevano proposto di vietare ai minori soltanto i social considerati particolarmente rischiosi, individuati dopo il parere dell’autorità di regolazione Arcom, lasciando per gli altri la possibilità di accesso con l’autorizzazione dei genitori. Nel testo finale aveva invece prevalso la soluzione molto più netta già voluta dall’Assemblea: interdizione generalizzata sotto i 15 anni.
Anche il ruolo delle famiglie ha pesato nel giudizio. La norma non definiva strumenti sufficientemente flessibili perché i genitori potessero, nell’interesse concreto del figlio, autorizzare determinati servizi, restringerne soltanto alcuni oppure modulare il divieto.
La sinistra aveva portato la legge davanti ai giudici
Il ricorso era arrivato alla fine di luglio da due distinti gruppi di deputati, tra i quali parlamentari de La France Insoumise guidati da Mathilde Panot e deputati socialisti, tra cui Boris Vallaud. Le opposizioni non contestavano necessariamente la necessità di tutelare i più giovani, ma la scelta di costruire una proibizione generale e le conseguenze sulla libertà di comunicazione e sulla riservatezza degli utenti.
La questione aveva diviso la sinistra anche durante il percorso parlamentare. La France Insoumise aveva definito la misura una risposta sbagliata ai meccanismi che rendono le piattaforme potenzialmente dannose, sostenendo che il legislatore finisse per concentrare la responsabilità sui ragazzi anziché sui modelli di funzionamento delle società digitali. Al Senato, socialisti e comunisti avevano scelto in larga maggioranza l’astensione sul testo definitivo.
La battaglia politica di Macron
Per Macron lo stop è particolarmente significativo. Il presidente aveva insistito per mesi sull’introduzione di una vera «maggioranza digitale» e aveva presentato la limitazione dei social per bambini e adolescenti come una questione che riguardava non soltanto la salute, ma il modello di società che la Francia intende costruire.
La legge si inseriva in una strategia più ampia. Secondo i dati citati dal Senato, gli adolescenti francesi tra 12 e 17 anni trascorrono mediamente un’ora e 21 minuti al giorno soltanto su TikTok. Il legislatore ha motivato l’intervento anche con il rischio di esposizione a contenuti violenti, estremi o nocivi e con il funzionamento di algoritmi capaci di amplificare la permanenza sulle piattaforme.
Il Conseil constitutionnel non ha stabilito che questi problemi non esistano. Ha stabilito che non possono essere affrontati con qualunque strumento. È una distinzione decisiva: l’obiettivo politico della protezione dei minori resta costituzionalmente legittimo, ma la soluzione scelta deve rispettare contemporaneamente libertà di espressione, vita privata e proporzionalità.
Macron ordina di riscrivere tutto
La risposta dell’Eliseo è arrivata immediatamente. Macron ha incaricato il primo ministro Sébastien Lecornu di lavorare «nei migliori tempi possibili» a una nuova formulazione, definita dalla presidenza «giuridicamente robusta», che tenga conto tanto della decisione del Conseil constitutionnel quanto del quadro normativo europeo.
Il presidente non intende quindi rinunciare alla misura. L’obiettivo dichiarato è arrivare a una nuova soluzione entro la primavera del 2027, prima delle presidenziali e della conclusione del suo secondo mandato. Macron non potrà candidarsi per un terzo mandato consecutivo e vuole chiudere il dossier prima di lasciare l’Eliseo.
Il nuovo testo dovrà probabilmente affrontare proprio le falle indicate dai giudici: distinguere maggiormente tra i diversi tipi di piattaforme, definire con precisione il sistema di verifica dell’età, garantire che non vengano raccolti più dati personali del necessario e stabilire quale ruolo debbano avere i genitori.
Il resto della legge non sparisce
La decisione non cancella automaticamente l’intero provvedimento. Il Conseil constitutionnel è intervenuto sulla disposizione contestata relativa al divieto di accesso ai social per gli under 15, mentre il testo contiene altre norme sulla protezione dei minori online. Tra queste figurano restrizioni alla pubblicità dei social diretta specificamente ai minorenni e altre misure di prevenzione.
Resta inoltre fuori dalla censura in questione la disposizione sull’uso dei telefoni cellulari nei licei, che era stata inserita nello stesso percorso legislativo. Il Consiglio non era stato chiamato a pronunciarsi su quella norma.
La partita politica, quindi, non torna completamente al punto di partenza. Il Parlamento aveva raggiunto un consenso ampio sulla necessità di intervenire, ma il modello del divieto assoluto è stato bocciato.
Il precedente australiano e il dilemma europeo
La Francia aveva guardato soprattutto all’Australia, primo Paese al mondo a introdurre un divieto nazionale dei social per gli under 16. L’esperimento australiano è osservato con attenzione anche in Europa perché mostra quanto sia difficile tradurre un limite anagrafico in un controllo realmente efficace senza creare sistemi invasivi di identificazione.
Anche l’Unione europea sta rafforzando le regole per la tutela dei minori nel quadro del Digital Services Act. È proprio il rapporto con il diritto europeo uno dei punti che Lecornu dovrà considerare nella riscrittura francese, evitando di costruire un sistema nazionale incompatibile con le competenze e gli obblighi già previsti per le grandi piattaforme a livello comunitario.
Il verdetto di Parigi finisce così per assumere un significato che supera i confini francesi. Quasi tutti concordano sull’esistenza di un problema nell’accesso precoce ai social, ma resta aperta la domanda più difficile: fino a dove può spingersi lo Stato per proteggere un adolescente senza trasformare quella protezione in una limitazione generalizzata delle libertà digitali?
La Francia aveva scelto la risposta più semplice: sotto i quindici anni non si entra. Il Conseil constitutionnel ha stabilito che, in uno Stato di diritto, quella semplicità non basta.
Ora Macron dovrà trovare una formula più complessa. E soprattutto una formula capace di superare, questa volta, il controllo dei giudici.
