La protesta nasce dal portafoglio, come già accaduto in altre fasi della storia recente iraniana. Il rapido deprezzamento della moneta nazionale, con il dollaro arrivato a sfiorare quota 1,4 milioni di rial, e l’aumento dei prezzi dei beni essenziali hanno riportato in strada migliaia di persone. Le manifestazioni, inizialmente concentrate nella capitale, si sono progressivamente estese alle aree rurali, segnalando un malcontento diffuso e trasversale.
Le prime vittime
Secondo le autorità, almeno tre persone sono rimaste uccise negli scontri avvenuti tra mercoledì e giovedì in diverse città abitate in prevalenza dall’etnia lur. A Lordegan, nel sud-ovest del Paese, video circolati online mostrano spari e barricate improvvisate. Le versioni sulle responsabilità restano contrapposte: da un lato fonti ufficiali parlano di disordini violenti, dall’altro organizzazioni per i diritti umani sostengono che le vittime siano manifestanti.
La risposta dello Stato
La macchina della sicurezza si è messa in moto con arresti mirati e un rafforzamento della presenza delle forze dell’ordine. In alcune città è stata dichiarata la fine delle proteste dopo decine di fermi, mentre i media statali hanno mantenuto una copertura limitata sugli episodi più gravi. Parallelamente, il governo ha proclamato una giornata di festa nazionale, ufficialmente per il freddo intenso, letta da molti osservatori come un tentativo di svuotare le piazze.
Politica e contesto internazionale
Le proteste rappresentano le più ampie dal 2022, quando la morte di Mahsa Amini in custodia della polizia aveva scatenato una mobilitazione senza precedenti. Questa volta, però, la miccia è economica e si intreccia con un contesto geopolitico fragile. L’Iran è reduce da settimane di forte tensione con Israele e Stati Uniti e prova a riaprire un canale negoziale sul dossier nucleare per alleggerire le sanzioni. Una partita che passa anche dalla stabilità interna.
Un equilibrio precario
Il presidente Masoud Pezeshkian ha riconosciuto le difficoltà strutturali dell’economia, ammettendo margini di manovra ridotti nel breve periodo. Le piazze, però, non parlano solo di inflazione: nei cori si sente anche una critica diretta al sistema di potere. Un segnale che inquieta la leadership e che rende incerto l’evolversi di una protesta ancora lontana dai livelli del 2022, ma già carica di potenziale politico
