La Groenlandia e l'idea che tutto si può prendere anche usando la forza

Quando Donald Trump parla di “necessità assoluta”, sta negando l'autodeterminazione dei popoli

la groenlandia e l idea che tutto si puo prendere anche usando la forza

Non è solo un avamposto militare: è una cassaforte di risorse minerarie, terre rare, rotte marittime che il riscaldamento globale renderà centrali

C’è un momento, nella storia delle grandi potenze, in cui il linguaggio si incrina. Le parole diventano più dirette, brutali, quasi involontariamente sincere. È esattamente ciò che sta accadendo oggi sul fronte artico. Quando il presidente degli Stati Uniti afferma che la Groenlandia «ci serve assolutamente», non sta facendo una provocazione diplomatica. Sta dichiarando una dottrina. La Groenlandia — territorio autonomo sotto sovranità della Danimarca, Paese membro UE e NATO — entra così ufficialmente nel lessico dell’espansione strategica americana. Non come partner, non come alleato da rafforzare, ma come spazio da acquisire. Se necessario, da forzare.

Le notizie di questi giorni non vanno lette separatamente. L’operazione venezuelana, con la deportazione del vertice chavista e l’annuncio di un “governo per procura”, segna un punto di non ritorno. Gli Stati Uniti non parlano più il linguaggio dell’influenza: parlano quello del controllo diretto, condito da minacce esplicite di nuovi raid “più penetranti” in caso di disobbedienza In questo schema, il Segretario di Stato Marco Rubio appare come il volto operativo di una nuova figura imperiale: il viceré. Un termine che pensavamo sepolto con il colonialismo del Novecento, e che invece ritorna — non nei manuali di storia, ma nei retroscena della politica estera americana.

Groenlandia: non difesa, ma dominio

La giustificazione ufficiale è la solita: la sicurezza. Navi russe, interessi cinesi, Artico conteso. Ma è una narrazione parziale, e volutamente fuorviante. La Groenlandia non è solo un avamposto militare: è una cassaforte di risorse minerarie, terre rare, rotte marittime che il riscaldamento globale renderà centrali nel commercio mondiale. Quando Donald Trump parla di “necessità assoluta”, sta dicendo che il principio di autodeterminazione vale solo finché non intralcia gli interessi strategici americani. È la stessa logica applicata a Caracas, ed è la stessa che potrebbe essere applicata domani a Nuuk.

L’alleato che diventa ostacolo

C’è un elemento ancora più inquietante: la totale marginalizzazione degli alleati. La Danimarca non è un Paese ostile. È un partner storico, vincolato da trattati militari e politici. Eppure, questo non basta più. L’alleanza non è una garanzia, è una condizione revocabile. Qui si rompe definitivamente l’equilibrio costruito dopo la Seconda guerra mondiale: quello in cui la forza americana era contenuta — almeno formalmente — da regole condivise, istituzioni multilaterali, rispetto delle sovranità. Oggi quelle regole vengono trattate come un fastidio burocratico.? Il punto non è la Groenlandia in sé. Il punto è il metodo. Minacce preventive, uso selettivo del diritto internazionale, delegittimazione sistematica di governi e istituzioni non allineate. È la costruzione di un nuovo ordine mondiale che non chiede consenso, ma obbedienza. E chi pensa che l’Europa possa restare spettatrice si illude. Se un territorio europeo può essere pubblicamente rivendicato da una potenza alleata senza conseguenze immediate, allora nessuna garanzia è più solida. Né a nord, né a sud. La Groenlandia oggi è un test. Se passa l’idea che “ci serve, quindi lo prendiamo”, domani quel principio potrà essere applicato ovunque. E a quel punto, la parola “democrazia” resterà solo nei discorsi ufficiali. Non nelle scelte reali.