L'evasione non indigna. "Chi non paga le tasse non è un eroe"

Marika Rullo fa ricerca sul fenomeno di "accettazione" sociale dell'evasore in Italia

L'esperta: l'alfabetizzazione sociale aiuta a far capire che quanto si paga ha effetti immediati nella vita di tutti. Trasparenza ed efficienza di uno Stato sono la ricetta per vincere.

Avellino.  

 

di Simonetta Ieppariello

Non pagare le tasse è un reato grave? Le risposte, in alcuni casi, possono lasciare davvero senza parole, perché buona parte degli italiani, è cosa nota, sembrano avere un atteggiamento davvero morbido rispetto agli evasori

Evasione che in alcuni casi diventa un comportamento ammissibile, socialmente comprensibile. La tolleranza verso l’evasione fiscale, seppur attenuata negli ultimi anni da un’opinione pubblica più sensibile al problema, rischia di non essere sradicata, come concetto, scelta, modo di vivere e condurre il proprio comportamento nel sociale. 

Intanto è proprio l'evasione fiscale rappresenta uno dei principali ostacoli al risanamento economico dell’Italia. Una vera e propria piaga, difficile da sanare. Lo dicono i numeri: a maggio l’imponibile evaso in Italia è cresciuto del 4,7% rispetto allo stesso mese dello scorso anno, con punte record nel nord dove ha raggiunto il 6,5%. In termini di imposte sottratte all’erario siamo nell’ordine di 180,7 miliardi di euro l’anno. La stima è stata effettuata dal Centro Studi e Ricerche Sociologiche “Antonella Di Benedetto” di Krls Network of Business Ethics per conto di Contribuenti.it – Associazione Contribuenti Italiani, analizzando i dati de Lo Sportello del Contribuente e cinque  aree di evasione fiscale analizzate: l’economia sommersa, l’economia criminale, l’evasione delle società di capitali, l’evasione delle big company e quella dei lavoratori autonomi e piccole imprese. 

Ne abbiamo parlato con un'esperta, la dottoressa irpina Marika Rullo, ricercatrice in psicologia sociale alla University of Kent in Inghilterra. Irpina doc, ha deciso di indirizzare i suoi studi e le sue ricerche proprio su argomenti “socialmente utili”, come quello di incentivare e coltivare una corretta mentalità civile.  Lo fa in Inghilterra, dove da cittadina e da madre single ha potuto vivere sulla sua pelle un altro modo di vivere. La percezione diretta e sensibile della qualità del pubblico servizio resta, forse, il deterrente migliore per invitare a pagare. Una presa di coscienza diretta che alimenterebbe inognuno, secondo la dottoressa Rullo, la consapevolezza compartecipativa del cittadino al bene comune. Lo farebbe pagando consapevolmente, automaticamente i tributi, senza cercare via di fuga, e anche tutelando il bene comune. 

Scarsa alfabetizzazione finanziaria, mancata consapevolezza delle conseguenze legate all’evasione fiscale, esposizione a comportamenti devianti da parte degli adulti, ma anche accentuato materialismo e indifferenza per il prossimo, sono i fattori che si accompagnano a una percezione “giustificazionista” dell’evasione fiscale. Ma non finisce qua. Alcune volte gli evasori vengono visti come degli eroi, persone capaci di sfuggire ad una legislazione “matrigna”, uno Stato, un sistema contributivo persecutorio.

-Dottoressa Rullo, quali sono i fattori sociali su cui indagare?

I fattori socio-demografici. Il grado di formazione: l’istruzione può incidere. Potrebbe sussistere una particolare corrispondenza tra il livello di studi conseguito e la percezione del reato e relativa tolleranza o intolleranza.

-Insomma, studiare aiuta?

Certo: avere una esatta conoscenza di come funzioni uno Stato elimina quel senso di prevenzione e paura rispetto alla richiesta, ad esempio nella riscossione di tasse e tributi. 

-Dottoressa, scusi, dunque: più poveri e più evasori?

Assolutamente no. Piuttosto, la maggiore tolleranza rispetto all’evasione potrebbe derivare da uno scarso livello di alfabetizzazione finanziaria dei ragazzi, che li rende meno consapevoli delle conseguenze negative legate al mancato pagamento delle imposte, oppure da una più forte esposizione al fenomeno, giudicato ammissibile dagli adulti di riferimento. In Italia sembra esserci ancora una buona fetta di cittadini che, più che tollerare, pensa “così fan tutti”. Si tratta di una sorta di appiattimento dell’orizzonte sociale sullo spazio familiare, mentre la mancanza di un’adeguata educazione finanziaria impedisce ai minori di vedere gli effetti deleteri dell’evasione fiscale nel lungo termine. 

-Chi sono i “giustificazionisti” dell’evasione?

Molto spesso sono anche coloro che finalizzano il proprio lavoro, ogni loro attività all’accumulo di denaro. Insomma, vivrebbero una sorta di esatta corrispondenza tra felicità vissuta e denaro accumulato.

-I “virtuosi”, invece?

I cosiddetti critici verso l’evasione fiscale individuano la felicità non nei soldi ma, ad esempio, in un lavoro appagante, anche a discapito del guadagno.

-Dottoressa Rullo, in soldoni, quello che manca è una cultura contributiva concreta, giusto?

Bisognerebbe coltivare metodi educativi e formativi che facciano focalizzare ai più giovani l’esatto riflesso del non pagare le tasse. Insomma, l’interazione tra alcune delle loro azioni (o di quelle dei loro familiari) a livello micro-economico (ad esempio, non richiedere la fattura al dentista) con il contesto macro-economico in cui vivono. Bisogna far capire il collegamento tra le entrate fiscali e i servizi pubblici erogati, così da configurare le tasse come contributo individuale per il benessere collettivo. Qualche passo in avanti lo abbiamo fatto in questi ultimi anni, anche grazie alla scelta degli ultimi governi di proseguire con un'azione di trasparenza. La trasparenza della pubblica amministrazione e il coinvolgimento pieno del cittadino nella vita amministrativa diventa un passaggio assolutamente decisivo. Molto spesso, sembra che gli Italiani vivano l’essere Italiani come una afflizione. Si parla quasi dello Stato come fosse un antagonista, per questo l’evasore viene visto come qualcuno che aggira il controllo dello spietato, insomma: una struttura immaginifica molto negativa e improduttiva. Per tutti. 

Gli stessi controlli, che non sono sistematici e costanti, ma a campione, non aiutano…

Infatti, aumentano la connotazione persecutoria di uno Stato patrigno che, chissà perché, ha deciso di punire proprio “noi”. Per questo aiuterebbero controlli periodici, sistematici; sarebbero concretamente efficaci. Il malfunzionamento dei servizi non aiuta. Anche in questo caso, si parla di un'Italia che non funziona e soldi delle tasse mal spesi o forse, chissà, secondo il parere di molti, rubati.

-La sua esperienza diretta, come italiana all’estero, fornisce un esempio concreto di come vadano le cose, fuori dall’Italia…

Io sono madre, ho avuto ben dodici mesi di maternità. In Italia non sarebbe mai accaduto. La struttura dove lavoro ha un nido dove posso agilmente portare mio figlio. In Inghilterra si pagano le tasse senza tante rimostranze anche per questo: perché i servizi funzionano di più.

-Lei sta lavorando al progetto “When in Rome: l’impatto delle norme sociali sull’evasione fiscale”. Di cosa si tratta?

Un detto che la dice lunga: “Quando sei a Roma, fa come i romani” parla proprio dell’impatto delle norme sociali sull’evasione fiscale, quindi dell’importanza dei contesti normativi nel predire come si comporteranno le persone al netto delle loro differenze individuali. Perciò, oltre all’adattamento e al cambiamento comportamentale dell’individuo, si deve riflettere su come il territorio, il suo modo di amministrarlo, e i suoi servizi debbano radicalmente mutare.