Sindaco Ciampi, Avellino non brucia: deve essere governata

Dopo tre mesi di polemiche e accuse a “quelli di prima”, sarebbe il caso di amministrare la città

A partire dalle linee programmatiche. E definire una visione di sviluppo per il capoluogo che vada oltre la semplice gestione dell'ordinario. Altrimenti basta un commissario...

Avellino.  

 

 

di Luciano Trapanese

L'alibi «ma quelli di prima» può reggere, però fino a un certo punto. Anche perché se gli elettori di Avellino hanno “votato per il cambiamento” al ballottaggio, premiando Vincenzo Ciampi e il Movimento 5Stelle, lo hanno fatto perché sentivano la necessità di voltare pagina, di avere una amministrazione più vicina, attenta, competente, trasparente, con degli obiettivi chiari e capace di avere sia visione sia capacità di gestire l'ordinario. Alla base di quel voto non c'era altro: l'esigenza di provare a dare una scossa, di smuovere quel torpore che troppo spesso – soprattutto negli ultimi anni – ha caratterizzato amministrazioni che si sono avvitate da sole, sopraffatte da dissidi intestini, interessi particolari, ambizioni personali, cattiva programmazione, pessima comunicazione, scarso raccordo con i cittadini.

Avellino non è una nazione. E' una piccola città con problemi proporzionali alla sua dimensione. E' anche in piena decadenza, ha perso la sua centralità in Irpinia, non è un motore economico e neppure culturale. Ha subito più ancora di altre comunità l'apocalisse economica di questi ultimi dieci anni. Ma non è una casa che brucia, come hanno sostenuto sia il sindaco, sia il sottosegretario Carlo Sibilia. E' un comune indebitato (come tutti i comuni italiani), che sconta ritardi, e che non è riuscito da Di Nunno in poi a generare idee, soluzioni, prospettive, ma ha scelto colpevolmente di galleggiare sul poco che c'era. Accumulando nel frattempo una serie di errori.

Questo è il dato. La giunta Ciampi è chiamata a governare, e a farlo senza ricordare un giorno sì e l'altro pure che «quelli di prima...». Non serve, non ha senso. E si inizia a dare l'impressione, anche tra chi ha votato Ciampi, che questo appellarsi continuo alle colpe del passato, sia un pretesto, un alibi, una conseguenza della incapacità di affrontare le prove di governo.

La prefazione copiata delle linee programmatiche è emblematica. Il sindaco si è difeso con il consueto «sì, ma quando Foti...», invece di dire: siamo stati sciatti e superficiali, ma dei veri contenuti del programma parleremo in consiglio, e quelli sono solo e soltanto il frutto del nostro lavoro per la città. Sarebbe stato un segnale.

Ritenere poi che i media siano contro a prescindere è un errore grave. Compito dell'informazione è non fare sconti a chi è al potere. O davvero qualcuno immagina che se Foti fosse stato beccato a copiare il programma del comune di Verona, nessuno lo avrebbe criticato? Sarebbe stato crocifisso. E lo avrebbero fatto anche i 5Stelle. Magari con dei manifesti 6x3.

La vera differenza con il passato la si può leggere in quello che si fa, non nel ricordare quello che non è stato fatto prima. Giocare sull'odio («quelli hanno banchettato alle vostre spalle»), sulle divisioni («con noi tutti gli onesti»), evocare il palazzo in fiamme, sono artifizi retorici che, paradossalmente, possono avere un senso nella politica nazionale. Questo è un comune. Un piccolo comune. Non ha neppure un significato ribadire, come ha fatto il sindaco, «non siamo né di destra, né di sinistra, né di centro». E chi se ne frega. Il governo di una città non prevede scelte ideologiche. Tanto per dire, Giovanni D'Ercole e Giancarlo Giordano, lontanissimi politicamente, avrebbero potuto fare per la città le medesime scelte.

Siamo alla vigilia del consiglio. Quello è il teatro dove il sindaco deve esibire le sua qualità. Lì, dovrà rappresentare delle linee programmatiche coerenti con le necessità di Avellino e con le aspettative degli elettori. Lì, dovrà convincere soprattutto chi non li ha votati, e dimostrare che i 5Stelle sono una forza di governo e non una sterile macchina di propaganda.

Sul programma Ciampi si gioca tutto. E un programma dovrà certo tenere conto delle istanze sociali (sostegno alle famiglie in difficoltà, ma non chiamatelo reddito di cittadinanza), e soprattutto tracciare una strada per il futuro di Avellino. Un documento politico non può essere però un libro delle buone intenzioni. Piuttosto deve rappresentare una precisa road map che individui gli obiettivi e il modo di realizzarli. Punto per punto. E su ognuno di questi chiedere, anzi invocare, il dibattito in aula. E poi aprire quel dibattito ai cittadini. Coinvolgerli, ma in modo concreto. Non sollecitando solo like o commenti su Facebook. E aprirsi alla discussione vuol dire anche aprirsi a pareri non sempre coincidenti. In quel momento deve entrare in gioco la politica, la capacità di mediare al rialzo, per «il bene comune». Con l'attuale Costituzione quella è l'unica possibile forma di «democrazia diretta».

Ma le decisioni, inutile negarlo, le prende sempre l'aula. Il luogo dove cioè il sindaco deve costruire il consenso. Ed è questo il punto nodale che il Movimento 5Stelle irpino, o almeno i suoi vertici, non ha compreso o non vuole comprendere. Anche per questo continuare a sputare veleno su una opposizione che è larga maggioranza è una delle strade certe per quel fallimento che potrebbe spingere il sindaco a reiterare anche dopo, e forse per sempre, «è tutta colpa degli altri», anche di chi non c'è più. Ma è una narrazione che rischia di diventare sempre più pretestuosa.

Governare un città non è semplice, soprattutto se i soldi sono pochi. Ma è così da almeno dieci anni. Un amministratore deve avere fantasia, capacità di gestione, intuito, qualità organizzative, di controllo, deve essere in grado di progettare, intercettare finanziamenti, cogliere le possibilità di sviluppo trovare continue soluzioni alternative a una infinità di imprevedibili ostacoli.

Quelle qualità Ciampi dovrebbe metterle in campo subito. A partire dal prossimo consiglio comunale. Deve spiegare che Avellino immagina, cosa pensa di una città diffusa, comunicare il ruolo dell'area vasta, il collegamento sinergico con altri capoluoghi (soprattutto Salerno), come vuole gestire al meglio le partecipate, qual è l'indirizzo dello sviluppo urbanistico e cosa vuole raggiungere, come vuole operare per rilanciare le attività commerciali, l'area industriale. Quale politica culturale, che è il motore per sprovincializzare Avellino (e non si fa con le feste di paese). Qualche tema, concreto. Ma solo per iniziare.

Facciamo un esempio, banale ma realistico. Il pur criticabile De Luca, nei suoi primi due mandati da sindaco di Salerno è riuscito a cambiare e rilanciare una città da anni in grave difficoltà. E' partito da un obiettivo: la capitale della Costiera doveva diventare il centro del turismo provinciale. Per farlo è partito, come ogni buon amministratore, dalla ridefinizione urbanistica della città. Salerno mediterranea. Ha preso come riferimento Barcellona, e ha seguito quella traccia. Secondo step. Il turismo estivo non basta. Si è inventato luci d'artista (quando si parla di fantasia e intuito). In pratica: ha costruito il futuro di Salerno partendo da una visione. L'ha realizzata. Bene o male che sia, l'ha fatto. E questo è il compito di un amministratore. Ed è questo che chi governa Avellino dovrebbe provare va fare. Abbiamo scritto provare, perché sarebbe già molto rispetto al poco di questi anni. Il resto, le polemiche, le scuse, gli alibi, anche i calcoli strumentali dell'opposizione, sono solo chiacchiere e vuoto. Non portano a nulla. Alimentano solo il decadimento di una città che rischia di diventare periferia di se stessa.