«Quella Madonna era un segno di pace. Avellino non ha capito»

Mingarelli sul murales di Carlos Atoche. L'autore: dispiaciuto volevo far riflettere

E' andato distrutto quello che non abbiamo capito o forse rifiutato in preda ad un febbrile spasmo di indignazione, dovuto, in buona sostanza, alla paura di non conoscere non capire

Avellino.  

«Quella Madonna era un segno di pace. La città non l'ha capito». Così l’artista Fabio Mingarelli commenta il caso della copertura con vernice bianca del murales di viale Italia. Il titolo dell’opera era “Madonna del Mandrillo”. Lo svela il suo autore, un artista di fama mondiale, Carlos Atoche dalla sua bacheca Facebook che commenta lapidariamente commuovendo il popolo del social: "Mi è giunta voce che il murales "La Madonna del Mandrillo", effettuato pochi giorni fa ad Avellino è stato distrutto da un ignoto. Sono dispiaciuto, però conosco il prezzo di lavorare per strada". L’autore, il padre di quel murales in pochissime lapidarie parole annuncia paternità e distruzione di quell’opera. Parole che pesano come macigni su una comunità divisa. Unico punto di riunione, tra chi la definiva arte e chi un’opera blasfema, è l’indignazione, prima di quelli che l’hanno guardata volendoci vedere un’offesa alla religione cristiana e chi si è ugualmente indignato nel vederla brutalmente coperta dopo poche ore, con una perentoria “secchiata” di vernice bianca. 

Una mano di bianco, ed è sparito tutto. Ad Avellino le opere d'arte della street art, l'arte urbana per strada che dovrebbe vivere in mezzo alla gente, visibile da chiunque, senza dover pagare il biglietto viene bocciata, negata cancellata. Uno di questi è stato cancellato in un attimo. Le bacheche dei profili del social network gridano indignazione dall’una e dall’altra parte. Perché una donna, con in braccio un cucciolo di mandrillo, è stata coperta, cancellata, consentitemi, vandalizzata. Dall’altra perché in tanti hanno voluto vedervi uno schiaffo alla religione, alla morale comune, a quanto hanno voluto leggere.  «Recontestualizzando una icona classica il mio intento era di far riflettere le persone - spiega Carlos Atoche -».

Intanto ha vinto la violenza e la censura. Di fatto quello che è andato distrutto è quello che non abbiamo capito o forse rifiutato in preda ad un febbrile spasmo di indignazione, dovuto, in buona sostanza, alla paura di non conoscere non capire. «Uno schiaffo a chi come noi vuole dare un senso a spazi urbani - spiega Brioschi -». «Quanto accaduto ferisce - commenta Fabio Mingarelli -. In quell’opera non c’è nulla di blasfemo. La risposta della comunità delude. Non voleva certo essere una mancanza di rispetto per i credenti, chi lo pensa è solo un bigotto», chiude Mingarelli a ogni altra accusa. «Quell’opera è un esperimento visivo, ha toccato un nervo scoperto fatto di bigotteria e chiusura. Il vero scempio è averla coperta e aver anche ulteriormente deturpato una zona della città. La domanda è: anche esteticamente ora quel muro è più bello?».  D’altro canto non  la prima volta che Atoche avvicina figure umane a sacre, animali all’iconografia religiosa senza mai privare la spiritualità il simbolo. «L’arte è libertà. Cancellarla, mortificarla è una violenza a tutti - chiude Mingarelli. Quella orrenda copertura andrebbe perseguita per legge nello stesso modo in cui si perseguono i graffittari non autorizzati».

Simonetta Ieppariello