Avellino e la fila alle poste. Come vincere un terno al lotto

Storie di file straordinarie. L'arte della lunga attesa.

Il computer si blocca (spesso), gli uffici si riempiono, la gente bestemmia, gli impiegati lasciati soli di fronte alla rabbia che monta. Due ore e tre quarti per una bolletta. Ma l'importante è vincere...

Avellino.  

 

di elleti

Storie di ordinaria fila alle Poste. In questo caso quelle centrali di Avellino. Il luogo simbolo dell'interminabile attesa. L'allenamento irrinunciabile per chi vuole coltivare le antiche arti della pazienza e della perseveranza.

Ore undici di un mattino di luglio. Entriamo, si può scegliere la fila a destra o quella a sinistra. Optiamo per la seconda, siamo abitudinari. Folla, qualcuno già si lamenta. C'è l'aria condizionata a mitigare il clima. Per fortuna. L'attesa sudata sarebbe straziante. Biglietto: numero 158. C'è anche diligentemente scritto che ci sono 44 persone davanti a noi. Rapido calcolo. Mezzora, qualcosa di più. Ok, va bene così. Possiamo anche permetterci un caffè e due chiacchiere con Mauro, il barista.

Torniamo dopo un quarto d'ora. Nella lavagna luminosa non si ha traccia della nostra “fila”. Chiediamo a chi è in attesa: niente, tutto bloccato.

Un quarto d'ora ancora. La fila resta bloccata. Cresce la tensione. Un signore anziano chiede cosa stia accadendo a quello che dovrebbe essere uno dei responsabili. Risposta imbarazzata: non dipende da noi, è Roma. Spiegazione sbagliata alla persona sbagliata. L'anziano, in elegante abito grigio, si inalbera: ma a chi vuole prendere per i fondelli, sono stato direttore alla posta per venti anni. Lei sa che Roma non c'entra nulla. Non dica falsità, non ci riempia di bugie». L'altro si dilegua, senza dire nulla. Lasciando ai pochi (ci sono le ferie), ed esausti impiegati l'onere gravoso di tenere a bada la protesta che monta. Ora è tutto un vociare: aspetto da due ore, ma che sta succedendo?, se c'è un problema ditelo, possibile perdere una mattina intera per due bollette. Più un corollario assortito di bestemmie varie e irripetibili (alcune, ammettiamo, mai sentite).

Le signore più anziane sono le più pazienti. «Siamo abituate», e conversano amabilmente con delle coetanee. Si godono l'aria condizionata.

C'è anche spazio per un teatrino in stile Isis: entrano tre ragazzi pakistani, “armati” di zainetto. C'è chi dice: inutile mettere bombe, qua la situazione è già esplosiva. C'è chi la piglia a ridere. I tre ragazzi non hanno sentito. Ma sono comunque rimasti impressionati. Dalla fila.

La gente intanto è aumentata. C'è già il 245, ma la fila è ferma a 115. C'è chi decide di giocare i numeri. Noi stiamo per abbandonare. Ma più passa il tempo e più è difficile. Tentiamo il tutto per tutto insieme ad altri coraggiosi. Si cambia fila. Passiamo nella sala a destra. Nuovo numero: 184. Ne mancano venti. Bene. Nel frattempo a rallentare la fila sono quelli dalla stanza di sinistra che esibiscono il biglietto nella sala di destra. Glielo ripetiamo: non vale, bisogna farne un altro. Tutto inutile, non ci credono: deve essere l'impiegata a ribadirlo. E ad ogni spiegazione si becca una maledizione. Sembra una specie di signor Malaussène, il protagonista di numerosi romanzi di Pennac pagato per ascoltare le lamentele dei clienti di un supermercato.

In questa ala dell'ufficio postale si effettuano operazioni anche più complesse. Si arriva comunque velocemente al 180. Sono le 13,15. E' stata dura, ma ce l'abbiamo fatta. Il sorriso si spegne in fretta. Il numero 181 scaraventa sul bancone centinaia di lettere raccomandate. Da timbrare e incollare una a una.

Nell'altra sala intanto la fila ha ripreso a muoversi. C'è quasi un boato, come una curva che esplode al gol della squadra del cuore. Corre veloce. E' a 140, tra un po' potremmo tornare anche dall'altra parte (abbiamo gelosamente conservato il biglietto, non si sa mai).

Ore 13,35. Il cliente delle raccomandate ha concluso. La signora Giuseppina, front woman dell'ufficio postale, è esausta. Risponde a chi si lamenta, come un mantra: non è colpa mia, non è colpa mia. Ha ragione. Ma anche chi si lamenta. Poi si rivolge a una collega: altri sette giorni così e mi ricovero.

Ore 13,40. Siamo riusciti a raggiungere l'obiettivo. Due strisciate, quindici secondi. Soldi versati. Bollette pagate.

Meglio, molto meglio, una giornata di lavoro. Ma vuoi mettere l'ebbrezza della fila alle Poste?