di Andrea Fantucchio
Si sono avvalsi della facoltà di rimanere in silenzio i tre indagati finiti ai domiciliari un'inchiesta su un presunto tentativo di sequestro ai danni di un ventenne. Così come avevano già fatto prima di loro i due uomini arrestati nella stessa indagine. Nata da un furto di quindicimila euro eseguito dal ventenne nell'autorimessa dove lavorava, gestita dai due uomini finiti in carcere. Per l'accusa parte della cifra rubata si trovava in una cassaforte del quale il ragazzo aveva le chiavi.
I sospettati si erano messi alla ricerca del ragazzo: decine e decine di intercettazioni nelle quali avrebbero espresso la loro preoccupazione per il furto subito, temevano che il giovane potesse spendere tutti i soldi in fretta. Una cifra che gli investigatori ipotizzano oscillare intorno ai quindicimila euro (Leggi tre giorni per preparare il sequestro: ecco come doveva andare). Nel corso della loro caccia all'uomo, avrebbero minacciato parenti e amici del ragazzo per scoprire dove fosse nascosto, ingaggiando anche un investigatore privato che avrebbe accettato inizialmente l'incarico per poi tirarsi indietro. Per l'organizzazione del sequestro si sarebbe rivelato fondamentale aver scoperto la password di facebook del giovane: era infatti seguita la localizzazione. Il 20enne di trovava a Roma, a casa di un amico già noto alle forze dell'ordine.
Il gruppo incaricato, composto da quattro persone, si sarebbe così diretto nella città capitolina, dove avrebbe dovuto rintracciare il “bersaglio” avvertito però per tempo dai carabinieri. Il 20enne si era trasferito altrove staccando i dati del telefono. Erano scattati i cinque arresti, firmati dal gip, Maurizio Conte, che aveva poi rigettato la richiesta di applicazione di misure cautelari per altri due indagati, denunciati a piede libero.
Una ricostruzione che secondo la difesa degli indagati, rappresentata fra gli altri dagli avvocati Gaetano Aufiero, Carmine Danna e Nello Pizza, presenterebbe diverse lacune. A partire dalla destinazione dei soldi rubati che sarebbero riconducibili all'attività svolta nel garage e non a quella di usura ipotizzata dall'accusa. Nei confronti degli indagati, comunque, è ipotizzato il solo tentativo di sequestro di persona aggravato dal metodo mafioso. Probabilmente le misure cautelari saranno impugnate dinanzi al Tribunale del riesame.
