Isochimica, morto Franco Pastore: "Non mollate, fatelo anche per papà"

Contrada piange Franco Pastore: è la 38esima vittima dell’Isochimica

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Avellino.  

Trentotto morti. E il processo ancora non basta: l’orrore infinito dell’ex Isochimica. Franco Pastore aveva 64 anni. È morto di mesotelioma pleurico, un tumore che nasce dall’amianto, resta in silenzio per decenni e poi uccide. Lentamente, quasi sempre senza scampo. Era stato operaio scoibentatore all’Isochimica di Pianodardine, uno di quelli che entravano lì per lavorare e uscivano, giorno dopo giorno, con un pezzo di morte addosso. Il figlio ha scritto poche parole, semplici e devastanti: «Non mollate. Fatelo anche per papà». Ed è qui che il dolore privato diventa una questione pubblica. Perché Franco Pastore non è solo un altro nome in una lista: è il trentottesimo morto di una storia che Avellino conosce fin troppo bene, una storia che tutti sanno ma che ogni volta bisogna riscrivere da capo, perché ogni nuova vittima impedisce alla memoria di diventare archivio.

I nomi del 2026

Solo dall’inizio dell’anno sono morti in tre: Ciro Preziuso, 66 anni; Michele Minnucci, 70 anni; Franco Pastore, 64 anni. Tre uomini, tre famiglie, tre funerali. Tre vite consumate da una malattia che non dimentica. Il mesotelioma può aspettare trent’anni, quarant’anni, anche di più. È questo il suo orrore: non arriva subito. Ti lascia vivere, lavorare, invecchiare, magari perfino illuderti. Poi torna. E quando torna presenta il conto.

Il processo e quella domanda che fa male

Nel 2022 arrivarono le condanne in primo grado: quattro ex dirigenti delle Ferrovie dello Stato, dieci anni ciascuno. Sembrò un passaggio enorme. Non una riparazione, perché certe cose non si riparano, ma almeno un riconoscimento. Un punto fermo. E invece no. Oggi il processo è ancora in corso davanti alla Corte d’Appello di Napoli e, dopo dodici anni, si discute ancora della correlazione tra l’esposizione all’amianto e le patologie oncologiche che hanno colpito gli operai. Lo ha detto con chiarezza l’avvocato Brigida Cesta, che ha seguito Franco Pastore fino alla fine, fino all’ultima udienza, fino all’ultimo respiro del suo assistito. Ed è forse questa la parte più insopportabile: mentre gli uomini muoiono, le carte continuano a cercare conferme. Mentre le famiglie seppelliscono padri, mariti e fratelli, il processo resta sospeso dentro una domanda che per chi ha vissuto l’Isochimica suona quasi offensiva: davvero bisogna ancora chiedersi se quell’amianto abbia ucciso?

Lo Stato, le carrozze, il silenzio

Gli operai dell’Isochimica lavoravano su carrozze ferroviarie, su commesse pubbliche, dentro una filiera che non può essere raccontata come una vicenda privata o periferica. Per questo oggi pesa l’assenza delle istituzioni. Pesa il silenzio. Pesa l’idea che quelle famiglie debbano ancora chiedere ciò che dovrebbe essere naturale: giustizia, risarcimento, presenza. Rifondazione Comunista chiede un intervento pubblico per i familiari delle vittime. Il Comitato di lotta prepara un appello al Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Ma il punto è proprio questo: perché devono ancora appellarsi? Perché devono ancora bussare? Perché chi ha perso tutto deve anche trovare la forza di farsi ascoltare?

La fabbrica che continua a uccidere

Negli anni Ottanta, a Pianodardine, gli operai entravano in quella che molti chiamavano semplicemente fabbrica. Ma oggi quella parola sembra quasi troppo pulita. Perché lì non si produceva solo lavoro: si produceva anche futuro avvelenato. Ogni fibra respirata era una condanna rimandata, ogni turno un rischio invisibile, ogni silenzio forse una complicità. L’Isochimica non c’è più come allora, ma continua a uccidere: nei reparti di oncologia, nelle case dove manca una voce, nei figli che scrivono «Non mollate. Fatelo anche per papà». E allora no, non si può mollare. Per Franco Pastore, per Ciro Preziuso, per Michele Minnucci, per tutti gli altri. Perché trentotto morti non sono un numero. Sono un’accusa.