Esplode la protesta dei direttori delle carceri, una delle categorie più penalizzate ed esposta in Italia. Chiedono un aumento e un contratto ad hoc. A sollecitare un tavolo urgente con il ministro Paolo Zangrillo è il coordinamento nazionale dei dirigenti penitenziari.
A scendere in campo la federazione sindacati indipendenti, organizzazione costituente della confederazione Usae con una lettera indirizzata a Renato Brunetta, presidente del Cnel, Roma. Ecco alcuni passaggi significativi.
"Chiediamo soccorso! Confidando che saprà cogliere il nostro grido di aiuto, a motivo della sua sensibilità e competenza in tema di lavoro, di diritto del lavoro e, in particolare, di quello alle pubbliche dipendenze, siamo qui a chiederLe un aiuto istituzionale.
Lei che ha avuto il merito di favorire un approccio nuovo e una diversa attenzione in tema di lavoro in una delle realtà più confinate dello Stato, quella del carcere, incoraggiare non solo la formazione professionale all’interno dei circuiti penitenziari, ma anche l’appetibilità della domanda di lavoro che proviene dalla popolazione detenuta, affinché si tramuti in risorsa economica e morale per il Paese, più di altri saprà probabilmente comprenderci e, auspichiamo, aiutarci.
Seppure il Cnel non è una terza camera, esso, ancor di più a motivo della Sua illuminata e moderna presidenza, riflette una speciale attenzione verso il mondo del lavoro, verso i suoi interessi, e può far sentire la propria voce su questioni particolarmente rilevanti in tema di relazioni industriali, stimolando la migliore elaborazione della legislazione economica e sociale.
E proprio nella valutazione degli assetti normativi e retributivi espressi dalla contrattazione collettiva, Noi vogliamo segnalarLe quanto, probabilmente, non è stato mai oggetto di disamina da parte del Cnel, perché verosimilmente mai nessuno ha portato all’attenzione di codesto organo di rilevanza costituzionale un obbrobrio che dura da oltre vent’anni, il quale ha trasformato una categoria professionale insostituibile, in un sistema di sicurezza che non sia solo di mero contenimento e repressione, in una sorta di servitori dello Stato “invisibili” sul piano contrattuale, una comunità di “Sans papier” del pubblico impiego, benché i suoi componenti, tutti dirigenti, siano gravati da responsabilità amministrative, civili, penali, erariali che probabilmente non hanno pari in altri contesti lavorativi del pubblico in Italia.
Il Cnel che custodisce tutta la contrattualistica di lavoro del Paese, se solo volesse verificarlo d’iniziativa, scoprirebbe, infatti, che manca dal catalogo, e da più di quattro lustri, il contratto della dirigenza penitenziaria di diritto pubblico; non si tratta del suo rinnovo, ma addirittura del primo contratto di categoria, in spregio alla Costituzione Italiana e al comb. disp. della Legge n.154/2005 e del Dlgs. N. 63/2006.
Se si indagasse con occhi imparziali, si individuerebbero le relazioni tra quanto sopra e lo stato deprimente e disastroso che da anni si registra nella stessa gestione complessiva dell’amministrazione penitenziaria, sia quella rivolta alle persone detenute adulte che alla consorella dei minorenni, continuando ad essere diretta, ai vertici, da magistrati collocati fuori ruolo, in difformità con i principi di montesquiana memoria, i quali imporrebbero il costante bilanciamento tra i poteri dello Stato, distinguendo chiaramente le funzioni esecutive da quelle di quanti siano e rimangano comunque espressione del potere giudiziario.
Al riguardo ci sarebbe da chiedersi se così operando non si indebolisca, di fatto, la complessa architettura dello Stato dal possibile rischio, pure inconsapevole, di interferenze, commistioni, confusioni.
Pochi lo dicono, però molti lo pensano, che la situazione gravissima in cui oggi versano le carceri ben potrebbe essere ascritta a tale abnorme anomalia italiana, posto che lo IUS DICERE e cosa ben diversa dallo IUS FACERE e non ci si può inventare, ancorché si possa essere ottimi magistrati, pure capaci manager di alta amministrazione, essendo ben distinta e diversa l’esperienza formatasi nello svolgimento della funzione di magistrati giudicanti e requirenti, rispetto a chi debba operare come manager pubblico.
Converrà come l’assenza di un contratto di lavoro che riguardi addirittura la dirigenza la quale è ai vertici della organizzazione amministrativa negli istituti penitenziari, negli uffici dell’esecuzione penale esterna, nei provveditorati e in altri numerosi contesti di rilevanza penitenziaria, causi conseguenze catastrofiche a catena e indebolisca il governo complessivo del sistema, ancorché riguardi uno dei contesti lavorativi tra i più complessi ed esposti che vede come primo attore lo Stato e ove l’amministrazione dovrebbe essere la più trasparente ed intellegibile possibile.
L’assenza di un contratto di lavoro determina, inevitabilmente, l’oggettiva difficoltà a riconoscere i meriti professionali individuali e di comunità della categoria professionale in questione, non favorendo il miglior clima organizzativo e la performance, determinando effetti negativi che possono riflettersi negativamente nella gestione nonostante di ben 189 istituti penitenziari per detenuti adulti, nella ventina quelli di quelli per i minorenni, negli uffici provveditoriali, in quelli del Dap, in quelli dell’esecuzione penale esterna, nelle diverse articolazioni della Giustizia Minorile e di Comunità e ogni contesto dove si trovi ad operare un dirigente penitenziario di diritto pubblico.
Come Sindacato ci chiediamo da tempo a cosa e a chi giovi un tanto, pure perché è il contratto che perimetra competenze specifiche, favorendo la gestione trasparente delle risorse umane, aiutando a motivare i migliori e contrastando quanti non operino con il necessario impegno e la dovuta correttezza.
Pertanto, richiamando gli artt. 21, 22, 23, e ss. del Dlgs. N. 63/2006, abbiamo fin dal febbraio scorso esortato, senza successo, il Ministro della PA Sen. Paolo Zangrillo ad aprire, con assoluta urgenza, il procedimento negoziale1 al quale avrebbero partecipato, come parte sindacale, i rispettivi delegati delle sigle rappresentative che sono state già individuate secondo i criteri generali in materia di rappresentatività sindacale, stabiliti per il pubblico impiego avuto riguardo al solo dato associativo, come reca lo stesso Decreto del precitato ministro del 16 luglio 2025.
La condizioni spesso degradanti all’interno delle carceri espongono pericolosamente sia gli operatori penitenziari che le persone detenute.
Sono temi che non possono essere più elusi e che verrebbero meglio disvelati proprio all’interno di un tavolo negoziale ove i sindacati possono descrivere le criticità per trovare soluzioni ragionevoli e condivise con la parte pubblica, idem per le problematiche afferenti il sovrapporsi di incarichi di direzione sugli stessi dirigenti, talché accade che uno stesso direttore debba governare contestualmente due, tre o più istituti penitenziari, ovviamente distanti chilometri l’uno dagli altri, favorendo così condizioni di burn-out, il rischio di errori che non consentono il replay, l’accumularsi di ritardi, la malagiustizia carceraria.
Oggi la dirigenza penitenziaria di diritto pubblico viene amministrata dal Ministero della Giustizia impiegando, per analogia, seppure con molti distinguo e incongruenze, il contratto della dirigenza della Polizia di Stato; nella pratica quotidiana, però, si registrano le interpretazioni più creative e difformità di trattamento nell’applicazione di medesimi istituti giuridici, con differenze da territorio a territorio, favorendo così una ulteriore confusione amministrativa, oltre che lo scoramento di quei dirigenti che vedono i propri diritti non ancora cristallizzati in un contratto di lavoro di diritto pubblico violati. Mortificante dover sperare che si abbia la fortuna di imbattersi, in alcune realtà di lavoro, in capi “graziosi”.
Paradossale osservare che i direttori degli istituti penitenziari e degli uffici dell’esecuzione penale esterna, doverosamente tenuti ad assicurare, senza se e senza ma, i diritti contrattuali del personale che da loro dipende, nonché quelli, altrettanto importanti, delle persone detenute, si vedano invece negati i propri.
Se il ritardo continuerà si sarà, giocoforza, costretti ad adire le vie legali, non escludendo, in relazione all’esito delle stesse, esauriti i ricorsi interni, il rivolgersi all’Alta Corte di Giustizia Europea, per denunciare quella che è una situazione unica di disagio e di maltrattamento verso un personale pubblico che altrove, soprattutto a mente delle Regole Penitenziarie Europee, gode di speciale attenzione e apprezzamento, mentre in Italia invece subisce il perfetto contrario.
