1991 Gorbacëv: Un nuovo mondo. La Guerra Fredda è finita

L’ultimo presidente dell’Urss si dimise il giorno di natale, sancendo la fine di un'epoca.

1991 gorbac v un nuovo mondo la guerra fredda e finita

In questi giorni, a trenta anni da quello storico 9 novembre 1989, il mondo ha commemorato la caduta del Muro di Berlino. Eppure quella caduta sancì l’inizio di un crollo ben più profondo. Quel crollo fu l’inizio della fine del mondo per come intere generazioni lo avevano conosciuto. La Guerra Fredda si concludeva senza scontri, senza alcuno spargimento di sangue, con un susseguirsi di eventi tanto attesi quanto imprevisti. Uno degli uomini che ha segnato con le sue idee, il suo riformismo ed il suo caraterete aperto e innovativo, la storia di quegli anni difficili è Michail Gorbacëv, l’ultimo segretario generale del Partito Comunista dell'Unione Sovietico.

Il giorno di natale del 1991, dopo aver assistito alla caduta del Muro di Berlino, dopo aver toccato con mano la disgregazione che stava smontando la grande Unione Sovietica, Gorbacëv, con un discorso in televisione, diede le dimissioni da presidente dell’Urss, sancendo la fine dell’Unione Sovietica e della Guerra Fredda

In un solo discorso, di appena 947 parole, un uomo che era cresciuto nell’apparato sovietico e che era stato capace di scalarlo in maniera scaltra e veloce, metteva fine ad una delle fasi più controverse, più difficili e più affascinanti della storia dell’umanità.  

 

"Cari compatrioti, compagni, concittadini, a seguito della nuova situazione e della creazione della Comunità di Stati Indipendenti, cesso la mia attività come presidente dell'Urss. Prendo questa decisione in base a considerazioni di principio. Sono stato fermamente per l'indipendenza, l'autogoverno delle nazioni, la sovranità delle repubbliche, ma al tempo stesso per il mantenimento dell'unione, dell'unità del Paese. Gli eventi hanno preso una direzione diversa. È prevalsa la politica di smembrare questo Paese e disunire lo Stato, politica con cui non posso acconsentire. E la mia posizione non è cambiata dopo l'incontro di Alma Ata e le decisioni prese in quella sede. Inoltre, sono convinto che decisioni di tale portata dovrebbero essere adottate in base all'espressione delle volontà popolare. E ancora, continuerò a fare tutto quanto è in mio potere perché gli accordi sottoscritti ad Alma Ata portino alla concordia reale nella società, facilitino il superamento della crisi e il processo riformistico. Rivolgendomi a voi per l' ultima volta in qualità di presidente dell'Urss, ritengo necessario esprimere la mia valutazione sul cammino percorso dal 1985, soprattutto perché vi sono molti giudizi contrastanti, superficiali e soggettivi sull'argomento. Il destino ha voluto che quando mi sono trovato a capo dello Stato, fosse già chiaro che non andava tutto bene nel Paese. C'è abbondanza di tutto: di terra, di petrolio e gas, di altre risorse naturali, e Dio ci ha dato intelligenza e talento. Eppure vivevamo molto peggio delle nazioni sviluppate e continuavamo a rimanere sempre più indietro. La ragione di tutto questo era già evidente: la società stava soffocando nella morsa del sistema dominato dalla burocrazia, destinato a servire l' ideologia e a portare il terribile peso della corsa agli armamenti. Aveva raggiunto il limite delle sue possibilità. Non potevamo continuare così. Si doveva cambiare tutto radicalmente. Il processo di rinnovamento del Paese e i radicali mutamenti intervenuti a livello mondiale si sono rivelati molto più complessi di quanto ci si potesse aspettare. Tuttavia, quanto è stato fatto doveva esser fatto. Questa società ha acquisito la libertà, si è liberata politicamente e spiritualmente e questa è la maggiore conquista, che non abbiamo ancora compreso appieno perché non abbiamo imparato a utilizzare la libertà. Tuttavia, l' opera di significato storico non è stata completata. Il sistema totalitario che tanto tempo fa aveva privato il Paese di un'opportunità di successo e prosperità, è stato eliminato. Vi è stata una svolta sulla via dei mutamenti democratici. Le libere elezioni, la libertà di stampa, le libertà religiose, gli organi di governo rappresentativi, il sistema pluralistico sono divenuti una realtà, i diritti umani sono stati riconosciuti come principio supremo. È stata intrapresa la strada verso un'economia diversa, si sta sancendo l'eguaglianza di tutte le forme di proprietà, la gente che lavora sulla terra sta tornando alla vita nella cornice della riforma agraria, sono comparsi i contadini, milioni di acri di terra vengono dati alla gente che vive nelle campagne e nelle città. La libertà economica dei produttori è stata legalizzata e l'impresa, l'azionariato e la privatizzazione vanno diffondendosi. Viviamo in un nuovo mondo. La Guerra Fredda è finita, la corsa agli armamenti si è conclusa, così come l'insana militarizzazione che ha mutilato la nostra economia, il morale e lo stato d'animo del popolo. La minaccia di una guerra mondiale è stata eliminata. Ci siamo aperti al mondo, abbiamo rinunciato ad interferire negli affari interni di altri popoli, a ricorrere alla forza militare oltre i confini del Paese e in cambio abbiamo avuto fiducia, solidarietà e rispetto. Le nazioni e i popoli di questo Paese hanno conquistato la reale libertà di scegliere i modi della loro autodeterminazione. La ricerca di una ristrutturazione dello Stato multinazionale ci ha quasi condotto a concludere un nuovo Trattato dell'Unione. Tutti questi mutamenti hanno richiesto uno sforzo immenso. Sono stati portati avanti con un duro scontro, tra la sempre maggiore resistenza delle forze vecchie e obsolete: le strutture del Partito-Stato, l'apparato economico, ma anche le nostre abitudini, i pregiudizi ideologici, la psicologia del parassitismo e del livellamento generalizzato. Queste trasformazioni hanno inciampato sulla nostra intolleranza, sul basso livello della cultura politica, sulla paura del mutamento. Questo è il motivo per cui abbiamo perso tanto tempo. Il vecchio sistema è crollato prima che il nuovo cominciasse a funzionare e la crisi sociale si è fatta ancora più acuta. Sono consapevole del malcontento per l'attuale difficile situazione, delle aspre critiche contro le autorità a tutti i livelli, me incluso. Ma ancora una volta vorrei sottolineare: cambiamenti radicali in un Paese così vasto, un Paese con una storia di questo genere, non possono passare in modo indolore, senza difficoltà e sconvolgimenti. Il colpo di Stato di agosto ha portato la crisi generale al suo estremo limite. La cosa più dannosa di questa crisi è la spaccatura dello Stato. E oggi sono preoccupato per il fatto che il nostro popolo ha perso la cittadinanza di un grande Paese. Le conseguenze possono rivelarsi molto pesanti per tutti. Ritengo che sia di vitale importanza preservare le conquiste democratiche degli ultimi anni. Sono state pagate con la sofferenza di tutta la nostra storia, della nostra tragica esperienza. Non devono esser cedute in nessuna circostanza, con nessun pretesto. Altrimenti tutte le nostre speranze per un futuro migliore verranno affossate. Sto dicendo tutto questo in modo diretto e con onestà. È un mio dovere morale. Lascio il mio incarico con inquietudine, ma anche con speranza, con fiducia in voi, nella vostra saggezza e forza di spirito. Alcuni errori si sarebbero certamente potuti evitare, molte cose avrebbero potuto esser fatte in modo migliore, ma sono convinto che prima o poi i nostri sforzi congiunti daranno dei frutti, le nostre nazioni vivranno in una società prospera e democratica. Vi auguro ogni bene.