Piazza Fontana, nessuno è Stato. 50 anni di bugie

Quel 12 dicembre del 1969 quando l’Italia Repubblicana perse la sua innocenza

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È il 12 dicembre 1969, un venerdì sera. A Milano tra le vetrine del centro agghindate con le luci e i festoni natalizi, si respira aria di Natale, aria di festa, aria di fine settimana. La vita scorre frenetica in un centro città che ha poco a che fare con quello di oggi, non ci sono ztl, non ci sono aree pedonali, ci sono le auto, i capelloni e le signore ingioiellate. 

Alla Banca dell’Agricoltura in piazza Fontana, il venerdì è giorno di trattative. Attorno ad un grande tavolo ottagonale con le borchie di ferro che si trovava nel salone ovale della banca, i clienti della filiale stringono accordi con altri clienti per vendite e acquisti, dai sementi al bestiame. Persone normali, che vivono esistenze normali, che Pier Paolo Pasolini descrisse come persone che “vestivano di grigio e marrone; la roba pesante, che fuma nelle osterie con le latrine all’aperto”.

La Banca dovrebbe chiudere alle 16:30 ma il venerdì si fa tardi, dentro si rimane a fare affari. Nelle strade di un’Italia che si sta riscoprendo al centro di un conflitto sociale che cresce di giorno in giorno, dopo l’autunno caldo del ’69, con gli operai e gli studenti che marciano insieme e fanno tremare chi vuole conservare tutto com’è, le persone, quelle che possono permetterselo, girano per negozi tranquille e incoscienti, in cerca dei regali. 

Questo è il quadro di Milano e dell’Italia. Un Paese in movimento, convinto di essere in piena crescita e ancora innocente davanti alle speranze del dopoguerra. 

Alle 16:37 un boato tremendo squarcia questo quadro di incoscienza e di innocenza per riportare l’Italia in guerra. Una guerra ancora più subdola e sporca di quelle passate. A farla è lo Stato, parte di esso, contro i cittadini. L’obiettivo è mantenere l’ordine nazionale e assicurare un equilibri alle dinamiche internazionali che schiacciano l’Italia.

Una bomba piazzata in una borsa sotto il tavolo ottagonale delle trattative nel salone della Banca dell’Agricoltura di Piazza Fontana, nel centro di Milano, esplode. 16 morti 90 feriti. L’Italia è sotto attacco. Un’altra bomba esplode a Roma alle 16:55 nel sottopassaggio che porta alla Banca Nazionale del Lavoro, alle 17:20 un altro ordigno esplode davanti all’Altare della Patria, dieci minuti dopo ancora un boato a Roma ancora una bomba a Piazza Venezia. 

A Milano intanto una borsa nera in simil pelle viene individuata nella Banca Commerciale Italiana di Piazza della Scala è un’altra bomba pronta ad esplodere ma il timer si è inceppato. Gli artificieri, sotto ordine del gruppo degli “Affari interni” fa brillare la bomba senza neanche fare accertamenti. 

Gli inquirenti senza neanche valutare l’accaduto hanno già pronta la pista da seguire: “sono stati gli anarchici!”. È questo il mantra che spingerà le questure ad arrestare un numero imprecisato di attivisti e militanti anarchici.  

Partono nell’immediato i depistaggi, i misteri, le violenze. Nella notte tra il 15 e il 16 dicembre vola dalla finestra di un ufficio della questura di Milano un ferroviere anarchico, pacifista e praticante della non-violenza, Giuseppe Pinelli detto Pino. La versione ufficiale che darà il questore Guida è un’opera d’arte di menzogna e depistaggio. Si dirà che Pinelli non ha retto al senso di colpa per la strage e si è buttato giù. Ha avuto “un malore attivo” che lo ha spinto dalla finestra. 

Pinelli con quella bomba non c’entra nulla, gli anarchici non c’entrano nulla e Pino Pinelli è un’altra vittima della strage neofascista e di Stato di piazza Fontana. Proveranno poi con il ballerino anarchico Pietro Valpreda, dato in pasto all’opinione pubblica come il mostro di Piazza Fontana ma completamente estraneo ai fatti. 

I depistaggi saranno continui, vedranno coinvolti apparati centrali dello Stato e forze di intelligence straniere. Da subito c’è una pista messa in evidenza da un testimone, il professore Guido Lorenzin, un democristiano veneto, che parla di un gruppo di neofascisti padovani con contatti romani che gli hanno raccontato di  aver messo le bombe del 12 dicembre. Fa i nomi di un suo amico di scuola Giovanni Ventura e del referente del movimento neofascista di Pino Rauti a Padova, Franco Freda (oggi vive ad Avellino dove ha una casa editrice che pubblica libri di estrema destra). Registra di nascosto il suo amico, lo fa solo perché ha visto le immagini dei funerali alla tv e non può rimanere in silenzio. 
Di Freda parla anche un venditore di borse che dichiara alla questura milanese di aver riconosciuto la borsa fatta esplodere alla Banca Commerciale Italiana di Piazza della Scala, era una delle loro, l’ha riconosciuta dal cartellino le ne ha comprate un numero spropositato Franco Freda. Sono informazioni che non vengono seguite. La bomba l’hanno messa gli anarchici. La pista che porta ai neofascisti veneti viene insabbiata nonostante tutte le tracce reali indicassero con chiarezza che la bomba aveva una matrice nera. 

In questa brutta storia italiana appariranno figure da film come il giornalista Guido Giannetti, agente Z del SID, che fu fatto addirittura esfiltare dai servizi per proteggerlo. Era lui a gestire e fare da tramite tra i neofascisti e alcune parti dello stato.

Mario Merlino, testimone che conferma le versione contro gli anarchici, si professa anrchico, frequenta gli stessi ambienti di Valpreda ma in realtà è un  infiltrato neofascista vicinissimo all’organizzazione neofascista di Stefano Delle Chiaie, Avanguardia Nazionale, con il quale era stato in visita nella Grecia dei colonnelli e che ancora oggi sfila orgoglioso nei cortei di Casapound.

Sono passati 50 anni da quel 12 dicembre del 1969, 50 anni di bugie di stato, 50 anni di trame, 50 anni nei quali chi ha ordito contro l’ordine democratico è stato protetto e manovrato dagli alti apparati dello Stato. 

Sono passati 50 anni e ancora non si ha una verità giudiziaria. Quella storica però ormai è certa: quella di Piazza Fontana fu una strage di Stato, la prima di una lunga serie. Da quel 12 dicembre l’italia democratica e repubblicana perse la sua innocenza e forse non l’ha mai più recuperata.