Il nuovo record certificato. C’è il timbro della Banca d'Italia sul nuovo primato del debito pubblico: a fine 2025 lo stock ha toccato quota 3.095 miliardi di euro. Tradotto in termini individuali, significa circa 52.500 euro per ogni cittadino. Un peso che non si ripaga in un’unica soluzione, ma che va reso sostenibile nel tempo attraverso continue emissioni di titoli di Stato. Rispetto a un anno prima l’aumento è stato di 128,6 miliardi. La dinamica resta dunque ascendente, anche se il nodo cruciale non è tanto l’ammontare assoluto quanto il rapporto con il Prodotto interno lordo.
Il rapporto con il Pil e le prospettive
Il dato definitivo sul rapporto debito/Pil arriverà il 2 marzo con le stime dell’Istat. Le previsioni del governo indicano un livello intorno al 136,2%, secondo solo a quello della Grecia nell’Unione europea. Nel Documento programmatico di finanza pubblica, il Ministero dell'Economia e delle Finanze ha previsto un ulteriore peggioramento nel 2026, fino al 137,4%, prima di una graduale inversione dal 2027. La riduzione sarebbe legata soprattutto al venir meno dei crediti d’imposta dei bonus edilizi, in particolare del Superbonus, che nel 2024 è costato 42,8 miliardi e toccherà il picco nel 2026 con 44,8 miliardi per poi calare progressivamente.
Il nodo della crescita
Il debito, di per sé, non è un tabù se l’economia cresce. Ma le stime restano modeste. Dopo il rimbalzo post-Covid, il Pil dovrebbe attestarsi allo 0,5% nel 2025 e allo 0,7% nel 2026, con un lieve miglioramento negli anni successivi. Numeri che includono ancora l’apporto del Pnrr, destinato a esaurirsi a giugno. Senza il contributo del piano europeo, secondo il Centro studi di Confindustria, la crescita sarebbe stata negativa nel 2025 e quasi nulla nel 2026. Il vero interrogativo riguarda dunque i motori di sviluppo nel contesto post-Pnrr e la capacità di mobilitare il risparmio privato di famiglie e imprese.
Chi finanzia il debito
Circa l’80% dello stock è rappresentato da titoli di Stato, in particolare Btp. Nonostante la crescita modesta, il mercato continua a considerarli appetibili grazie a un rendimento medio intorno al 3%, superiore a quello di Spagna, Francia e Germania. I principali detentori sono i non residenti, che possiedono oltre il 30% del debito, più di mille miliardi. In crescita anche la quota di famiglie e imprese italiane, salita al 14,6%. In calo invece la partecipazione della Banca Centrale Europea attraverso la Banca d'Italia, che ha ridotto la propria quota al 18,5% in linea con la fine dei programmi straordinari di acquisto titoli avviati durante la crisi pandemica. Le banche italiane detengono circa 627 miliardi, pari al 20,1% dello stock.
Una calma fragile
La situazione appare oggi sotto controllo, ma il margine è ristretto. Le agenzie di rating osservano con attenzione la traiettoria del debito e la credibilità delle politiche di bilancio. In un contesto globale incerto, basta un cambio di percezione dei mercati o un rallentamento della crescita per riaprire tensioni. Il debito italiano resta dunque sostenibile finché crescita e fiducia reggono. Ma l’equilibrio è delicato, e il dopo-Pnrr rappresenta la vera prova dei prossimi anni.
