Braccianti, droga e farmaci per reggere nei campi

Dopo la strage di Amendolara emerge il nodo delle sostanze nel caporalato

braccianti droga e farmaci per reggere nei campi

Secondo la versione di Repubblica, hashish, antidolorifici ed eccitanti circolano tra i lavoratori sfruttati. Non per lo sballo, ma per sopportare fatica, dolore e turni massacranti.

Dopo la strage di Amendolara, la cronaca dello sfruttamento agricolo torna a incrociare un tema rimasto spesso ai margini: l’uso di droga, farmaci antidolorifici ed eccitanti tra i braccianti costretti a lavorare in condizioni estreme. Uno dei superstiti avrebbe riferito agli investigatori che Ali Raza, uno dei due uomini accusati di avere bruciato vivi quattro lavoratori, faceva uso di hashish. Da quel dettaglio, l’inchiesta allarga lo sguardo a una pratica più estesa, segnalata da attivisti, sindacalisti e operatori presenti nelle campagne del Sud.

Il corpo come terreno di controllo

Nel mondo del caporalato, le sostanze non sarebbero soltanto una questione di consumo personale. La ricostruzione mette in fila testimonianze che descrivono farmaci e droghe usati per resistere alla fatica, attenuare il dolore, restare in piedi durante giornate di lavoro prolungate e pagate pochissimo. Il punto non è lo sballo, ma la produttività forzata. In questa dinamica, il controllo del lavoratore passa anche dal corpo: dalla capacità di sopportare, di non fermarsi, di continuare a raccogliere anche quando la stanchezza o gli infortuni imporrebbero lo stop.

Borgo Mezzanone e il Royal 225

Il nome che ricorre nelle denunce più recenti è Royal 225, una sostanza indicata da Soumaila Diawara, attivista maliano impegnato nella difesa dei lavoratori migranti. Diawara ha raccontato di essere entrato a Borgo Mezzanone, il grande insediamento informale della Capitanata, e di avere acquistato il prodotto per pochi euro, raccogliendo anche testimonianze sul suo utilizzo tra i braccianti. Secondo le sue denunce, non si tratterebbe di un consumo spontaneo, ma di un circuito che alimenta dipendenza, marginalità e sfruttamento.

Il precedente dell’Agro Pontino

Il caso non nasce oggi. Nel 2021 l’inchiesta No Pain della Procura di Latina aveva già portato alla luce l’uso del Depalgos, un potente antidolorifico oppioide, tra braccianti indiani impiegati nell’Agro Pontino. Secondo gli investigatori, il farmaco veniva distribuito non per curare patologie, ma per permettere ai lavoratori di continuare a operare nei campi nonostante dolore e fatica. L’indagine coinvolse un medico e un farmacista e mostrò quanto il sistema dello sfruttamento potesse servirsi anche di prescrizioni, complicità e dipendenze.

La strage e il sistema

La morte di Khan Waseem, Khogyani Fazal Amin, Qiemi Ismat Ullah e Safi Amjad, bruciati vivi ad Amendolara, ha riportato l’attenzione sulle campagne tra Calabria, Basilicata e Puglia, dove caporalato, ricatti abitativi, trasporti controllati e lavoro irregolare formano una filiera di dominio. Secondo le ricostruzioni giudiziarie e giornalistiche, i due fermati, Safeer Ahmed e Ali Raza, sono accusati del quadruplice omicidio, mentre gli inquirenti verificano il possibile intreccio con sfruttamento agricolo e controllo della manodopera.

Una schiavitù che si adatta

La droga, in questa lettura, non è un dettaglio laterale della tragedia, ma una chiave per comprendere il nuovo caporalato. Nei campi non si controllano soltanto orari, paghe, spostamenti e alloggi. Si controlla anche la resistenza fisica di chi lavora, trasformando farmaci e sostanze in strumenti di assoggettamento. È una schiavitù che cambia forma, si adatta ai territori e si nasconde dentro la filiera agricola. L’indignazione seguita alla strage rischia di durare poco se non diventa indagine sistematica su chi recluta, trasporta, sfrutta, fornisce alloggi, distribuisce sostanze e beneficia del lavoro dei braccianti invisibili.