È un compendio di norme eterogenee, cucite su casi simbolo e pressioni politiche, la bozza del nuovo decreto Sicurezza voluto dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, pronta ad approdare sul tavolo del Consiglio dei ministri. Un pacchetto di circa sessanta disposizioni divise in due provvedimenti distinti: un disegno di legge su sicurezza pubblica, immigrazione e protezione internazionale e uno schema di decreto legge per il potenziamento operativo delle forze di polizia. L’impianto complessivo è marcatamente securitario e appare costruito per rispondere a singole vicende di cronaca, oltre che alle richieste avanzate da Lega e Fratelli d'Italia.
Il limite ai pm e il nodo costituzionale
Il punto più delicato è contenuto nell’articolo 11 del ddl, che prevede la non iscrizione nel registro degli indagati in presenza di cause di giustificazione come legittima difesa, adempimento di un dovere, uso legittimo delle armi e stato di necessità. In sostanza, la norma mira a impedire l’iscrizione anche come atto dovuto, privando le procure di uno strumento centrale dell’azione penale. Una scelta che si presta a rilievi di legittimità costituzionale, perché comprime l’autonomia del pubblico ministero e introduce una sorta di scudo penale preventivo, soprattutto per le forze dell’ordine. I soggetti non iscritti verrebbero comunque assistiti da un avvocato a spese dello Stato, diventando “non indagati” ma di fatto protetti come tali. La norma richiama direttamente casi recenti, più italiani che internazionali. Il riferimento implicito è alla vicenda di Ramy Elgaml, il ragazzo milanese morto nel 2024 dopo un inseguimento dei carabinieri. Non a caso, l’articolo 8 introduce un nuovo illecito penale per chi non si ferma all’alt e si dà alla fuga con modalità pericolose per l’incolumità pubblica e privata, prevedendo pene fino a cinque anni e l’arresto in flagranza differita.
Immigrazione e il precedente Almasri
Il capitolo immigrazione concentra alcune delle norme più controverse. L’articolo 16 introduce la possibilità di “consegna allo Stato di appartenenza” di persone ritenute pericolose per la sicurezza nazionale o per le relazioni internazionali. Una formula che evita il termine “espulsione” e che riporta alla memoria il caso del torturatore libico Osama Almasri, arrestato nel gennaio 2025 su mandato della Corte penale internazionale e subito rimpatriato. Un episodio che aveva coinvolto, davanti al Tribunale dei ministri, lo stesso Piantedosi, il ministro della Giustizia Carlo Nordio e il sottosegretario Alfredo Mantovano, prima che il Parlamento respingesse la richiesta di autorizzazione a procedere. Sempre in materia migratoria, l’articolo 17 amplia le ipotesi di espulsione per cittadini non italiani, compresi quelli dell’Unione europea, condannati per reati come resistenza a pubblico ufficiale o partecipazione a rivolte nei Cpr. Altre disposizioni anticipano la ridefinizione europea del concetto di “paese terzo sicuro”, funzionale ai trasferimenti in Albania, e introducono l’interdizione temporanea delle acque territoriali.
Piazze e multe, l’asse con Salvini
Sul fronte delle manifestazioni, il decreto presenta una depenalizzazione solo formale. In realtà, aumentano fino a 20 mila euro le sanzioni amministrative che colpiranno soprattutto gli organizzatori delle proteste, come nel caso della disobbedienza all’ordine di scioglimento dell’assembramento, una delle forme più diffuse di dissenso pacifico. Una linea che incontra le richieste di Matteo Salvini, mentre sul piano dell’ordine pubblico tornano misure simbolo come il divieto per i minorenni di portare coltelli, l’ammonimento del questore per i 12-14enni coinvolti in risse e la procedibilità d’ufficio per il furto aggravato, cancellata in passato dalla riforma Cartabia.
