Le cicatrici sono rimaste sulla testa, sul collo, sulla schiena, sulle braccia. Per Francesca Rizzello, 43 anni, non sono soltanto il segno di una violenza sopravvissuta per un soffio, ma la prova fisica di una paura che non si è mai davvero spenta. Il 23 aprile 2019, a Modena, il fratello Cosimo Damiano Rizzello la colpì con un coltello da cucina. Lei finì in arresto cardiaco, poi in coma, quindi in rianimazione. A sette anni da quell’aggressione, dopo carcere e permanenza in Rems, l’uomo potrebbe tornare libero. Ed è per questo che Francesca ha deciso di parlare.
La paura del ritorno
La sua non è una richiesta di vendetta. È, prima di tutto, una domanda di protezione. Francesca Rizzello racconta di avere ancora paura del fratello, ma anche di sapere che lui è una persona malata. Secondo quanto riferito dalla donna, soffre di disturbi psichiatrici gravi, con episodi psicotici e paranoidi, aggravati negli anni da alcol e droga. La famiglia, dice, aveva chiesto aiuto più volte ai servizi, segnalando il peggioramento delle condizioni e la pericolosità delle sue crisi. La risposta, secondo il racconto della vittima, sarebbe stata sempre la stessa: senza una richiesta volontaria, non era possibile obbligarlo a curarsi.
I segnali prima dell’aggressione
Nei giorni precedenti all’accoltellamento, la famiglia avrebbe chiamato ripetutamente il Centro di salute mentale. Francesca riferisce minacce, frasi deliranti, esplosioni di rabbia. Poi, la mattina del 23 aprile, l’aggressione nell’abitazione della madre. Entrando in casa, la donna fu colpita alla testa. All’inizio pensò a un crollo, poi vide il volto del fratello. Lui continuò a colpirla. Dopo l’aggressione si presentò ai carabinieri dicendo di avere ucciso la sorella. Lei, invece, era ancora viva. Il caso fu raccontato allora come un tentato omicidio familiare maturato in un contesto di grave disagio psichico.
Il nodo delle famiglie
Il punto sollevato da Francesca Rizzello va oltre il suo caso personale. Dopo la recente tentata strage di Modena, la donna ha riconosciuto lo stesso tema che attraversa molte storie di cronaca: famiglie costrette a gestire da sole parenti con patologie psichiatriche gravi, spesso tra richieste d’aiuto, ricoveri temporanei, ricadute e ritorni a casa. Il problema non riguarda soltanto la sicurezza pubblica, ma anche la continuità delle cure, la responsabilità dei servizi territoriali e l’assenza di strutture capaci di seguire nel tempo chi non è autosufficiente nella gestione della propria malattia.
Rems e assistenza continua
Le Rems hanno sostituito gli ospedali psichiatrici giudiziari e accolgono persone con disturbi mentali autrici di reato, sottoposte a misure di sicurezza. Sono strutture sanitarie, non carceri, ma il loro funzionamento resta da anni al centro del dibattito per liste d’attesa, posti limitati e difficoltà nel raccordo con i servizi territoriali. Per Francesca, il punto decisivo è ciò che accade dopo: quando la misura finisce, chi garantisce che la cura continui e che la famiglia non venga lasciata sola davanti al rischio di nuove crisi?
Una richiesta allo Stato
Nelle parole della donna convivono paura e legame familiare. Francesca Rizzello dice di volere bene al fratello, ma di non poter accettare che il peso della sua gestione ricada ancora una volta su madre e sorelle. Chiede strutture, controlli, assistenza continua. Chiede che chi è pericoloso perché malato non venga semplicemente restituito alla famiglia alla fine di una pena o di un percorso in Rems. È l’appello di una sopravvissuta, ma anche il grido di molte case italiane in cui la malattia psichiatrica grave diventa una solitudine domestica, prima ancora che un’emergenza di cronaca.
