I Ramponi ora si accusano: la famiglia chiusa nell’ossessione dei debiti

Dopo la strage di Castel d’Azzano, Franco attribuisce alla sorella l’intero piano

i ramponi ora si accusano la famiglia chiusa nell ossessione dei debiti

Isolati dal paese e convinti di essere vittime di un complotto, i tre fratelli avevano trasformato il casolare pignorato in una trappola. Ora le loro difese si dividono in vista dell’udienza preliminare

La famiglia che per anni aveva opposto al mondo esterno un fronte compatto si è spezzata nelle celle di tre carceri diverse. Franco Ramponi accusa la sorella Maria Luisa, detta Luisella, di avere preparato e innescato da sola l’esplosione. Dino Ramponi prende a sua volta le distanze. Lei, indicata dagli investigatori come la persona che avrebbe avvicinato la fiamma al gas, resta il centro della ricostruzione accusatoria.

Nove mesi dopo la strage di Castel d’Azzano, costata la vita ai carabinieri Marco Piffari, Valerio Daprà e Davide Bernardello, la storia dei fratelli Ramponi entra nella fase processuale. La Procura di Verona ha chiesto il loro rinvio a giudizio per strage in concorso, resistenza a pubblico ufficiale e detenzione di materiale esplosivo. L’udienza preliminare è fissata per il 17 settembre, con una possibile prosecuzione il 22.

La notte in cui il casolare diventò una trappola

Nelle prime ore del 14 ottobre 2025 le forze dell’ordine raggiunsero l’azienda agricola di via San Martino per eseguire una perquisizione collegata alla procedura di liberazione dell’immobile. La casa e i terreni erano stati pignorati dopo anni di debiti, contenziosi e tentativi falliti di sgombero.

Secondo l’accusa, all’interno del casolare erano state aperte alcune bombole, mentre nell’edificio erano state collocate bottiglie incendiarie. Quando carabinieri, agenti e vigili del fuoco entrarono, una fiamma provocò la deflagrazione. Il fabbricato crollò sugli uomini impegnati nell’operazione, uccidendo i tre militari e ferendo oltre venti persone.

Gli investigatori attribuiscono materialmente l’innesco a Maria Luisa Ramponi, che si trovava nell’abitazione e rimase gravemente ustionata. Ma l’impianto della Procura considera il gesto il risultato di un progetto comune, maturato nel tempo e annunciato attraverso ripetute minacce.

Le frasi pronunciate prima della strage

La possibilità di far saltare la proprietà non sarebbe comparsa improvvisamente quella notte. Già durante un accesso del novembre 2024 i fratelli si erano barricati sul tetto della stalla, minacciando di morire tra le fiamme qualora qualcuno avesse tentato di portarli via.

Venti giorni prima della tragedia, durante un altro sopralluogo, Maria Luisa avrebbe gridato dal balcone che avrebbe fatto esplodere l’immobile con una bombola di gas. Accanto a lei, Dino avrebbe minacciato conseguenze contro chi si fosse avvicinato. Quelle parole, raccolte nelle carte dell’inchiesta, vengono ora interpretate come l’anticipazione di un piano e non come uno sfogo estemporaneo.

La difesa dei due uomini tenta invece di separare le responsabilità. Franco sostiene che al momento dell’esplosione si trovasse nei campi e di non avere partecipato alla preparazione dell’attentato. Afferma che la sorella avrebbe agito autonomamente. Una versione che dovrà confrontarsi con le condotte precedenti, con i materiali rinvenuti e con le testimonianze degli operatori intervenuti.

I debiti e la convinzione di essere perseguitati

Al centro della vicenda c’è una lunga rovina economica. L’azienda agricola, un tempo patrimonio e identità della famiglia, era stata travolta da mutui, ipoteche e procedure esecutive. I Ramponi contestavano la validità di alcuni atti e sostenevano che le firme apposte sui finanziamenti fossero state falsificate.

Con il passare degli anni, la battaglia giudiziaria sarebbe diventata una convinzione assoluta: la famiglia si considerava vittima di banche, tribunali, custodi e istituzioni. Ogni nuovo provvedimento veniva letto come un’altra tappa di un disegno diretto a sottrarre loro la casa e i terreni.

Il casolare si trasformò così nell’ultimo presidio da difendere. I tre fratelli vivevano in condizioni sempre più precarie, con le utenze interrotte, affidandosi a lampade e batterie. Continuavano ad allevare gli animali, rifiutando soluzioni alternative e proposte di trasferimento.

La vita ai margini del paese

L’isolamento non fu soltanto economico. I rapporti con il paese si erano progressivamente rarefatti. Secondo le testimonianze raccolte dopo la strage, i fratelli evitavano il centro abitato, percorrevano strade secondarie e mantenevano contatti sempre più limitati con parenti e conoscenti.

Il casolare era diventato un mondo separato, governato dalla paura di essere osservati e dall’idea di dover resistere contro chiunque rappresentasse l’autorità. Telecamere, minacce e barricate accompagnavano una quotidianità chiusa attorno alla proprietà perduta.

In questa dimensione, i debiti non erano più soltanto un problema patrimoniale. Erano diventati la prova della persecuzione che i Ramponi ritenevano di subire. La difesa della casa finì per sovrapporsi alla difesa della loro stessa identità, fino alla decisione, contestata dalla Procura, di trasformare l’edificio in una trappola mortale.

Il fronte comune si rompe in carcere

Dopo gli arresti, Maria Luisa, Franco e Dino Ramponi sono stati separati. La donna è detenuta a Montorio, Franco a Vicenza e Dino a Trento. La divisione è stata disposta anche dopo i tentativi di comunicazione tra loro rilevati durante la detenzione.

Ora ciascuno cerca di ridefinire la propria posizione. I due fratelli sostengono di non avere condiviso l’azione della sorella e di non essere stati presenti nel casolare al momento dell’innesco. Per l’accusa, tuttavia, la responsabilità non dipende soltanto da chi accese materialmente la fiamma. Dovrà essere stabilito se la preparazione dell’edificio, le minacce precedenti e la resistenza allo sgombero costituiscano le parti di un unico progetto.

La frattura familiare sarà uno dei nodi dell’udienza preliminare. Il giudice dovrà decidere se mandare a processo tutti e tre gli imputati e valutare la tenuta della ricostruzione della Procura, mentre le difese proveranno a distinguere gesti, intenzioni e responsabilità.

Le vittime al centro del processo

Dietro lo scontro tra i Ramponi restano le vite spezzate di Marco Piffari, Valerio Daprà e Davide Bernardello. Erano entrati nel casolare per svolgere un servizio insieme ai colleghi e furono travolti dal crollo provocato dall’esplosione.

I loro familiari attendono che il procedimento chiarisca non soltanto chi abbia acceso la fiamma, ma chi abbia contribuito a costruire le condizioni della strage. È questa la domanda che accompagnerà il processo: se quella notte fu il gesto isolato di una donna o l’ultimo atto di un progetto familiare coltivato per mesi nell’ossessione della perdita.