'Giuseppe Conte non intende correggere la rotta. La posizione sull’Ucraina, ribadita dopo le tensioni esplose nel centrosinistra, resta quella di una netta discontinuità rispetto alle politiche seguite dai governi di Mario Draghi e Giorgia Meloni. Per il presidente del Movimento 5 Stelle, una coalizione che voglia definirsi progressista non può limitarsi a confermare l’invio di armi a Kiev, ma deve spingere l’Europa verso una nuova iniziativa diplomatica.
Il nodo è ormai politico prima ancora che programmatico. Conte vuole che la linea internazionale diventi uno dei terreni sui quali misurare i candidati alle future primarie del centrosinistra. Elly Schlein, invece, respinge l’idea che una questione così delicata possa essere risolta soltanto attraverso la competizione per la guida della coalizione: prima deve essere costruito un programma condiviso, poi potranno essere definite le regole e scelto il candidato alla presidenza del Consiglio.
La linea di Conte non cambia
Nel ragionamento dell’ex presidente del Consiglio, quattro anni e mezzo di guerra non avrebbero prodotto una prospettiva credibile di soluzione. Il sostegno politico all’Ucraina non viene messo in discussione, assicurano i cinquestelle, ma dovrebbe cessare la partecipazione italiana alle nuove forniture militari. La priorità diventerebbe la costruzione di un negoziato capace di coinvolgere Volodymyr Zelensky, Vladimir Putin, l’Unione europea e gli altri attori internazionali.
È questa la distanza che Conte vuole marcare da Draghi e Meloni. A suo giudizio, presentarsi agli elettori senza una svolta riconoscibile trasformerebbe il centrosinistra in una semplice variante dell’indirizzo seguito dagli ultimi governi. L’obiettivo dichiarato è ottenere un forte mandato popolare per cambiare la politica estera italiana e rilanciare l’iniziativa diplomatica europea.
La fermezza del leader risponde anche agli equilibri interni al Movimento 5 Stelle. L’area più radicale considera l’opposizione all’invio di armi uno dei caratteri fondanti del partito. Un arretramento rischierebbe di indebolire la leadership di Conte, soprattutto davanti alla possibile riattivazione politica di Alessandro Di Battista, capace di contendere al Movimento temi, linguaggio e consensi nell’elettorato pacifista.
La replica del Partito democratico
La sortita di Conte ha irritato il vertice del Partito democratico. Schlein ha risposto fissando una sequenza precisa: prima il programma comune, successivamente le regole delle primarie e infine la scelta della persona incaricata di guidare l’intera alleanza. Chi vince la consultazione, è il messaggio della segretaria, non può rappresentare soltanto la sensibilità del proprio partito.
Le distanze riguardano soprattutto il metodo. Il Pd teme che trasformare la politica estera in un duello tra candidati possa compromettere in anticipo la tenuta della coalizione. L’area riformista dem rivendica inoltre la continuità del sostegno a Kiev e considera pericoloso subordinare gli impegni internazionali dell’Italia all’esito dei gazebo.
Critiche sono arrivate anche da Alleanza Verdi e Sinistra. Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni, pur condividendo la necessità di rafforzare la diplomazia, non vogliono che le primarie diventino un referendum divisivo sull’Ucraina. Il timore è che la competizione per la leadership inizi prima della definizione di un terreno politico comune, trasformando ogni passaggio programmatico in uno scontro tra partiti.
Il calendario verso i gazebo
Al Nazareno la tabella di marcia viene considerata ancora valida. A settembre dovrebbe cominciare la stesura di un programma essenziale, costruito attorno a pochi punti riconoscibili. Tra ottobre e novembre toccherebbe alle regole delle primarie, mentre i gazebo potrebbero aprirsi tra la fine del 2026 e l’inizio del 2027.
La partita non riguarda soltanto i contenuti. Conte guarda alla possibilità di conquistare la guida della coalizione attraverso una competizione aperta, mentre Schlein deve tenere insieme il rapporto con il Movimento, le pressioni dei riformisti e il dialogo con la componente centrista. Entrambi sanno che una rottura favorirebbe il centrodestra, ma nessuno dei due vuole arrivare all’appuntamento elettorale rinunciando alla propria identità.
L’alleanza davanti alla prova decisiva
Il confronto sull’Ucraina anticipa quindi la battaglia per la leadership del centrosinistra. Per Conte, le primarie devono scegliere non soltanto un nome, ma anche una direzione politica. Per il Pd, invece, il candidato può essere individuato soltanto dopo avere stabilito gli impegni che tutti dovranno rispettare.
Sul fondo resta l’obiettivo comune di costruire un’alternativa al governo di Giorgia Meloni. Ma il percorso verso i gazebo rischia di essere più accidentato del previsto. La questione delle armi, il rapporto con l’Europa e la ricerca di una trattativa per fermare la guerra saranno il primo banco di prova di una coalizione che, prima di sfidare il centrodestra, dovrà dimostrare di poter governare le proprie divisioni.
