La maggioranza prova a ricucire lo strappo aperto dalla legge elettorale. Mercoledì gli esponenti incaricati dai partiti del centrodestra torneranno a riunirsi per trovare un’intesa sulle preferenze, dopo che alla Camera un emendamento sostenuto formalmente dai leader è stato respinto per l’assenza di circa cinquanta voti della coalizione.
L’obiettivo è arrivare a una nuova proposta sottoscritta da tutte le forze di governo, evitando un’altra battuta d’arresto parlamentare. La trattativa riguarda soprattutto le garanzie sulla parità di genere e il rapporto tra i capilista bloccati e i candidati scelti direttamente dagli elettori. La riunione è indicata per mercoledì, mentre l’esame parlamentare proseguirà anche nei giorni successivi.
Tajani ridimensiona lo scontro
A riaprire il confronto è stato Antonio Tajani, intervenuto al Caffè della Versiliana di Marina di Pietrasanta. Il segretario di Forza Italia ha definito le preferenze un aspetto importante, ma non il cuore dell’intera riforma.
Per il vicepremier, la priorità resta costruire un sistema capace di garantire stabilità politica e maggioranze riconoscibili. Le sue parole cercano di abbassare la temperatura dopo le tensioni interne agli azzurri, dove una parte dei parlamentari aveva contestato una linea giudicata troppo disponibile verso la proposta di Fratelli d’Italia.
La bocciatura alla Camera ha però mostrato che il consenso dichiarato dai vertici non coincide ancora con quello dei gruppi parlamentari. Proprio per questo il nuovo emendamento dovrà essere discusso prima del voto e accompagnato da un accordo politico più solido.
Capilista bloccati, il punto non cambia
Il centrodestra non sembra intenzionato a rinunciare ai capilista bloccati. Il primo candidato di ogni lista continuerebbe quindi a essere eletto secondo l’ordine stabilito dal partito, mentre le preferenze partirebbero dal secondo nome.
La soluzione allo studio consentirebbe agli elettori di indicare fino a tre candidati. Il secondo nome dovrebbe essere di genere diverso rispetto al capolista, così da impedire che la parte iniziale della lista sia composta esclusivamente da uomini o esclusivamente da donne.
È inoltre valutata una soglia di rappresentanza compresa tra il 40 e il 60 per cento per ciascun genere. Si tratta di un criterio già presente in diverse proposte parlamentari sulle preferenze e richiamato anche nei documenti depositati al Senato.
La mediazione sulla parità di genere
La questione più delicata riguarda il modo in cui applicare la parità senza rendere nullo il voto o complicare eccessivamente la scheda. Una delle ipotesi prevede che le preferenze successive alla prima rispettino un’alternanza di genere.
Il correttivo servirebbe a evitare liste formalmente equilibrate ma risultati fortemente sbilanciati. Resta da chiarire cosa accadrebbe quando l’elettore esprime più preferenze per candidati dello stesso sesso e se debba essere annullata soltanto l’indicazione irregolare oppure l’intero voto di preferenza.
Sono dettagli tecnici, ma possono incidere in modo rilevante sulla libertà dell’elettore e sulla validità delle schede. È anche per questo che Forza Italia chiede un testo condiviso e definito prima del passaggio nelle commissioni.
Il rischio di una scheda confusa
Un’altra modifica allo studio riguarda la distanza grafica tra il nome del capolista e quelli dei candidati selezionabili. L’obiettivo è rendere immediatamente comprensibile che sul primo nome non può essere espressa una preferenza, mentre accanto agli altri potranno essere apposti fino a tre segni.
La leggibilità della scheda non è un elemento secondario. La presenza contemporanea di simboli, capilista predeterminati e più preferenze potrebbe aumentare gli errori, soprattutto nei collegi con un numero elevato di candidati.
Il testo potrebbe quindi contenere indicazioni precise sulla disposizione dei nomi, sugli spazi e sulle modalità di espressione del voto. La definizione concreta verrebbe poi affidata ai modelli predisposti dal ministero dell’Interno.
Il nodo delle circoscrizioni estere
Gli azzurri chiedono inoltre di affrontare il caso dei capilista nelle circoscrizioni estere. La posizione di Forza Italia è che, qualora il principio del capolista bloccato venga mantenuto sul territorio nazionale, debba essere applicato in modo uniforme anche agli eletti all’estero.
Il tema non appare ancora chiuso e potrebbe entrare nella mediazione complessiva. Ogni ampliamento dell’emendamento, tuttavia, aumenta il rischio di riaprire questioni che i meloniani vorrebbero mantenere fuori dal confronto.
Niente ballottaggio né nuovi collegi
La linea prevalente è limitare l’intervento alle preferenze. Non dovrebbe quindi essere introdotto il ballottaggio, né appare probabile una revisione generale dei collegi elettorali.
Alcuni parlamentari hanno proposto di aumentare il numero delle circoscrizioni o di riaccorpare le province oggi divise a causa dei collegi uninominali del Rosatellum. Una diversa organizzazione territoriale potrebbe facilitare il rapporto tra candidati ed elettori in un sistema più proporzionale.
La maggioranza teme però che modificare anche la geografia elettorale renda la riforma molto più complessa e apra nuovi conflitti tra i partiti, ciascuno interessato alla distribuzione dei seggi nei territori dove è più forte.
Una riforma ancora senza accordo definitivo
In commissione al Senato il confronto prosegue su un provvedimento che ha già raccolto numerosi emendamenti e ordini del giorno. Al 21 luglio risultavano depositati 162 emendamenti e 19 ordini del giorno, segno di una discussione ancora molto aperta.
Il nuovo vertice dovrà stabilire se esistano davvero le condizioni per un testo unitario. La scadenza politica indicata è quella del primo settembre, ma nessuno nella maggioranza vuole trascinare il negoziato per tutta la pausa estiva.
La partita sulle preferenze è stata definita un dettaglio, ma ha già fatto cadere il governo in una votazione parlamentare. Per questo il prossimo emendamento sarà anche un test sulla capacità del centrodestra di trasformare l’accordo tra i leader in una disciplina effettiva dei gruppi.
