L’inchiesta sull’attentato contro Sigfrido Ranucci arriva al presunto livello dei mandanti. Valter Lavitola, imprenditore ed ex giornalista-editore, è stato arrestato e portato in carcere con l’accusa di avere commissionato l’azione dinamitarda compiuta nell’ottobre scorso a Pomezia, alle porte di Roma, contro il conduttore di Report. Nell’indagine viene contestato anche il metodo mafioso.
La misura cautelare è stata emessa dal gip di Roma nell’ambito dell’inchiesta coordinata dalla Procura di Roma, guidata dal procuratore Francesco Lo Voi. A eseguire il provvedimento sono stati i carabinieri del Nucleo Investigativo. Per gli inquirenti, dunque, gli elementi raccolti nelle ultime settimane hanno consentito di compiere un ulteriore passo rispetto alla fase in cui Lavitola risultava indagato e sottoposto a perquisizione.
La svolta nell’inchiesta
Il nome di Lavitola era entrato pubblicamente nell’indagine all'inizio di luglio. Gli investigatori avevano perquisito l'imprenditore e acquisito materiale ritenuto utile per ricostruire contatti, rapporti e spostamenti. Nei giorni successivi erano stati sequestrati anche manoscritti, telefoni cellulari e dispositivi informatici.
Ora il quadro accusatorio ha portato alla richiesta e all'emissione della custodia cautelare in carcere. L'ipotesi della Procura, che dovrà naturalmente essere verificata nel successivo percorso giudiziario, è che Lavitola abbia avuto il ruolo di mandante dell'attentato contro il giornalista.
L'azione risale al 16 ottobre 2025, quando un ordigno esplose nei pressi dell'abitazione di Ranucci a Pomezia, colpendo le vetture parcheggiate all'esterno. Un episodio che fin dalle prime ore aveva fatto scattare un'indagine particolarmente complessa, anche per comprendere se l'intimidazione fosse direttamente collegata all'attività giornalistica del conduttore di Report.
Il ruolo dell’intermediario
L'inchiesta non si ferma a Lavitola. Il gip ha disposto un provvedimento di arresto anche nei confronti di Gomes Clesio Tavares, cittadino camerunense che, secondo l'accusa, avrebbe partecipato alla preparazione dell'attentato.
L'uomo risulta al momento latitante e gli investigatori ritengono che possa trovarsi in Africa. La sua posizione è considerata centrale nella ricostruzione investigativa perché, secondo l'ipotesi della Procura, avrebbe svolto il ruolo di intermediario tra il presunto mandante e il gruppo incaricato di realizzare materialmente l'attacco.
È proprio questa catena, dal presunto mandante all'intermediario fino agli esecutori, uno dei punti sui quali gli inquirenti stanno cercando di consolidare il quadro probatorio. Quattro persone erano già finite sotto misura cautelare come presunti componenti della banda responsabile dell'azione dinamitarda. Il Tribunale del Riesame di Roma aveva successivamente confermato le quattro misure e l'aggravante del metodo mafioso contestata nell'inchiesta.
Il nodo del metodo mafioso
L'aggravante attribuisce un peso ulteriore alla ricostruzione della Procura. Non significa, di per sé, che sia già stata accertata in via definitiva l'appartenenza degli indagati a un'organizzazione mafiosa. Il punto al centro dell'accusa riguarda il metodo che sarebbe stato utilizzato per realizzare l'azione e la sua capacità intimidatoria.
L'esplosione davanti all'abitazione di un giornalista sotto scorta rappresentò fin dall'inizio un elemento particolarmente grave dell'inchiesta. Gli investigatori hanno lavorato per mesi sulla preparazione dell'attentato, sui presunti esecutori e sui contatti che avrebbero preceduto l'esplosione.
Con l'arresto di Lavitola, l'indagine entra adesso in una fase decisiva. Restano da definire in sede giudiziaria il movente, le responsabilità individuali e la solidità degli elementi che hanno portato il gip a disporre la custodia cautelare. Le accuse formulate dagli inquirenti dovranno essere sottoposte al vaglio dei giudici nel rispetto della presunzione di innocenza.
