Cinque minorenni indagati, una rete costruita tra piattaforme social e sistemi di messaggistica, materiale propagandistico e scritte inneggianti al suprematismo comparso anche sui muri del Valdarno. Dopo oltre un anno di accertamenti la Polizia di Stato di Arezzo ha concluso l’indagine su un gruppo di giovanissimi ritenuto riconducibile ad ambienti dell’estrema destra.
L’inchiesta, coordinata dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale per i Minorenni di Firenze, guidata da Roberta Pieri, è arrivata all’avviso di conclusione delle indagini preliminari nei confronti dei cinque ragazzi. Le contestazioni riguardano la propaganda e l’istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale, etnica e religiosa. Trattandosi di una fase ancora preliminare del procedimento, le responsabilità dovranno essere accertate nelle sedi giudiziarie competenti.
La pista partita dai social
Il punto di partenza dell’attività investigativa è stato il web. Gli agenti hanno monitorato profili social e canali di messaggistica nei quali circolavano contenuti inneggianti all’ideologia nazifascista, messaggi discriminatori e materiale propagandistico riconducibile ad ambienti dell’estrema destra.
Da quella prima attività gli investigatori della Digos di Arezzo sono passati progressivamente alla ricostruzione dei rapporti tra i ragazzi, delle modalità utilizzate per reclutare nuovi aderenti e dei sistemi attraverso i quali il gruppo avrebbe organizzato e coordinato le proprie iniziative.
L’indagine non si sarebbe fermata alla propaganda digitale. Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, il gruppo avrebbe prodotto e diffuso anche adesivi e altro materiale destinato a portare all’esterno i messaggi condivisi nelle chat.
Le scritte nel Valdarno
Un passaggio centrale dell’inchiesta riguarda gli episodi avvenuti nel territorio aretino e in particolare in Valdarno. Tra le scritte contestate compaiono “White power”, “Italia agli italiani”, “Nuova Italia” e “Antiantifa”.
Già nel marzo 2025 a San Giovanni Valdarno erano comparsi simboli e slogan di matrice suprematista e neonazista. Su un muro del parcheggio Dalla Chiesa erano stati tracciati una svastica, una croce celtica e la scritta “White power”. Pochi giorni dopo una nuova scritta, “Italia agli italiani”, accompagnata da una croce celtica, era comparsa all’ingresso del patronato Acli.
Quegli episodi avevano immediatamente fatto scattare gli accertamenti. Nel luglio dello stesso anno la Digos aveva eseguito perquisizioni nei confronti di minorenni nell’ambito di un’operazione nazionale dedicata proprio ai fenomeni di radicalizzazione giovanile sul web e ai circuiti suprematisti e dell’estrema destra.
Cellulari e materiale digitale al centro dell’indagine
Le successive perquisizioni, proseguite fino al febbraio 2026, hanno consentito agli investigatori di acquisire conversazioni, fotografie, filmati e altri contenuti digitali ritenuti utili a ricostruire l’attività del gruppo.
L’analisi di telefoni e dispositivi avrebbe permesso alla polizia di individuare differenti ruoli tra i giovani coinvolti e di ricostruire una struttura che, secondo l’ipotesi investigativa, non si limitava alla condivisione occasionale di materiale estremista.
È proprio questo l’aspetto che rende l’inchiesta particolarmente significativa: la propaganda sarebbe stata accompagnata da forme di organizzazione, coordinamento e ricerca di nuovi aderenti. Un salto dal consumo individuale di contenuti radicali alla costruzione di un gruppo capace di trasferire messaggi e simboli dal mondo digitale al territorio.
I collegamenti oltre Arezzo
Gli accertamenti avrebbero inoltre fatto emergere contatti tra alcuni dei minorenni dell’Aretino e altri ambienti estremisti presenti sul territorio nazionale. Un elemento sul quale gli investigatori hanno concentrato l’attenzione anche alla luce di un fenomeno che negli ultimi anni ha mostrato una crescente capacità di svilupparsi attraverso comunità virtuali, chat chiuse e piattaforme frequentate da adolescenti.
L’episodio di Arezzo si inserisce infatti in una più ampia attività di prevenzione svolta dalla polizia sul fronte della radicalizzazione dei giovanissimi. Nel luglio 2025 furono effettuate 22 perquisizioni in diverse province italiane nei confronti di ragazzi tra i 13 e i 17 anni emersi in contesti estremisti di differente matrice. In quell’operazione erano stati coinvolti anche due adolescenti residenti nell’Aretino e un quindicenne della provincia di Firenze per le scritte apparse a San Giovanni Valdarno.
La rete digitale permette a gruppi anche geograficamente lontani di condividere simboli, linguaggio e materiale propagandistico e, proprio per questo, l’analisi dei dispositivi elettronici è diventata uno dei punti centrali delle indagini sui processi di radicalizzazione minorile.
Un’inchiesta durata più di un anno
Con la notifica dell’avviso di conclusione delle indagini preliminari si chiude ora la fase investigativa coordinata dalla Procura minorile fiorentina. Per i cinque ragazzi si apre quella successiva del procedimento, nella quale potranno esercitare pienamente le proprie prerogative difensive.
Resta il dato che ha accompagnato l’intera indagine: la giovane età delle persone coinvolte e il ruolo della rete come ambiente nel quale ideologie razziste, suprematiste e nazifasciste possono circolare, trovare nuovi interlocutori e trasformarsi, secondo l’ipotesi degli investigatori, in attività organizzata anche fuori dal web.
