Caso Regeni, tre 007 egiziani condannati: «Giulio fu sequestrato»

Dieci anni a tre uomini della National Security. Assolto Sabir, cade l'accusa di omicidio

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La Corte d'Assise di Roma riconosce il sequestro aggravato di Giulio Regeni e condanna tre funzionari egiziani. Non regge invece l'accusa di omicidio contestata a Sharif. La famiglia: «Non ci fermiamo»

Una verità giudiziaria è stata fissata: Giulio Regeni fu sequestrato e tre appartenenti agli apparati di sicurezza egiziani sono responsabili di quel rapimento. Dieci anni dopo la scomparsa del ricercatore italiano al Cairo, la prima Corte d'Assise di Roma ha pronunciato tre condanne a dieci anni e un'assoluzione nel processo contro quattro funzionari della National Security egiziana.

Sono stati riconosciuti colpevoli del sequestro aggravato il maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif e i colonnelli Uhsam Helmi e Athar Kamel Mohamed Ibrahim. Il generale Tariq Sabir, quarto imputato, è stato invece assolto.

Il verdetto non arriva però fino alla morte di Regeni. A Sharif, unico imputato chiamato a rispondere anche delle violenze e dell'omicidio, non sono state riconosciute responsabilità penali per quei reati. La Procura aveva chiesto per lui l'ergastolo.

Il corpo del ricercatore fu ritrovato il 3 febbraio 2016 lungo la strada tra Il Cairo e Alessandria, nove giorni dopo la sua scomparsa, con evidenti segni delle violenze subite.

Il sequestro del 25 gennaio è provato

La decisione dei giudici segna un punto fermo nella vicenda giudiziaria. Per la Corte, tre uomini appartenenti agli apparati di sicurezza egiziani parteciparono al sequestro di Regeni avvenuto il 25 gennaio 2016.

Il ricercatore friulano, 28 anni, dottorando dell'Università di Cambridge, si trovava in Egitto per una ricerca sui sindacati indipendenti e sul mondo del lavoro. Le indagini italiane hanno ricostruito il progressivo interesse degli apparati di sicurezza nei suoi confronti e il monitoraggio delle sue attività prima della scomparsa.

La Procura aveva sostenuto che Regeni fosse stato erroneamente considerato una possibile fonte di attività di intelligence ostile e che il sequestro fosse finalizzato a ottenere informazioni che il giovane non poteva fornire.

La Corte ha riconosciuto la responsabilità di tre dei quattro imputati per il rapimento. Sarà necessario attendere il deposito delle motivazioni per conoscere nel dettaglio il percorso probatorio seguito dai giudici.

L'omicidio resta senza un colpevole

È qui che la sentenza incontra il suo limite più evidente. Regeni viene sequestrato il 25 gennaio. Il suo corpo viene ritrovato il 3 febbraio. Sul cadavere vengono documentati i segni delle violenze subite. Eppure il processo non riesce ad attribuire penalmente l'omicidio a uno degli imputati.

L'accusa più grave riguardava Magdi Ibrahim Abdelal Sharif. Per la Procura era lui l'uomo coinvolto direttamente nelle violenze e nella morte del ricercatore, in concorso con persone mai identificate.

Il procuratore aggiunto Sergio Colaiocco aveva chiesto per Sharif la condanna all'ergastolo. Una parte significativa dell'impianto accusatorio poggiava anche sulle testimonianze raccolte durante anni di indagini, compresa quella del testimone protetto indicato con il nome convenzionale di «Gamma».

La Corte non ha però pronunciato una condanna per l'omicidio.

Questo non equivale a stabilire che Regeni non sia stato torturato e ucciso dopo il rapimento. Significa, sul piano strettamente processuale, che il processo non ha consentito di attribuire quei reati a Sharif con il livello di prova necessario per una condanna penale.

Una catena spezzata dopo il rapimento

Rimane così una frattura nella ricostruzione giudiziaria. Il primo segmento della vicenda ha ora tre responsabili individuati: il sequestro. Il segmento successivo, quello delle violenze che precedettero la morte e dell'uccisione, resta invece senza una responsabilità individuale accertata dalla sentenza.

È proprio questo il nodo destinato ad accompagnare la lettura del verdetto.

Sul piano storico e investigativo, il rapimento, le violenze e la morte si susseguono nello spazio di pochi giorni. Sul piano giudiziario, tuttavia, la responsabilità deve essere provata individualmente per ciascun reato e nei confronti di ciascun imputato.

Non è quindi possibile trasformare automaticamente la condanna per il sequestro in una condanna per ciò che avvenne successivamente. Né, in assenza delle motivazioni, è possibile stabilire quali specifici passaggi dell'accusa sull'omicidio siano stati ritenuti insufficienti dalla Corte.

Gli ostacoli dell'Egitto

Il processo è arrivato alla sentenza dopo un percorso eccezionalmente complesso, segnato dalla mancata collaborazione delle autorità egiziane.

I quattro imputati non hanno mai partecipato alle udienze e sono rimasti formalmente irreperibili. L'impossibilità di ottenere dal Cairo indirizzi e informazioni indispensabili per notificare gli atti aveva inizialmente bloccato il procedimento.

La questione era arrivata fino alla Corte costituzionale, chiamata a stabilire se l'assenza di collaborazione di uno Stato straniero potesse impedire all'Italia di celebrare un processo per un delitto di questa gravità.

Superato quell'ostacolo, il dibattimento è potuto cominciare davanti alla Corte d'Assise.

Le difficoltà incontrate dagli investigatori italiani hanno accompagnato l'intera vicenda: documenti non consegnati, risposte giudicate incomplete, testimoni difficili da raggiungere e versioni dei fatti provenienti dall'Egitto che non hanno trovato riscontro nella ricostruzione della Procura italiana.

Lo Voi: «L'impianto accusatorio ha retto»

Dopo il verdetto, il procuratore di Roma Francesco Lo Voi ha sottolineato il significato delle tre condanne, pur ricordando la necessità di attendere le motivazioni per comprendere integralmente il ragionamento della Corte.

Per il procuratore, la parte sostanziale dell'impianto accusatorio ha retto perché il processo ha accertato responsabilità di persone appartenenti agli apparati egiziani nonostante la scarsa collaborazione ricevuta dalle autorità del Cairo.

La Procura aveva chiesto pene più severe. Oltre all'ergastolo per Sharif, erano stati sollecitati 17 anni e sei mesi di reclusione per gli altri tre imputati.

Il risultato finale è stato diverso: dieci anni per tre imputati limitatamente al sequestro e assoluzione per Sabir.

La famiglia Regeni: la battaglia continua

In aula c'erano Paola Deffendi e Claudio Regeni, i genitori di Giulio, insieme alla loro legale Alessandra Ballerini. Per la famiglia, essere arrivati a una sentenza dopo dieci anni rappresenta un risultato importante, ma non la conclusione della ricerca della verità.

La decisione riconosce infatti una responsabilità individuale all'interno degli apparati di sicurezza egiziani per la scomparsa del giovane. Non individua invece chi lo torturò e chi lo uccise.

Sul piano politico, la sentenza ha immediatamente riaperto il confronto sui rapporti tra Italia ed Egitto. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha sottolineato che il verdetto riguarda singole persone e non costituisce una condanna dello Stato egiziano. La famiglia Regeni e la sua legale hanno espresso una posizione diversa, chiedendo conseguenze nei rapporti con il Cairo.

Una verità ancora incompleta

Dieci anni di indagini e un processo hanno dunque stabilito giudiziariamente una parte fondamentale di ciò che accadde al Cairo: Giulio Regeni fu sequestrato e per quel sequestro sono stati condannati tre appartenenti alla sicurezza egiziana.

Resta aperta la domanda più dolorosa. Chi lo torturò e chi lo uccise?

La successione degli eventi alimenta inevitabilmente interrogativi sul rapporto tra il rapimento accertato e ciò che avvenne nei nove giorni trascorsi prima del ritrovamento del corpo. Ma una ricostruzione logica e una responsabilità penale individuale sono piani differenti. La Corte ha potuto condannare soltanto per ciò che ha ritenuto provato nei confronti dei singoli imputati.

Per capire perché la catena probatoria si sia fermata al sequestro bisognerà attendere le motivazioni della sentenza. È lì che emergerà quali elementi siano stati considerati sufficienti per condannare i tre uomini della National Security e perché le prove contro Sharif non abbiano portato anche a una condanna per le violenze e l'omicidio.

La giustizia italiana è arrivata fino al rapimento di Giulio Regeni. La verità giudiziaria sulla sua morte, invece, rimane ancora incompleta.