Milano, foto degli indagati ai clan: arrestati autista del Gip e avvocato

Un dipendente del Tribunale avrebbe rivelato informazioni riservate a esponenti della criminalità

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Domenico Bruno e l'avvocato Rocco Romellano ai domiciliari. Avrebbero fatto arrivare agli indagati fotografie di registri giudiziari segreti. Il caso emerge nell'inchiesta sulla banca occulta delle mafie: 30 arresti e sequestri per 21 milioni

Un dipendente del Tribunale di Milano che accede ai registri riservati della giustizia, acquisisce informazioni coperte dal segreto investigativo e le fa arrivare, attraverso un avvocato, proprio alle persone coinvolte nelle indagini. È l'accusa contestata a Domenico Bruno, 55 anni, per lungo tempo autista dell'ufficio dei giudici per le indagini preliminari, arrestato il 21 ottobre nell'ambito di una vasta operazione contro una presunta organizzazione criminale specializzata nel riciclaggio internazionale.

Insieme a lui è finito agli arresti domiciliari l'avvocato Rocco Romellano, professionista che ha assistito imputati in numerosi processi di 'ndrangheta. Secondo la Procura di Milano, il legale avrebbe svolto un ruolo di intermediario nella trasmissione delle informazioni riservate, consentendo ad alcuni indagati di conoscere anticipatamente l'esistenza di un procedimento a loro carico.

L'episodio rappresenta uno degli aspetti più delicati dell'inchiesta coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Milano, che ha portato all'esecuzione di 30 misure cautelari e al sequestro di beni per oltre 21 milioni di euro. Al centro delle indagini una presunta rete finanziaria clandestina utilizzata da esponenti della criminalità organizzata per movimentare e riciclare ingenti quantità di denaro.

Gli accessi abusivi al registro degli indagati

La ricostruzione degli investigatori individua due momenti decisivi: il 9 e il 18 dicembre 2025. In quelle date Domenico Bruno, secondo l'accusa, avrebbe consultato senza autorizzazione il sistema informatico giudiziario per verificare i nominativi iscritti nel registro degli indagati.

L'accesso sarebbe avvenuto attraverso il sistema SICP, la piattaforma informatica utilizzata dagli uffici giudiziari per la gestione dei procedimenti penali. Gli investigatori hanno individuato gli accessi effettuati attraverso un identificativo riconducibile all'operatore.

Il dipendente avrebbe agito su richiesta di Giuseppe Piscioneri, uno dei principali indagati nell'inchiesta sulla presunta banca clandestina, servendosi dell'intermediazione dell'avvocato Rocco Romellano.

Le informazioni sarebbero quindi state trasmesse a Piscioneri, che si sarebbe recato a Segrate, nell'abitazione di Paolo Pelaggi. Da lì, attraverso la piattaforma di messaggistica criptata Signal, sarebbe stata inviata a Luigi Mercadante una fotografia contenente l'elenco dei nominativi presenti nel registro giudiziario.

Una catena di comunicazioni che, secondo gli inquirenti, avrebbe permesso ad alcuni componenti dell'organizzazione di sapere di essere sotto indagine quando l'informazione era ancora riservata.

La scoperta delle microspie e la ricerca di una talpa

Gli accessi contestati sarebbero maturati in un clima di crescente preoccupazione tra gli esponenti dell'organizzazione. Gli investigatori hanno ricostruito che alcuni indagati, dopo aver individuato microspie nei propri uffici, avrebbero cercato di capire quali attività investigative fossero in corso e chi fosse coinvolto.

Da qui sarebbe partita la ricerca di un canale capace di ottenere informazioni direttamente dagli uffici giudiziari.

Secondo i pubblici ministeri Grazia Colacicco e Pasquale Addesso, quel canale sarebbe stato individuato proprio attraverso Bruno, dipendente del Tribunale con una lunga esperienza all'interno dell'ufficio Gip.

L'uomo aveva lavorato per circa vent'anni nell'amministrazione giudiziaria milanese, svolgendo anche mansioni di autista per i magistrati. In seguito aveva assunto incarichi amministrativi, occupandosi anche di pratiche particolarmente delicate.

Per gli inquirenti, il ruolo ricoperto da Bruno avrebbe reso possibile l'acquisizione di informazioni che avrebbero dovuto rimanere protette. Le contestazioni formulate nei suoi confronti riguardano l'accesso abusivo a un sistema informatico e la rivelazione di segreti d'ufficio.

L'altra indagine sul milione di euro sequestrato

Quello emerso nell'operazione del 21 ottobre non è il primo procedimento giudiziario che coinvolge Domenico Bruno.

Già durante l'estate del 2026 il dipendente era finito sotto indagine per una vicenda relativa alla gestione di somme depositate nel Fondo unico giustizia, dove confluiscono anche risorse sottoposte a sequestro nell'ambito di procedimenti penali.

Secondo quella ricostruzione investigativa, Bruno avrebbe tentato di ottenere lo svincolo di una somma vicina al milione di euro a favore di un soggetto legato alla criminalità organizzata calabrese, già coinvolto in vicende di favoreggiamento della latitanza di un importante esponente mafioso.

L'operazione sarebbe stata intercettata e bloccata prima che il denaro potesse essere trasferito.

La vicenda aveva fatto emergere interrogativi sulle mansioni effettivamente svolte dal dipendente, formalmente inquadrato in un ruolo amministrativo, e sulle modalità attraverso le quali aveva acquisito responsabilità nella gestione di beni sequestrati.

La nuova indagine è distinta dalla precedente, ma riporta l'attenzione sulla sicurezza degli uffici giudiziari e sui controlli relativi all'accesso a documenti e informazioni riservate.

La banca occulta delle mafie e il riciclaggio internazionale

L'arresto del dipendente del Tribunale si inserisce in un'indagine molto più ampia, condotta dalla Guardia di Finanza di Milano e Monza Brianza e coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia, con il supporto della Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo.

Secondo gli investigatori, a Pero, alle porte di Milano, dietro la copertura di una società di autonoleggio, sarebbe stata organizzata una vera e propria banca clandestina utilizzata per gestire flussi finanziari illeciti.

La struttura sarebbe stata riconducibile a soggetti ritenuti vicini alla 'ndrangheta crotonese e al clan dei Casalesi, con collegamenti anche alla criminalità organizzata foggiana.

L'organizzazione avrebbe potuto contare su una rete internazionale di collaboratori e intermediari, attraverso la quale realizzare operazioni di riciclaggio, frodi fiscali e trasferimenti di denaro.

Le dimensioni economiche dell'inchiesta sono considerevoli. Gli accertamenti hanno individuato oltre 110 milioni di euro di fatture per operazioni inesistenti e movimentazioni sospette per circa 68 milioni di euro attraverso criptovalute.

Secondo gli inquirenti, la rete avrebbe offerto servizi finanziari clandestini a soggetti coinvolti anche nel traffico di sostanze stupefacenti e in altre attività criminali.

Trenta misure cautelari e sequestri per 21 milioni

L'operazione è stata eseguita su disposizione del giudice per le indagini preliminari Luca Milani, che ha disposto 16 custodie cautelari in carcere e 14 arresti domiciliari.

Tra i destinatari delle misure in carcere figurano anche Giuseppe Piscioneri, Paolo Pelaggi e Luigi Mercadante, indicati dagli investigatori tra i soggetti coinvolti nella circolazione delle informazioni giudiziarie riservate.

Per Domenico Bruno e Rocco Romellano, invece, è stata applicata la misura degli arresti domiciliari.

L'operazione ha coinvolto oltre 350 militari della Guardia di Finanza, con interventi anche in Spagna e Svizzera, realizzati attraverso la cooperazione internazionale di polizia.

Contestualmente sono stati disposti sequestri per oltre 21 milioni di euro, riguardanti disponibilità finanziarie, conti correnti, criptovalute e beni di valore.