Un cantiere di sicurezza diventa scavo archeologico. Un intervento nato per consolidare il muraglione storico di Villa Celimontana ha restituito un nuovo frammento della Roma imperiale. Sulle pendici del Celio, gli archeologi hanno riportato alla luce otto ambienti appartenenti a un edificio costruito nel II secolo dopo Cristo e profondamente riorganizzato nel corso del III secolo.
Le indagini sono state condotte dalla Soprintendenza Speciale di Roma del Ministero della Cultura nell’ambito degli interventi finanziati dal PNRR attraverso la missione Caput Mundi. Cinque vani sono stati scavati interamente, mentre altri tre sono conservati soltanto in parte. Il complesso prosegue verso l’interno della villa, ma la presenza di cipressi monumentali e i limiti del progetto non hanno consentito di estendere ulteriormente l’esplorazione.
Il cantiere interessa il Campo Celimontano, un’area di circa 1,2 ettari ai piedi della cinquecentesca Villa Mattei. Il muraglione, lungo circa 120 metri e alto in alcuni tratti fino a undici, svolge una funzione di sostegno del pianoro. L’intervento dispone di un finanziamento complessivo di due milioni di euro.
Mosaici, affreschi e marmi colorati
La qualità delle decorazioni testimonia l’importanza dell’edificio. In uno degli ambienti è stato scoperto un grande pavimento musivo con un emblema marino: un delfino, un pesce, un’aragosta e un granchio sono disposti intorno a un cratere. Sotto una lacuna del mosaico è inoltre comparsa una pavimentazione più antica, riferibile all’età antonina e decorata con motivi vegetali in tessere bianche e nere.
Lo scavo ha restituito anche ampie porzioni di un soffitto affrescato crollato sul pavimento, con cerchi rossi, fasce azzurre e cornici in stucco. Numerosi frammenti di opus sectile, realizzati con lastre di marmo bianco e policromo, completavano l’apparato ornamentale. Sono emersi inoltre piccoli elementi dipinti e l’impronta di una calzatura militare, dettagli che potrebbero rivelarsi decisivi per interpretare la funzione originaria degli spazi.
La residenza e l’ipotesi dei Vigiles
L’identità del complesso resta ancora da stabilire. La raffinatezza dei pavimenti, degli affreschi e dei rivestimenti marmorei potrebbe indicare una residenza aristocratica. La posizione dell’edificio e i confronti con altre strutture note aprono però la possibilità che gli ambienti appartenessero alla caserma della V Coorte dei Vigiles, attestata sul Celio già all’inizio del II secolo.
I Vigiles erano incaricati della sorveglianza notturna e della prevenzione degli incendi nella capitale. Secondo una lettura ancora più specifica, l’edificio potrebbe essere stato la dimora del tribuno che comandava la coorte. L’assenza, almeno nella porzione finora scavata, del consueto cortile centrale impedisce tuttavia di arrivare a conclusioni definitive.
La conferma di un legame con la caserma consentirebbe di ridefinire l’estensione di uno dei maggiori complessi militari della Roma imperiale. Anche il motivo del cratere raffigurato nel mosaico trova confronti nelle decorazioni della caserma dei Vigiles di Ostia, un elemento suggestivo che non rappresenta ancora una prova ma rafforza la pista seguita dagli studiosi.
Le trasformazioni nei secoli
L’edificio originario venne realizzato in opera laterizia e successivamente modificato con murature in opera listata e una nuova distribuzione degli ambienti. Dopo l’abbandono, alcune parti sarebbero state nuovamente occupate tra il V e il VI secolo da persone insediatesi tra le strutture ormai in rovina.
Molti secoli più tardi, sopra le murature romane venne costruita una loggia di Villa Mattei rivolta verso San Sisto. Le sue fondazioni, saldamente ancorate alle strutture antiche, sono riemerse durante le indagini e documentano la continua trasformazione di questo settore del Celio, dove edifici imperiali, sistemazioni rinascimentali e interventi moderni si sovrappongono nello stesso terreno.
Lo studio prima della valorizzazione
Per la soprintendente speciale Daniela Porro, il ritrovamento amplia la conoscenza della città antica e apre nuove prospettive di ricerca. Valentina Gemignani, capo di Gabinetto del Ministero della Cultura, ha sottolineato come un’opera di consolidamento si sia trasformata in un cantiere capace di unire tutela, ricerca archeologica e valorizzazione.
La responsabile scientifica dello scavo, Simona Morretta, ha invitato alla prudenza. Lo studio delle murature, dei reperti e delle diverse fasi edilizie dovrà verificare le ipotesi avanzate e chiarire chi utilizzò realmente questi ambienti. Nell’attesa delle analisi definitive, tra le possibilità considerate vi è anche il reinterro dell’area, necessario per garantire la conservazione delle strutture e delle superfici decorate.
