L’inflazione torna a mordere proprio mentre l’economia italiana rallenta e il mercato del lavoro perde slancio. Tre indicatori diffusi dall’Istat compongono un quadro meno rassicurante di quello disegnato nei mesi scorsi: ad agosto i prezzi accelerano al 3,3% su base annua, il Pil nel secondo trimestre avanza soltanto dello 0,2% e a luglio l’occupazione resta sostanzialmente ferma.
Il dato più evidente arriva dai prezzi. L’indice nazionale dei prezzi al consumo aumenta dello 0,5% rispetto a luglio e del 3,3% rispetto ad agosto 2025, contro il 2,9% del mese precedente. A spingere l’accelerazione è soprattutto l’energia: la crescita dei prezzi del comparto passa complessivamente dall’11,6 al 17%. Gli energetici non regolamentati salgono dal 11,4 al 16,9%, quelli regolamentati dal 14,8 al 18,8%.
L’energia riaccende i prezzi
La nuova fiammata non si è ancora trasferita con la stessa intensità sull’intero paniere. L’inflazione di fondo, che esclude energia e alimentari freschi, rallenta infatti dall’1,6 all’1,5%. Anche il cosiddetto carrello della spesa, che comprende alimentari e prodotti per la cura della casa e della persona, resta stabile all’1%.
Il segnale meno rassicurante arriva però dai prodotti acquistati più frequentemente, il cui ritmo di crescita accelera dal 3,4 al 4,3%. È il canale attraverso il quale l’aumento dei prezzi viene percepito più rapidamente nella vita quotidiana. L’inflazione acquisita per l’intero 2026 sale intanto al 2,9%: significa che, anche ipotizzando prezzi invariati nei prossimi mesi, la media annuale sarebbe ormai prossima al 3%.
Per le associazioni dei consumatori il conto rischia di essere pesante. Federconsumatori stima un aggravio medio di 1.089 euro all’anno per famiglia e sottolinea che il nuovo aumento arriva dopo anni di rincari già assorbiti con difficoltà da salari e pensioni.
Anche Confesercenti guarda con preoccupazione all’autunno. Secondo l’associazione, se le tensioni internazionali sull’energia dovessero proseguire, il tasso potrebbe avvicinarsi al 4% nell’ultimo trimestre. Il presidente Nico Gronchi avverte delle conseguenze soprattutto per le famiglie con redditi più bassi e per il ceto medio, chiedendo interventi strutturali sul costo dell’energia.
Il Pil cresce, ma soltanto dello 0,2%
La fiammata inflazionistica si inserisce in un’economia che procede a passo ridotto. Nel secondo trimestre il Pil italiano è aumentato dello 0,2% rispetto ai primi tre mesi dell’anno e dell’1% rispetto allo stesso periodo del 2025. La crescita acquisita per il 2026 resta così limitata.
A sostenere l’attività economica è soprattutto la domanda interna. I consumi delle famiglie mostrano ancora una moderata capacità di tenuta, mentre gli investimenti legati alle costruzioni continuano a offrire un contributo importante. Sullo sfondo pesa però il progressivo avvicinarsi alla conclusione della fase più intensa degli investimenti finanziati dal Pnrr.
Più fragile è il quadro dell’industria. La manifattura continua a risentire della debolezza della domanda internazionale, dell’aumento dei costi energetici e dell’incertezza geopolitica. Anche il contributo dell’estero alla crescita si indebolisce, mentre l’aumento dei prezzi dell’energia rende più costose le importazioni.
Il rischio è quello di una combinazione particolarmente scomoda per famiglie e imprese: una crescita economica debole accompagnata da un’inflazione nuovamente sostenuta. Uno scenario che riduce il potere d’acquisto e rende più difficile trasformare l’aumento nominale delle retribuzioni in un miglioramento effettivo dei redditi.
Il lavoro raggiunge il record, ma la corsa si arresta
Sul mercato del lavoro convivono due fotografie differenti. La prima è quella del livello assoluto degli occupati, che resta molto elevato: a luglio sono 24 milioni e 370 mila, 307 mila in più rispetto a un anno prima. Il tasso di occupazione si attesta al 63,2%.
La seconda fotografia riguarda invece la dinamica più recente. Rispetto a giugno il numero degli occupati è sostanzialmente stabile. Crescono gli uomini, i dipendenti permanenti, gli autonomi e la fascia tra 35 e 49 anni, mentre diminuiscono le donne, i lavoratori a termine e le altre classi di età.
Il tasso di disoccupazione scende leggermente al 5,8%, ma quello giovanile sale al 18,9%. La frenata dei più giovani rappresenta uno degli aspetti più delicati del dato: rispetto a un anno prima l’occupazione cresce complessivamente, ma diminuisce tra i 15-24enni e nella fascia 35-49 anni. A sostenere la crescita sono soprattutto i lavoratori più anziani e i dipendenti a tempo indeterminato.
Il nodo della qualità della crescita
La ministra del Lavoro Marina Calderone rivendica l’aumento dell’occupazione registrato dall’inizio del mandato del governo Meloni e indica la crescita dei posti di lavoro come prova della tenuta del mercato italiano. Il numero complessivo degli occupati resta effettivamente vicino ai massimi storici.
Ma il quadro degli ultimi mesi suggerisce maggiore cautela. L’occupazione non arretra, tuttavia ha smesso di correre. A maggio era diminuita, a giugno era rimasta sostanzialmente stabile e anche luglio non registra una vera accelerazione. Nel trimestre maggio-luglio, rispetto ai tre mesi precedenti, l’incremento resta comunque positivo, con 91 mila occupati in più.
È qui che inflazione, Pil e lavoro finiscono per intrecciarsi. L’Italia continua ad avere più occupati rispetto a un anno fa, ma la crescita economica rimane modesta e la nuova impennata dell’energia rischia di erodere parte dei benefici ottenuti sul fronte dei redditi.
L’autunno diventa così il vero banco di prova. Se la pressione energetica dovesse continuare, il rischio sarebbe quello di vedere i prezzi correre più velocemente dell’economia e delle retribuzioni. Una combinazione che potrebbe frenare ulteriormente i consumi, indebolire le imprese e rendere molto più difficile trasformare il record numerico dell’occupazione in una crescita percepibile anche nei bilanci delle famiglie.
