È diventata una resa dei conti interna la riunione dei senatori di Forza Italia convocata a Palazzo Madama per discutere la nuova legge elettorale. Al centro dello scontro ci sono le preferenze, che Fratelli d’Italia vuole reinserire nel testo approvato dalla Camera, ma la tensione ha rapidamente investito anche la gestione politica del segretario Antonio Tajani.
Secondo le ricostruzioni emerse al termine dell’incontro, diversi parlamentari avrebbero contestato al leader di non averli coinvolti nel confronto con gli alleati. La presidente del gruppo al Senato, Stefania Craxi, avrebbe sintetizzato il malumore con una frase netta: «Non sapevamo niente delle preferenze». Nel successivo botta e risposta, mentre Tajani cercava di replicare, la senatrice gli avrebbe rivolto un altro rimprovero: «Non mi fai parlare».
La riunione trasformata in un processo politico
L’incontro era iniziato come un chiarimento sulla linea da assumere in Senato. Dopo circa un’ora di interventi critici, però, il segretario si sarebbe trovato sotto accusa da parte della componente più contraria alla modifica della legge e considerata politicamente vicina a Marina Berlusconi.
La contestazione non riguarda soltanto il merito delle preferenze. Una parte dei senatori azzurri critica il metodo seguito nelle trattative con la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e con gli altri partiti della maggioranza. Il timore è che una modifica così delicata venga concordata ai vertici, lasciando ai gruppi parlamentari il compito di ratificare una scelta già compiuta.
La fronda interna non nasce oggi. Craxi, diventata capogruppo a marzo al posto di Maurizio Gasparri, aveva già espresso una posizione contraria alla riapertura del testo sulle preferenze. Nei giorni precedenti, Tajani aveva cercato di ridurre la tensione incontrando la senatrice e invitandola a non esasperare il confronto.
La mediazione indicata da Tajani
Nel corso della riunione, Tajani avrebbe spiegato che il gruppo non può permettersi di votare apertamente contro le preferenze qualora Fratelli d’Italia presentasse un nuovo emendamento. Una bocciatura palese provocherebbe infatti uno scontro diretto con il partito della premier e renderebbe evidente la divisione della maggioranza.
La linea indicata dal segretario sarebbe quindi quella di trattare sulla formulazione della modifica, cercando garanzie sulla selezione dei candidati, sulla rappresentanza di genere e sul peso delle liste bloccate. È una posizione più prudente rispetto al muro alzato da una parte del gruppo, ma non rappresenta ancora un via libera definitivo.
Alla vigilia della riunione, lo stesso Tajani aveva ribadito che per Forza Italia la legge andava bene nella versione approvata dalla Camera. Il leader aveva aggiunto che eventuali emendamenti sarebbero stati valutati dai gruppi parlamentari «senza pregiudizi ma senza costrizioni».
Il nodo del “Melonellum”
Il testo arrivato al Senato della Repubblica non consente agli elettori di esprimere preferenze per i candidati collocati nelle liste. Conferma inoltre la possibilità delle pluricandidature. Fratelli d’Italia punta invece a introdurre un sistema misto, mantenendo alcuni capilista bloccati e affidando una quota degli eletti al voto di preferenza.
La stessa modifica era già stata proposta durante l’esame alla Camera, ma era stata respinta per un solo voto: 188 contrari contro 187 favorevoli, in uno scrutinio segreto che aveva fatto emergere i franchi tiratori nella maggioranza. Il passaggio al Senato ha quindi riaperto una partita che il voto di Montecitorio sembrava avere momentaneamente chiuso.
Per Giorgia Meloni le preferenze servirebbero anche a rafforzare la legittimazione diretta degli eletti e a ridurre le possibili contestazioni costituzionali. Una parte di Forza Italia teme invece che la competizione personale possa penalizzare i candidati meno radicati sul territorio, ridurre il controllo del partito sulla composizione delle liste e rendere più difficile garantire l’equilibrio tra uomini e donne.
Il peso dell’area vicina a Marina Berlusconi
Lo scontro assume una portata più ampia perché coinvolge gli equilibri interni costruiti dopo la morte di Silvio Berlusconi. Le cronache politiche indicano Stefania Craxi come riferimento di un gruppo di parlamentari sensibile alle posizioni di Marina Berlusconi, mentre Tajani rivendica l’autonomia del partito e della sua segreteria.
Il leader ha recentemente escluso che la presidente di Fininvest e del gruppo Mondadori intervenga nelle decisioni parlamentari, definendola un’imprenditrice che non determina la linea sulla legge elettorale. L’insistenza con cui il suo nome compare nel confronto interno mostra tuttavia quanto l’eredità politica e simbolica della famiglia del fondatore continui a pesare sulle dinamiche azzurre.
La riunione non ha prodotto una rottura formale, ma ha lasciato aperta la questione della leadership. Tajani conserva la guida del partito e punta a evitare una frattura con Meloni. Craxi, dall’altra parte, deve rappresentare un gruppo parlamentare nel quale l’opposizione alle preferenze appare consistente e potrebbe diventare decisiva quando l’emendamento arriverà al voto.
La trattativa rinviata al Senato
Il confronto proseguirà nelle commissioni e nelle riunioni della maggioranza. Molto dipenderà dalla formulazione scelta da Fratelli d’Italia e dagli eventuali correttivi che verranno offerti agli alleati. Una soluzione potrebbe prevedere una quota limitata di parlamentari eletti con le preferenze, affiancata da capilista bloccati e da meccanismi più rigidi per la parità di genere.
La partita, però, non riguarda più soltanto la legge elettorale. Il faccia a faccia tra Tajani e Craxi ha portato alla luce una divisione politica che attraversa Forza Italia: da una parte la necessità di mantenere un rapporto stabile con la premier, dall’altra la volontà di difendere l’autonomia del partito e il peso dei gruppi parlamentari. Il prossimo voto dirà se la mediazione del segretario sarà sufficiente o se la fronda azzurra tornerà a manifestarsi nell’Aula del Senato.
