Matteo Salvini non intende aprire una discussione sulla propria successione. Nel momento più difficile per la Lega da quando ne ha assunto la guida, il segretario risponde alle contestazioni interne serrando i ranghi e respingendo l’idea che per uscire dalla crisi servano un nuovo congresso, una modifica dello statuto o un ridimensionamento dei suoi poteri.
«Non c’è bisogno di cambiare regole, abbiamo fatto il congresso l’anno scorso, non possiamo fare un congresso all’anno», ha spiegato nelle ultime ore, invitando i dirigenti a concentrarsi sui militanti e sul lavoro nei territori. La linea è chiara: allargare la squadra sì, mettere in discussione la leadership no.
Il problema è che una parte crescente della Lega del Nord ritiene ormai insufficiente un semplice ampliamento dell’organigramma. Il malessere emerso prima in Lombardia si è esteso al Veneto e, con toni più prudenti, al Piemonte. Al centro delle critiche ci sono il crollo dei consensi, la perdita di centralità dei temi tradizionali del Nord e la competizione con Roberto Vannacci, che dopo la rottura con il Carroccio ha costruito Futuro Nazionale e nei sondaggi ha ormai superato stabilmente il vecchio partito.
La rivolta parte dalla Lombardia
La contestazione più esplicita è esplosa nel direttivo lombardo. Alcuni dirigenti hanno chiesto apertamente che Salvini lasci la segreteria o compia almeno un passo di lato, mantenendo il proprio ruolo di governo ma affidando la gestione del partito a una nuova squadra. Il tema non è rimasto confinato a poche voci isolate: il malcontento riguarda anche territori che storicamente rappresentano il cuore organizzativo e militante della Lega.
Tra i nomi che ricorrono nelle discussioni interne ci sono il presidente della Lombardia Attilio Fontana, il governatore del Friuli Venezia Giulia Massimiliano Fedriga e l’ex presidente del Veneto Luca Zaia. Nessuno dei tre ha formalmente lanciato una sfida per la segreteria, ma attorno a loro si concentra la richiesta di riportare autonomia, amministratori locali e interessi produttivi del Nord al centro dell’identità leghista.
Nelle ultime settimane lo stesso Fontana ha fatto circolare in una chat interna una bozza per un soggetto di impronta liberale e federalista. Il governatore ha precisato che non si trattava del progetto di un nuovo partito, ma di uno stimolo alla discussione davanti al malessere dei militanti. La semplice esistenza del testo, però, è bastata a rendere visibile una frattura che da tempo covava sotto la superficie.
In Piemonte il quadro è meno esplosivo, ma anche lì vengono segnalate critiche alla gestione nazionale. Il capogruppo alla Camera Riccardo Molinari ha finora cercato di mantenere il confronto dentro il partito. Il dato politico, tuttavia, è che la discussione non riguarda più soltanto qualche dirigente lombardo.
La cabina di regia esiste già, ma non basta ai critici
Sul tema dell’organizzazione va fatta una precisazione. Una cabina di regia dedicata ai territori era già stata istituita dalla Lega a giugno, con la partecipazione di Salvini, dei governatori e di rappresentanti degli enti locali. Al tavolo sono stati chiamati, tra gli altri, Fontana, Fedriga, Zaia, Maurizio Fugatti, Giancarlo Giorgetti e Roberto Calderoli, con l’obiettivo dichiarato di coordinare il partito sui dossier territoriali, dal Piano casa alle autonomie.
Il punto sollevato dalla fronda non è quindi semplicemente la creazione di un organismo di coordinamento, ma il suo peso reale nelle decisioni. Chi critica Salvini chiede una redistribuzione più profonda della guida politica e teme che il coinvolgimento degli amministratori resti consultivo senza modificare la linea del partito.
Salvini respinge questa lettura. Dice di voler «rafforzare la squadra», insiste sul fatto che governatori, sindaci e militanti sono già coinvolti e liquida le discussioni sui social e sui giornali come polemiche che non interessano gli elettori. La sua scommessa è arrivare alle elezioni politiche del 2027 con una Lega ricompattata attorno alla leadership esistente.
Il caso Roggero diventa una bandiera
Mentre la tensione interna sale, Salvini torna sui temi identitari che più facilmente mobilitano il suo elettorato. Per la quarta volta in meno di un mese ha fatto visita nel carcere di Bollate a Mario Roggero, il gioielliere di Grinzane Cavour condannato in via definitiva a 14 anni e 9 mesi per l’uccisione di due rapinatori e il ferimento di un terzo dopo l’assalto al suo negozio nel 2021. La condanna è diventata definitiva il 15 luglio con la decisione della Cassazione.
Questa volta il leader della Lega ha raccontato di avere portato al detenuto ragù, ’nduja, sugo ai porcini, pesto e aceto balsamico per il pranzo di Ferragosto. Ma dietro l’immagine del gesto personale c’è un’operazione politica precisa.
Salvini ha annunciato che agli eventi della Lega, compreso il raduno di Pontida, verranno raccolti fondi a favore della famiglia di Roggero per contribuire alle spese legali e ai risarcimenti. Il denaro, ha spiegato, sarà versato direttamente sul conto della moglie del gioielliere. Ha inoltre ribadito l’intenzione di sostenere una proposta di legge che limiti in futuro il diritto al risarcimento per i familiari di chi viene ucciso durante determinati reati, precisando però che la norma non potrebbe avere effetto retroattivo sul caso Roggero.
Il dossier permette a Salvini di riportare la Lega sul terreno della sicurezza, della legittima difesa e del rapporto tra cittadini e giustizia. È lo stesso terreno sul quale il leader ha costruito una parte consistente della propria popolarità negli anni di maggiore espansione del partito.
Il problema Vannacci
Il punto più difficile resta però elettorale. Futuro Nazionale, il movimento fondato da Roberto Vannacci dopo l’uscita dalla Lega, ha continuato a crescere per tutta l’estate. Nel sondaggio YouTrend diffuso a fine luglio era arrivato al 7,6 per cento, superando nettamente il Carroccio e avvicinandosi a Forza Italia. Una rilevazione Swg dei primi giorni di agosto lo ha collocato al 7,2 per cento.
La Lega, nelle stesse rilevazioni, si muove attorno al 5-6 per cento. È un dato particolarmente doloroso perché Vannacci era stato portato dentro il partito proprio da Salvini, candidato alle Europee del 2024 e successivamente promosso vicesegretario. L’operazione doveva allargare il consenso della Lega sulla destra. Con la nascita di Futuro Nazionale, quella scelta si è trasformata nel principale concorrente esterno del segretario.
Ed è qui che le critiche dei nordisti diventano più profonde. Secondo i contestatori, inseguire Vannacci sul terreno della destra identitaria rischia di allontanare ulteriormente la Lega dalla sua base storica, fatta di imprese, amministratori, autonomisti e ceto produttivo settentrionale. Salvini ritiene invece che rinunciare ai temi di sicurezza, immigrazione e identità significherebbe lasciare uno spazio ancora maggiore al suo ex alleato.
La suggestione del ritorno al Viminale
In questo contesto è tornata a circolare anche l’ipotesi di un ritorno di Salvini al ministero dell’Interno. Per una parte della Lega, il Viminale consentirebbe al segretario di tornare a occupare il centro della scena proprio sui dossier che gli hanno garantito maggiore visibilità: sicurezza e immigrazione.
La prospettiva, però, ha trovato una frenata da parte di Giorgia Meloni. La presidente del Consiglio ha ricordato che Salvini è impegnato in un ministero complesso come quello delle Infrastrutture e dei Trasporti e ha difeso il lavoro dell’attuale ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, spiegando che sta dando il massimo sul fronte della sicurezza e dell’immigrazione. Non è arrivata un’apertura a un rimpasto.
Nella Lega alcuni continuano comunque a considerare il ritorno al Viminale non come una rincorsa a Vannacci, ma come il ripristino di una collocazione politica naturale per Salvini. Il senatore Claudio Borghi ha definito questa prospettiva la correzione di una situazione ritenuta ingiusta, più che una risposta all’avanzata dell’ex generale.
Pontida sarà il passaggio decisivo
La resa dei conti, almeno politica, si sposta così verso Pontida. Il raduno annuale sarà molto più di una manifestazione identitaria. Sarà il luogo in cui Salvini dovrà mostrare di avere ancora il controllo della base e, contemporaneamente, offrire una risposta ai governatori e agli amministratori che chiedono una Lega diversa.
Il segretario per ora esclude rivoluzioni. Nessun nuovo congresso, nessun cambio dello statuto, nessun passo indietro. La sua strategia punta a coinvolgere altri dirigenti senza mettere in discussione il vertice e a riportare il partito sui temi più mobilitanti per l’elettorato.
Ma la questione che attraversa la Lega non riguarda soltanto i ruoli. Riguarda l’identità di un partito che deve decidere se continuare a competere sul terreno nazionale e sovranista costruito da Salvini oppure recuperare con maggiore decisione le proprie radici autonomiste e settentrionali.
Per la prima volta da anni, questa discussione avviene mentre esiste alla destra della Lega un concorrente capace di superarla nei sondaggi. È questo, molto più degli statuti e delle formule organizzative, il dato che rende la crisi diversa dalle precedenti.
