Il record di Meloni: quattro anni in piedi tra inciampi, flop e retromarce

La longevità come trofeo, ma la legislatura è una cronaca di riforme arenate e incidenti clamorosi

il record di meloni quattro anni in piedi tra inciampi flop e retromarce

A Bari FdI celebra 1.413 giorni a Palazzo Chigi. Ma da Cutro al caso Giambruno, dall’Albania al referendum sulla giustizia, fino al gelo con Trump e al Melonellum, la stabilità racconta anche tutto ciò che non ha funzionato

Il record esiste. E negarlo sarebbe sciocco. Giorgia Meloni arriva a 1.413 giorni consecutivi a Palazzo Chigi e supera il primato di durata del secondo governo Berlusconi. Per un Paese che ha consumato governi con la velocità delle stagioni, è un dato politicamente rilevante. Ma un dato cronologico resta un dato cronologico. Non misura la qualità delle decisioni, non certifica la riuscita delle riforme e soprattutto non trasforma quattro anni di sopravvivenza politica in quattro anni di successi.

Anzi, c'è già qualcosa di involontariamente rivelatore nella festa organizzata il 4 settembre al porto di Bari. Fratelli d'Italia celebra i "quattro anni" quando i quattro anni pieni dal giuramento del 22 ottobre 2022 non sono ancora trascorsi. Mancano quasi sette settimane. La politica, si sa, arrotonda anche il calendario quando deve stampare le brochure.

Quasi trenta pagine di "record", luminarie, musica e una premier sorridente in copertina raccontano il governo che vuole essere ricordato. Per capire quello che è stato davvero, però, conviene fare l'operazione opposta: riaprire il calendario e segnare, una dopo l'altra, le date degli inciampi. Perché la storia di questa longevità non è soltanto la storia di un governo che non è caduto. È anche la storia di tutto ciò che, pur restando in piedi, gli è caduto intorno.

26 febbraio 2023, Cutro: il primo naufragio politico

Sono passati appena quattro mesi dall'insediamento quando davanti a Steccato di Cutro, in Calabria, il mare restituisce corpi, vestiti, scarpe di bambini. È la prima grande prova morale per il governo che aveva fatto del contrasto all'immigrazione irregolare uno dei pilastri della propria identità.

La tragedia non può essere attribuita per slogan a un governo, naturalmente. Il naufragio ha cause e responsabilità che devono essere accertate nei fatti. Ma la gestione politica e comunicativa fu devastante. Il ministro dell'Interno Matteo Piantedosi, proprio mentre il Paese guardava quella spiaggia, spiegò la necessità di impedire partenze tanto pericolose e pronunciò parole interpretate da molti come una colpevolizzazione di chi era morto tentando di raggiungere l'Europa.

Meloni difese il ministro e respinse l'accusa che l'esecutivo non avesse voluto salvare quelle persone. Ma il primo grande incidente era ormai avvenuto. Il governo della "fermezza" aveva scoperto quanto sottile fosse il confine tra la propaganda sui flussi migratori e la responsabilità istituzionale davanti a una tragedia.

8 agosto 2023, la tassa alle banche che dura un'estate

Poi arrivò la rivoluzione contro i poteri forti. O almeno sembrò.

Il governo annunciò a sorpresa un'imposta del 40 per cento sugli extraprofitti delle banche. Meloni se ne assunse personalmente la paternità e pochi giorni dopo disse che l'avrebbe rifatta. Il messaggio era perfetto per la narrazione populista: finalmente qualcuno avrebbe fatto pagare gli istituti che guadagnavano sull'aumento dei tassi mentre famiglie e imprese soffrivano per i mutui.

La Borsa di Milano reagì malissimo. Il giorno dell'annuncio il listino perse oltre il 2 per cento e miliardi di capitalizzazione furono bruciati. Non era questo, da solo, a dimostrare che la tassa fosse sbagliata. Il problema arrivò dopo: a settembre il governo modificò sostanzialmente il meccanismo, consentendo agli istituti di evitare il versamento destinando somme alle riserve non distribuibili.

La grande offensiva contro gli extraprofitti finì così nel più classico dei compromessi italiani. Prima il pugno sul tavolo, poi il correttivo. Prima "non arretriamo", poi l'uscita di sicurezza. Fu uno dei primi esempi di una tecnica che avrebbe accompagnato il governo a lungo: annuncio muscolare, impatto con la realtà, rammendo.

29 agosto e 20 ottobre 2023, le sbruffonate di Giambruno

In quei mesi il governo dovette gestire anche un problema che non era politico in senso stretto ma che, inevitabilmente, finì dentro la politica: Andrea Giambruno. Non l'ex marito, perché non si sono mai sposati, ma l'allora compagno di Giorgia Meloni da quasi dieci anni.

Prima arrivarono le uscite televisive. Commentando le violenze sessuali di quei mesi, Giambruno sostenne che evitando di ubriacarsi e perdere i sensi si poteva evitare di "trovare il lupo". Era già stato protagonista di battute sul caldo e sul ministro tedesco che, se non sopportava le temperature italiane, poteva starsene nella Foresta Nera.

Poi arrivarono i fuorionda di Striscia la Notizia. E lì le spacconate diventarono ingestibili. «Posso toccarmi il pacco mentre vi parlo?», si sentì dire. Poi domande e allusioni sessuali alle colleghe, il tono da bullo di redazione, il compiacimento di chi pensa di essere lontano dai microfoni mentre il microfono, invece, sta registrando tutto.

Il 20 ottobre Meloni annunciò pubblicamente la fine della relazione. Fu una scelta privata che merita di restare tale, ma l'episodio aveva già prodotto un effetto pubblico devastante: la premier che costruiva la propria immagine sull'autocontrollo, sulla disciplina e sul rigore si ritrovava costretta a spegnere l'incendio provocato dalle sbruffonate televisive del proprio compagno.

Anche questa fu una lezione sulla longevità. Per durare bisogna saper tagliare ciò che mette in pericolo la macchina. Meloni lo fece, rapidamente.

1 novembre 2023, la premier beffata dai finti diplomatici russi

Pochi giorni dopo, un altro incidente. Questa volta molto meno privato.

Il 18 settembre Meloni aveva ricevuto una telefonata da due noti prankster russi, Vovan e Lexus. Uno dei due si era presentato come un alto rappresentante africano. A Palazzo Chigi nessuno aveva fermato la chiamata prima che arrivasse alla presidente del Consiglio.

La registrazione fu resa pubblica il 1 novembre. La premier parlava della stanchezza internazionale sulla guerra in Ucraina, della necessità futura di trovare una via d'uscita e delle difficoltà italiane sull'immigrazione. Non furono rivelazioni sconvolgenti. Lo scandalo stava altrove: la presidente del Consiglio di un Paese del G7 era stata messa al telefono con due impostori russi nel mezzo di una guerra europea.

Due giorni dopo il consigliere diplomatico Francesco Maria Talò lasciò l'incarico. La stessa Meloni parlò di superficialità e ammise che quella telefonata aveva esposto il Paese. Altro incidente superato, altro pezzo lasciato sulla strada.

18 giugno 2024, la "madre di tutte le riforme" entra nel congelatore

Il Senato approva il premierato. Meloni lo aveva definito la "madre di tutte le riforme". Doveva essere la trasformazione istituzionale destinata a mettere il suo nome nella Costituzione politica della Repubblica, l'elezione diretta del capo del governo che avrebbe chiuso per sempre l'epoca dei governi fragili. Poi il premierato arriva alla Camera. E si ferma.

A settembre 2026 è ancora lì, oltre due anni dopo la prima approvazione. La madre di tutte le riforme non è morta, formalmente. Ma è come se fosse stata accompagnata in una stanza e invitata ad aspettare. Il paradosso è magnifico: il governo che festeggia il record di stabilità non è riuscito a realizzare la riforma costituzionale che aveva presentato come indispensabile per garantire la stabilità.

Forse perché, a un certo punto, la durata stessa dell'esecutivo ha tolto forza all'argomento. O forse perché un altro referendum, dopo quello sulla giustizia, è diventato un rischio che nessuno a Palazzo Chigi ha più tanta voglia di correre.

19 giugno e 14 novembre 2024, l'autonomia prima approvata e poi smontata

Ventiquattr'ore dopo il premierato, la maggioranza porta a casa l'altra grande bandiera istituzionale. Il 19 giugno la Camera approva definitivamente l'autonomia differenziata voluta dalla Lega e da Roberto Calderoli. Cinque mesi dopo arriva la Corte costituzionale.

La Consulta non cancella tutta la legge, ma ne dichiara illegittimi diversi passaggi centrali e impone una lettura molto più restrittiva della possibilità di trasferire intere materie alle Regioni. Il progetto sopravvive giuridicamente, ma politicamente esce dalla sentenza molto più piccolo di come era entrato. Il centrodestra aveva promesso la grande architettura: premierato per Fratelli d'Italia, autonomia per la Lega. Il primo resta bloccato. La seconda viene ridimensionata dalla Consulta. Più che la stagione costituente, il risultato assomiglia a un compromesso di coalizione che non riesce a diventare sistema.

6 settembre 2024, Sangiuliano e il ministero trasformato in feuilleton

L'estate del 2024 consegna un'altra figuraccia al governo. Il ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano, chiamato a incarnare la costruzione dell'egemonia culturale della destra, finisce travolto dal caso Maria Rosaria Boccia.

Consulenze annunciate e negate, documenti pubblicati sui social, viaggi, telefonate, interviste televisive, la relazione ammessa in diretta al Tg1. Per giorni il Ministero della Cultura sembra più il set di una serie che un dicastero della Repubblica.

Meloni inizialmente respinge le dimissioni del ministro. Poi la situazione diventa insostenibile. Il 6 settembre Sangiuliano lascia e arriva Alessandro Giuli.

Il danno, però, non riguarda soltanto un ministro. Riguarda l'ambizione che lo accompagnava. La destra era arrivata al governo promettendo di sostituire una presunta egemonia culturale con una nuova classe dirigente. Due anni dopo, il suo primo ministro della Cultura se ne andava dopo aver raccontato in televisione una relazione privata per difendere la propria permanenza nell'esecutivo.

18 ottobre 2024, il modello Albania dura poche ore

Tre giorni prima Meloni aveva presentato i centri italiani in Albania come un modello innovativo, coraggioso, destinato perfino a essere imitato dagli altri Paesi europei.

Poi arrivano i primi migranti. E arrivano i giudici.

Il tribunale di Roma non convalida il trattenimento e il primo gruppo deve essere riportato in Italia. Seguiranno nuovi tentativi, nuovi contenziosi, modifiche legislative e un progressivo cambiamento della funzione delle strutture.

Il progetto simbolo della politica migratoria meloniana diventa così il progetto simbolo della distanza tra l'annuncio e l'esecuzione. Non scompare, ma cambia pelle. Non produce la rivoluzione promessa e finisce incastrato tra diritto europeo, decisioni dei magistrati e continue correzioni normative.

Se la forza di un governo si misura dalla capacità di trasformare uno slogan in amministrazione, Gjader resta una delle fotografie più severe di questi quattro anni.

14 novembre 2024, la Consulta presenta il conto

È la data della decisione con cui la Corte costituzionale interviene sull'autonomia differenziata. E vale la pena ricordarla separatamente perché segna un passaggio politico.

Da quel momento appare chiaro che la stagione delle grandi riforme identitarie non sta procedendo secondo il copione scritto nel 2022. La maggioranza conserva numeri solidi. Il governo resta stabile. Ma proprio ciò che avrebbe dovuto giustificare quella stabilità, la capacità di cambiare in profondità il Paese, comincia a sfilacciarsi.

È qui che longevità e immobilismo iniziano a sembrare meno lontani di quanto racconti la propaganda.

20 gennaio 2025, tutta la posta su Trump

Giorgia Meloni va a Washington per l'insediamento di Donald Trump. È l'unica leader di governo dell'Unione europea presente. La fotografia deve raccontare un privilegio: Roma può parlare con Washington come nessun altro in Europa.

Per mesi la premier investe capitale politico in quella relazione. Il suo ruolo viene raccontato come quello di un ponte fra Trump e l'Europa, l'interlocutrice capace di capire il presidente americano senza rompere con Bruxelles.

Nel 2026 quella scommessa presenta il conto. L'Italia nega l'uso della base di Sigonella ad aerei statunitensi diretti verso operazioni legate alla guerra con l'Iran. Meloni critica Trump quando attacca Papa Leone. Il presidente americano reagisce, la accusa pubblicamente di non avere abbastanza coraggio e arriva perfino a rilanciare sui social una foto della premier accompagnata dalla battuta sulla necessità di un "restraining order".

A luglio Meloni dice di non rimpiangere il rapporto costruito con Trump. Ma il ponte privilegiato sull'Atlantico è diventato un percorso pieno di crepe.

21 gennaio 2025, il caso Almasri

Un giorno dopo l'insediamento di Trump esplode un caso assai più pesante.

Osama Almasri Njeem, ricercato dalla Corte penale internazionale per presunti crimini di guerra e contro l'umanità, era stato arrestato a Torino il 19 gennaio. Due giorni dopo viene liberato per un problema procedurale e riportato in Libia su un volo di Stato italiano.

La CPI dichiara di non essere stata preventivamente consultata e chiede spiegazioni. Il governo sostiene che, una volta rimesso in libertà dalla magistratura, Almasri sia stato espulso immediatamente perché ritenuto pericoloso.

È il cortocircuito perfetto: un esecutivo che ha costruito una parte enorme della propria comunicazione sulla sicurezza accompagna fino a Tripoli, su un velivolo dello Stato, un uomo ricercato dalla giustizia internazionale proprio perché considerato pericolosissimo.

Qualunque siano le responsabilità giuridiche dei singoli passaggi, sul piano politico l'immagine resta devastante.

23 marzo 2026, quindici milioni di no

Poi arriva il colpo più netto. Non una sentenza, non un tribunale, non una crisi diplomatica. Gli elettori.

Il referendum costituzionale sulla giustizia boccia la riforma voluta dal governo e dal ministro Carlo Nordio. Il No arriva al 53,74 per cento, il Sì si ferma al 46,26. Quasi quindici milioni di cittadini respingono la separazione delle carriere e il nuovo assetto degli organi di autogoverno della magistratura. L'affluenza sfiora il 59 per cento.

Non cade il governo. Meloni aveva saggiamente evitato l'errore di personalizzare il voto fino al punto di legare la propria permanenza a Palazzo Chigi al risultato.

Ma politicamente è una sconfitta enorme. Una delle riforme simbolo del centrodestra viene respinta dal corpo elettorale. E soprattutto cade quell'idea di invincibilità che per tre anni aveva accompagnato la premier.

Il governo continua. È esattamente questo il punto. Continua anche dopo che una delle sue riforme più importanti è stata bocciata.

25 e 26 marzo 2026, le dimissioni arrivano tutte insieme

La scossa del referendum produce immediatamente altre conseguenze. Lasciano il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro e la capo di gabinetto di Nordio, Giusi Bartolozzi. Poi Meloni chiede pubblicamente un passo indietro anche alla ministra del Turismo Daniela Santanchè. Santanchè resiste per qualche ora, quindi scrive alla premier: "obbedisco". Il 26 marzo il presidente della Repubblica Sergio Mattarella firma il decreto di dimissioni e l'interim passa temporaneamente alla stessa Meloni.

Per un governo che ha costruito il mito della compattezza, sono quarantotto ore che raccontano ben altro. La stabilità sopravvive, certo. Ma sopravvive perché chi guida il governo impara a recidere rapidamente i rami diventati troppo pesanti.

29 aprile 2026, persino la Biennale diventa un caso diplomatico

Neppure il cambio al Ministero della Cultura chiude la stagione degli incidenti. La riapertura del padiglione russo alla Biennale di Venezia, dopo la chiusura seguita all'invasione dell'Ucraina, provoca una durissima reazione europea. Bruxelles giudica la presenza russa incompatibile con la linea dell'Unione e minaccia di ritirare due milioni di euro di contributi. Il ministro Alessandro Giuli manda gli ispettori alla Biennale e prende le distanze dalla scelta. Ancora una volta l'egemonia culturale promessa si trasforma in una gestione d'emergenza.

30 giugno 2026, la sanità territoriale arriva al traguardo con l'affanno

Il governo può rivendicare di avere raggiunto il target europeo sulle Case della Comunità previsto dal Pnrr. Sarebbe scorretto negarlo.

Ma il problema, come spesso accade, comincia dopo il taglio del nastro. Pochi mesi prima il monitoraggio di Agenas aveva mostrato che solo una piccola parte delle strutture programmate disponeva contemporaneamente di tutti i servizi e del personale medico e infermieristico necessario. Il ministro Orazio Schillaci ha poi certificato il raggiungimento dell'obiettivo europeo, riconoscendo tuttavia ritardi in alcuni territori.

Ed è forse la metafora migliore di questa legislatura: gli edifici possono essere completati, i target possono essere certificati, le tabelle possono diventare "record". Ma poi dentro servono medici, infermieri e servizi. La propaganda termina dove comincia l'esperienza concreta di chi aspetta una visita.

14 luglio 2026, il Melonellum e i trenta franchi tiratori

Quando il premierato si arena, la maggioranza prova almeno a cambiare la legge elettorale. Anche lì, però, arriva la buccia di banana. Alla Camera, a voto segreto, l'emendamento sulle preferenze sostenuto da Fratelli d'Italia viene bocciato per un solo voto: 188 contrari e 187 favorevoli. Nei conti della maggioranza mancano una trentina di parlamentari. Meloni aveva appena sfidato tutti a "metterci la faccia", chiedendo che non ci si nascondesse dietro il voto segreto. Il voto segreto arriva. E lei perde.

Il giorno successivo il centrodestra minimizza, il testo della legge viene comunque approvato e passa al Senato. Ma l'incidente rivela quello che la brochure di Bari non può stampare: una maggioranza può essere longeva senza essere impermeabile. Quando il pallottoliere consente l'anonimato, perfino nel centrodestra più disciplinato degli ultimi decenni riappaiono i franchi tiratori.

3 settembre 2026, adesso spunta il ballottaggio

Ed eccoci alla vigilia della festa.

Il testo approvato dalla Camera prevede un premio alla coalizione capace di superare il 42 per cento. Ma proprio mentre il provvedimento arriva al Senato, nella maggioranza prende forza l'idea di aggiungere il ballottaggio. Il tempismo politico è curioso. Il sondaggio YouTrend realizzato tra l'1 e il 2 settembre assegna infatti al Campo largo il 44,4 per cento al primo turno e al centrodestra appena il 38,1. Con quelle percentuali, l'opposizione sarebbe l'unica coalizione sopra la soglia prevista dalla legge. Al ballottaggio, invece, il quadro si ribalta: centrodestra al 51,1 e centrosinistra al 48,9, grazie soprattutto al ritorno verso destra degli elettori di Roberto Vannacci.

Non è una prova che la legge venga scritta inseguendo un sondaggio. Sarebbe un'accusa che richiede ben altro. Ma il cortocircuito è evidente: dopo quattro anni passati a celebrare la stabilità, il governo arriva alla vigilia delle elezioni senza avere completato il premierato e ancora intento a decidere quale sistema elettorale utilizzare.

4 settembre 2026, il record resta. La rivoluzione molto meno

E così domani Bari accenderà le luminarie. Fratelli d'Italia distribuirà la sua raccolta di record: occupazione, spread, rimpatri, sicurezza, fondi alla sanità. Alcuni numeri sono reali e alcuni risultati vanno riconosciuti. Sarebbe propaganda al contrario fingere che in 1.413 giorni non sia successo nulla di positivo. Ma un editoriale serve precisamente a guardare dove non guarda una brochure.

E lì si vede altro. Si vede Cutro. Si vede la tassa alle banche annunciata con il pugno chiuso e corretta poche settimane dopo. Si sentono ancora le spacconate di Giambruno. Si vede una premier finita al telefono con due impostori russi. Si vede il premierato fermo alla Camera, l'autonomia ridimensionata dalla Consulta, la riforma della giustizia bocciata dagli elettori. Si vedono due ministri della Cultura in mezzo a due crisi molto diverse, i centri in Albania continuamente corretti, Almasri riportato a Tripoli su un volo di Stato, Santanchè costretta a lasciare, Trump passato dalle effusioni agli insulti, trenta franchi tiratori comparsi quando nessuno doveva vederli. Il governo più longevo della Repubblica è dunque davvero un record. Ma il segreto della sua longevità non coincide necessariamente con la capacità di cambiare il Paese.

A volte si dura perché si riesce a realizzare ciò che si è promesso. Altre volte si dura perché si impara a rinviarlo, correggerlo, ridimensionarlo, abbandonarlo quando diventa troppo pericoloso. Meloni ha dimostrato una notevole capacità di sopravvivenza politica e di controllo della propria maggioranza. È probabilmente il suo risultato più indiscutibile. Resta da capire se agli italiani, quando arriverà il momento di votare, basterà sapere che il governo è durato. Perché la longevità è un merito per un vino. Per un governo, prima o poi, bisogna assaggiarne anche il contenuto.